Le Pmi italiane considerano l’accesso al mercato dei capitali un’opportunità per crescere, innovare e quindi essere più competitive. Nello stesso tempo, però, hanno difficoltà a fare il salto, spesso per problemi di carattere culturale e dimensionale.
È la fotografia scattata dal primo Rapporto dell’Osservatorio “Pmi e Mercato dei Capitali”, istituito da Consob e CeTIF – Università Cattolica e presentato giovedì 19 febbraio nell’ambito del convegno “Pmi, competizione e mercati dei capitali: un confronto internazionale”. Un lavoro che - frutto di un anno di ricerca realizzata con il contributo del Comitato Scientifico e di uno Stakeholder Group che riunisce associazioni, istituzioni, operatori di mercato e università - analizza per la prima volta in modo sistematico le condizioni di accesso e permanenza delle Piccole e Medie Imprese italiane nei mercati dei capitali.
Dalla mappatura, costituita da un campione rappresentativo di circa 120.000 Pmi italiane, emerge un quadro chiaro, caratterizzato da una prevalenza di aziende piccole o piccolissime: l’88% delle Pmi non quotate ha meno di 50 addetti; la Lombardia da sola ospita il 22% del totale delle Pmi; il manifatturiero si conferma il settore più rappresentato (33,6% tra le non quotate, 31,8% tra le quotate). Le imprese quotate del campione (pari allo 0,14% del totale osservato) si caratterizzano per avere una maggiore dimensione, una presenza nei settori tecnologici e scientifici e di conseguenza un più forte orientamento all’innovazione, alla competitività e alla crescita.
In particolare, l’attività dell’Osservatorio si è focalizzata sul rapporto delle Pmi con il mercato dei capitali, mettendo in evidenza un quadro complesso e con marcate criticità. In generale, le Mid-Small Cap italiane risultano valutate dal mercato con multipli inferiori rispetto ai benchmark europei. Questa sottovalutazione produce effetti reali quali una ridotta capacità delle Pmi di raccogliere capitali, una difficoltà a utilizzare il titolo come leva per operazioni strategiche, un incentivo al delisting.
Lo conferma il fatto che tra il 2023 e la prima metà del 2025 sono 62 le Pmi approdate sul mercato azionario; nello stesso periodo, però, sono 86 quelle uscite dalla Borsa, con una perdita complessiva di oltre 44 miliardi di euro di capitalizzazione. Le cause principali del delisting sono tre: scarsa liquidità, valutazioni non allineate ai fondamentali e crescente attrattività del private equity, capace di offrire premi significativi e maggiore flessibilità gestionale. Il Rapporto individua anche alcuni elementi che potrebbero riportare capitali verso le Pmi, quali ad esempio il ritorno dei flussi positivi nei Pir (Piani Individuali di Risparmio), l’avvio del Fondo Nazionale Strategico Indiretto (oltre 1 miliardo dal 2026), la riduzione dei tassi e un miglioramento atteso degli utili durante il 2026.