Il ruolo della psicologia dell’emergenza
Ma come ci si prepara ad affrontare le reazioni di persone diverse tra loro, accomunate soltanto dall’angoscia di non sapere che cosa sia accaduto a un proprio familiare?
È proprio su questo piano che entra in scena una disciplina: la psicologia dell’emergenza.
Nel 2025 SACBO, la società che gestisce l’aeroporto di Bergamo a Orio al Serio, chiese a Trancu di pensare a qualcosa di innovativo. Trancu coinvolse Fabio Sbattella, che con l’Unità di Psicologia dell’Emergenza aveva maturato una lunga esperienza sul campo, dai terremoti italiani allo tsunami nel Sud-est asiatico, da Haiti alle crisi umanitarie.
L’incontro tra l’esperienza maturata da Trancu nella gestione delle crisi aeroportuali e la ventennale ricerca teorica e sul campo sviluppata da Sbattella aprì una strada nuova.
«La variabile umana è sempre stata considerata come qualcosa di imprevedibile, per cui nelle esercitazioni viene sostanzialmente lasciata al caso», spiega Sbattella.
Questo comporta che nelle simulazioni la parte delle vittime venga affidata a figuranti senza una preparazione psicologica. Normalmente si coinvolgono attori o studenti.
«Ma se dici a qualcuno, senza una preparazione psicologica, di fare l’adolescente, questi tenderà a farlo come se lo immagina lui. Se deve interpretare una persona con autismo, riprodurrà probabilmente solo alcuni comportamenti più stereotipati. Il risultato che ottieni è di mettere in scena poco più che dei manichini: solo dei corpi che agiscono senza pensieri, senza storia», osserva.
La convinzione di Sbattella è invece che il comportamento umano sia complesso, ma possa essere modellizzato, cioè rappresentato attraverso modelli e schemi dinamici, tenendo conto delle caratteristiche della persona – l’età, la nazionalità, il genere –, della sua storia personale e della situazione specifica in cui si trova in quel determinato momento.
La metodologia si basa sulla psicologia narrativa
A partire dalla struttura della personalità e dalle altre variabili in gioco, si definiscono veri e propri copioni.
Queste sceneggiature sono interpretate da psicologi che conoscono i meccanismi che portano una persona ad agire in un modo piuttosto che in un altro.
Ad esempio, in occasione di una simulazione full scale svoltasi in un altro primario aeroporto italiano, questa tecnica è stata applicata da un’allieva di Sbattella, Valentina Leombruno,.
Il canovaccio sul quale si è preparata è molto dettagliato. Non descrive soltanto chi è e come si comporta il personaggio nelle situazioni di stress, ma anche con chi si trova e perché è lì in quel determinato momento.
«Nel caso specifico interpretavo una giovane donna della mia stessa età, di nazionalità spagnola, che aspettava il fidanzato italiano insieme alla madre di lui, che sarebbe dovuta diventare da lì a poco sua suocera», racconta Valentina Leombruno.
Il profilo descrive il personaggio, Valentina Lopez, come una donna socievole, capace di chiedere e offrire aiuto, ma anche con una bassa tolleranza alla frustrazione, testarda e agitata nelle situazioni di conflitto.
A complicare la situazione c’è anche la lingua. Valentina Lopez è spagnola e parla poco italiano, mentre la futura suocera non parla spagnolo.
Durante la simulazione il Team di Contatto Aeroportuale deve quindi relazionarsi con una giovane donna che aspetta il fidanzato, intuisce che è accaduto qualcosa ma riceve informazioni scarse e in una lingua che non è la sua. Con il passare del tempo tutto questo genera una crescente ansia e frustrazione, emozioni che mal sopporta.
«Tutti i dettagli sulla personalità e le particolari circostanze in cui il personaggio si trova mi permettono di calarmi nella parte e di comportarmi e relazionarmi con chi mi sta accanto come se fossi davvero quella ragazza spagnola», spiega Valentina.
Ma Leombruno non è un’attrice che recita un copione: è una psicologa in grado di rispondere a ciò che accade durante l’esercitazione in modo coerente con le caratteristiche del personaggio.
Questo significa, spiega Leombruno, «unire uno stato emotivo al personaggio e, contemporaneamente, saper leggere quello che sta accadendo intorno a noi da quel punto di vista».
L’immedesimazione è totale al punto che sorge spesso un altro problema.
«Calarsi nella parte, in realtà, non è la cosa più difficile. Il momento più delicato viene dopo, quando bisogna uscire dal ruolo: l’esperienza è così coinvolgente che lo stato emotivo può rimanere alterato anche quando la simulazione è terminata», racconta Leombruno.
Ma proprio questo livello di coinvolgimento del role player permette di mettere realmente alla prova gli operatori.
«Quando abbiamo realizzato le prime esercitazioni con questo metodo, molte persone che avevano sperimentato in passato ad altri tipi di simulazione ci hanno detto che era un tipo di esperienza del tutto diversa, molto più realistica. Il termine realistico è molto ambiguo per uno psicologo. Posso però senz’altro dire che riusciamo a creare situazioni molto verosimili», afferma Sbattella.
Il metodo sviluppato da Sbattella si è progressivamente affermato. Dopo Bergamo è stato adottato nelle esercitazioni per i Team di Contatto di altri scali italiani. Tra gli esperti di sicurezza è molto apprezzato, al punto che si sta valutando se estenderlo anche al di fuori del contesto aeroportuale, per esempio nel caso di incidenti ferroviari o autostradali.
Essere riusciti a convincere i gestori aeroportuali dell’importanza di un approccio diverso alla formazione del personale preposto ad intervenire a supporto dei familiari rappresenta per Trancu «un successo umano prima ancora che professionale» e per Sbattella «il coronamento di una vita di studi»; per i suoi allievi apre anche un’interessante prospettiva professionale.
Ma questa storia ha anche un esito forse ancora più importante.
Nelle Linee guida del Regolamento ENAC è riportata la testimonianza di un familiare delle vittime di Linate. Questa persona dice che «Virgilio aiuta Dante ad attraversare l’inferno. L’inferno sarebbe stato lo stesso, ma avere una guida avrebbe fatto la differenza».
Oggi, venticinque anni dopo, si stanno formando queste guide.
«È proprio così – conclude Adele Scarani –. Sapere di avere lavorato per questo risultato è ciò che ci dà la forza di andare avanti».