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Matteo Artina, con Sofia Goggia a Milano Cortina: «Vi racconto l’Olimpiade»

20 febbraio 2026

Matteo Artina, con Sofia Goggia a Milano Cortina: «Vi racconto l’Olimpiade»

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Undici gradini tutti d’un fiato, al centro accademico sportivo Rino Fenaroli. Entra Matteo Artina, docente di Teoria e metodologia del movimento umano, pronto per gli esami del corso di laurea triennale in Scienze motorie e dello sport. Lui stesso ne ha appena passato uno, l’ennesimo, a pieni voti. Già, perché Artina è il preparatore atletico di Sofia Goggia e della Nazionale italiana di snowboard alpino. A Pyeongchang, nel 2018, ha preparato Sofia e Michela Moioli. Entrambe hanno vinto la medaglia d’oro. A Pechino, nel 2022, ha vissuto per la prima volta il villaggio olimpico, allenando la Nazionale di snowboard alpino che si è fermata ai piedi del podio con Roland Fischnaller, giunto alla sua settima partecipazione olimpica a Milano Cortina. 

Artina è appena tornato da Livigno, dopo essere stato anche a Cortina. «Avere un’Olimpiade in casa ha un sapore particolare, dà un’aura unica a luoghi che conosci da sempre, li rende davvero emozionanti» racconta Matteo. «In questo ambiente, le facce sono sempre le stesse, e non sono neanche tantissime. Alle Olimpiadi, invece, senti un sacco di lingue differenti. Il brasiliano che parla portoghese, il consueto tedesco, poi ascolti una lingua strana e scopri che è islandese, oppure del Madagascar. Giri l’angolo e trovi la squadra nazionale della Malesia. È davvero strano, a tratti fuori contesto, e quindi affascinante». 

Sulla Olympia delle Tofane, nella sua amata Cortina, Sofia Goggia ha conquistato la medaglia di bronzo nella discesa libera. Dopo l'oro di Pyeongchang e l'argento di Pechino, la discesista bergamasca è la prima sciatrice della storia a vincere la terza medaglia consecutiva in discesa libera. «Sofia era molto soddisfatta perché essere costante negli anni, per un’atleta con il suo trascorso sanitario, vuol dire dedicarsi molto non solo alla prestazione ma anche al recupero degli infortuni, soprattutto quando avvengono negli stessi distretti» spiega Artina. «È contenta di come ha costruito la stagione. L’Olimpiade non è mai un evento semplice, diventa un pochino più facile per chi non ha aspettative o per chi è troppo superiore agli altri, anche se Ilia Malinin ci ha dimostrato che anche la consapevolezza di essere oltremodo superiore può fare strani scherzi». 

Gli chiediamo se sente un po’ sua questa medaglia di bronzo, soprattutto per il lavoro fatto insieme a Sofia dopo il suo ultimo grave infortunio a Ponte di Legno. Lui non ha dubbi: «Negli sport individuali è l’atleta a vincere. Quando scii, sei da solo. Quando metti i bastoncini oltre il cancelletto, non puoi più contare sull’aiuto di nessuno. Deve sublimare tutto ciò che gli è stato fornito e farlo rendere al meglio. Nel mio ruolo, percepisci la soddisfazione del testimone. Questo sì, vivo la soddisfazione dell’atleta in maniera empaticamente molto affine. Con Sofia abbiamo iniziato la preparazione a giugno. L’accordo era legato a lavorare avendo negli occhi la Coppa del mondo, senza avere soltanto l’Olimpiade nel mirino. Perché non fa bene iniziare a giugno la preparazione a un evento che succederà a febbraio, ma anche perché sarebbe metodologicamente sbagliato. L’ultima gara di Coppa del mondo prima delle Olimpiadi è esattamente sette giorni prima. Tutto concorre a raggiungere una prestazione olimpica, le sensazioni sull’autoefficacia sono fondamentali». 

Un articolo di

Francesco Berlucchi

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«È importante non arrivare stanchi alle Olimpiadi, non essere in una fase di degradazione delle energie, della concentrazione, delle qualità muscolari, dando però grande importanza alla Coppa del mondo» aggiunge. «Il primo blocco importante è a settembre, quando si va nella Terra del Fuoco, a Ushuaia. Si fa tanto volume per costruire le qualità tecniche. Il secondo blocco, a novembre, a Copper Mountain, in Colorado. Si lavora sulla velocità, che per Sofia è molto importante, e sui test dei materiali. E poi tra dicembre e gennaio si vuole essere particolarmente performanti in ogni gara. La parte più complicata è l’avvicinamento finale, in quel momento qualsiasi cosa succeda può compromettere il grande evento. Ciò non significa che uscire di pista e finire nelle reti a novembre sia meno pericoloso. Però a ridosso delle Olimpiadi potrebbe non esserci tempo per recuperare. Quindi bisogna raccogliere il massimo che si può da ogni giornata. La gestione dell’atleta è la parte che mi piace di più del mio lavoro».

A proposito di atleti, Milano Cortina 2026 ci ha regalato grandi storie. Dal doppio oro di Federica Brignone a 315 e 318 giorni dal terribile infortunio in Val di Fassa a quello di Lisa Vittozzi, il primo oro azzurro nel biathlon, uomini compresi. Una promessa che si compie proprio quando il compimento sembrava non arrivasse mai. Da Francesca Lollobrigida, la mamma-atleta d’oro nei 3000 m e nei 5000 m del pattinaggio artistico, con il Tricolore sulle spalle e il suo Tommaso in braccio, ad Arianna Fontana, divenuta l’atleta italiana con più medaglie olimpiche dopo superato il primato dell’immenso Edoardo Mangiarotti, che resisteva da ben 66 anni. «A mi piace ricordare anche Flora Tabanelli» risponde Artina, citando il bronzo nel freestyle big air, la più giovane medagliata di questi Giochi invernali e la prima azzurra a vincere una medaglia nello sci freestyle. «La sua storia dimostra che l’atleta, se viene ben sostenuto dal suo staff, può fare dei passi per nulla scontati, un po’ coraggiosi, che permettono di evitare un intervento chirurgico per continuare un percorso conservativo e arrivare a giocarsi una medaglia». 

Di queste Olimpiadi invernali, nelle quali l'Università Cattolica ha partecipato al viaggio della Fiamma Olimpica, Artina custodisce gelosamente tre fotografie. «La prima immagine è la venue di gara a Livigno, circoscritta nella conca dell’altopiano. Si vede molto bene dall’altra parte della montagna, dove abbiamo fatto tantissimi allenamenti, ed era emozionante. La seconda, a Cortina, è l’arrivo a Pomedes dell’ormai famosa seggiovia. Una vista che lascia senza fiato per i suoi paesaggi e colori. La terza è una immagine soggettiva, mentre scendo con gli sci tra due ali strette di persone, a spazzaneve, portando gli attrezzi di Sofia. Passo in mezzo alle transenne, con lo zaino sulle spalle, ed è come essere a un concerto. Ma non sei nel backstage, sei sul palco. Penso che ognuno possa avere l’ambizione di vivere la propria vita con le stesse emozioni di un’atleta che apre il cancelletto alle Olimpiadi. L’ansia prima di discutere una tesi di laurea spesso può far tremare le vene e i polsi quanto un’Olimpiade. E il piacere di essere davanti a una commissione che ti chiama per la prima volta dottore o dottoressa, con il voto per cui hai lottato per anni, vale una medaglia». 

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