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Dal phygital al digital, la palestra dei giovani al tempo del Covid

04 febbraio 2020

Dal phygital al digital, la palestra dei giovani al tempo del Covid

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Un anno fa, prima della pandemia, ricordo che la comunità scientifica discuteva dei rischi e delle possibilità di internet e dei social network per i giovani. In particolare, mi riferisco alle ricerche realizzate con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Parole Ostili, in cui cercavamo di definire e fotografare fenomeni sociali complessi come le fake news, il trolling, l’hate speech, il sexting, gli Hikikomori.

In quel periodo, spesso mi sono chiesta se i social network – così amati dai giovani e poco usati e compresi dagli adulti – fossero poi così pericolosi e negativi, o se nascondessero anche un lato positivo, poco notiziabile e conosciuto, su cui valesse invece la pena investire. Molte volte mi sono trovata a difendere i social network. Innanzitutto non si poteva più ragionare in termini di Dentro/Fuori ma di Dentro-Fuori, perché starne fuori per i giovani avrebbe voluto dire essere esclusi, venire emarginati, stare nelle reti amicali a mezzo servizio, non vivere le tante cose mentre accadono che solo una connessione a distanza e continua può garantire. Meglio essere sia Dentro che Fuori – in modalità Onlife (Online e Offline) e Figital (Fisico e Digitale) – che significa, coltivare relazioni, frequentare le stesse persone nei tanti luoghi del quotidiano, di cui i social network sono entrati a far parte.

Ai giovani mi veniva allora da consigliare di costruire con attenzione le proprie reti amicali e sociali, nel reale come nel digitale, e di prendersene cura, di abitarle sapientemente. Questo perché, solitamente, una buona rete Onlife/Figital, intrecciata di fiducia, genera conforto e sostegno, diventa un alleato prezioso nel cammino di crescita.

Poi, un giorno di fine febbraio 2020, di punto in bianco, senza preavviso, ai giovani è stato detto che chiudevano le scuole, che non era più possibile uscire e frequentare i propri amici, che era bandita qualsiasi forma di socialità, perché ritenuta pericolosa per la salute della comunità intera. Bandite tutte tranne una: si salvava quella digitale. A questa i giovani si sono attaccati per sopravvivere in questo lungo e duro anno di pandemia. Sono stati i giovani a patir più di tutti la riduzione delle libertà, ma al contempo a mostrare maggiore resilienza e capacità di gestirsi con una certa naturalezza da remoto.

Quella palestra iniziata anni prima sui social network – un po' da tutti, più o meno abilmente – è stata potenziata in tempo record dai giovani, che conoscevano già cosa fare, dove cercare, quali erano le offerte, le possibilità per loro, i linguaggi da utilizzare.

Durante il primo lockdown, quello di marzo-maggio 2020, l’Osservatorio giovani ha realizzato una indagine europea sui giovani e il coronavirus, in cui abbiamo voluto dedicare una sezione specifica del questionario al tema dei social media. I giovani durante la quarantena hanno fatto ampio uso di contenuti digitali e di social network, sono riusciti a restare in contatto e in relazione con i loro amici grazie alle loro “reti figital”, che necessariamente e forzatamente si sono trasformate in “digital”, senza smettere mai di desiderare di recuperare il pezzo di “fisico” a cui hanno dovuto rinunciare.

Non è eccessivo affermare che i social network durante la pandemia hanno salvato la vita relazionale dei giovani. Non posso immaginare cosa sarebbe potuto accadere se non avessero avuto le tante possibilità dischiuse dalla rete per comunicare e per connettersi. Nella comunità scientifica, in molti si sono detti preoccupati, questa volta per l’overdose da connessione a cui sono stati esposti i giovani. Ancora una volta mi trovo a dover difendere i social network. Se un abuso è stato fatto di digital è solo perché era preclusa la modalità fisica. Solo in pochi vogliono restare esclusivamente digital ancora adesso, che pian piano possono tornare a riprendersi la loro vita relazionale a tutto tondo. Anzi, mi sembra di poter dire che questa pandemia ha messo bene in evidenza quanto sia importante per i giovani stare insieme con i propri coetanei, di quanto la Rete sia loro alleata, senza togliere valore alla relazione in presenza, che continua a restare la forma privilegiata e desiderata dai giovani. Lo hanno dimostrato manifestando con tenacia e determinazione davanti le scuole nei mesi scorsi, perché lì volevano tornare, in quel luogo più unico che raro, tanto odiato quanto amato, in cui si coltiva ancora una socialità sana, in cui ci si sente attesi e accolti ogni giorno dalla comunità. Poi il pomeriggio si rientra a casa e ci si ri-connette a distanza, per fare i compiti insieme, per parlare di amore, di calcio e di musica, per ridere e scherzare, per prendersi in giro tra amici. Semplicemente per crescere, insieme agli altri sulla stessa barca, di questi tempi strani, che difficilmente dimenticheranno.

Un articolo di

Cristina Pasqualini

Cristina Pasqualini

Docente di Sociologia dei fenomeni collettivi

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