Al Cimitero Monumentale la lapide lo definisce «giullare e pittore». Eppure, Dario Fo è stato l’ultimo italiano (su sei in totale) a ricevere il Nobel per la letteratura. Una contraddizione?
Nel centenario della nascita – avvenuta a Sangiano, nei pressi del Lago Maggiore, il 24 marzo 1926 – e a quasi 30 anni da quel prestigioso riconoscimento – conferitogli alla Borsa di Stoccolma il 10 dicembre 1997 –, la domanda resta ancora aperta. «In definitiva, ad essere premiato fu lo scrittore o l’attore? Il drammaturgo o il capocomico?», come si è chiesto recentemente su Avvenire, Alessandro Zaccuri.
A questo interrogativo ha provato a dare una risposta un convegno all’Università Cattolica del Sacro Cuore promosso dal Centro di Ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita – Francesco Mattesini”, dalla Fondazione Ambrosianeum e dalla Fondazione Fo Rame, a cui hanno partecipato tre docenti dell’Ateneo – Giuseppe Lupo (Teoria e storia della modernità letteraria), Roberto Maier (Teologia), Roberta Carpani (Discipline dello Spettacolo) – insieme a Gloria Pastorino, amica di Fo e docente alla Fairleigh Dickinson University.
L’incontro – che ne anticipa un altro che l’Ateneo ha in programma per ottobre in occasione del decennale della morte – ha contribuito, in realtà, a sbrogliare anche un altro nodo, forse ancora più intricato, certamente più problematico almeno per la sensibilità dei cattolici: ovvero il rapporto dell’autore con la fede. La critica impertinente, anche a volte corrosiva, di Dario Fo (soprattutto quello degli anni ’70), prendendo di mira la Chiesa come simbolo di tutte le istituzioni, sviliva anche il messaggio di cui essa è custode? Qual era l’atteggiamento, alla fin fine, con il sacro di un dissacratore tanto formidabile?
Quanto al primo quesito, occorre riconoscere che è oggettivamente difficile, se non impossibile, separare la lettera delle opere dall’atto performativo per cui nascevano. Tuttavia, se gli scrittori migliori sono anche quelli che lavorano sulla lingua, è difficile negare che Dario Fo lo sia stato. Basti pensare alla lingua nuova che egli ha creato, mescolando dialetti lombardi, citazioni autentiche e a volte fantasiose di testi antichi: il grammelot. Una mistura di popolare e colto, di parlato e letterario, rimodellata in maniera stupefacente, fino al limite dell’inintelligibile, eppure sempre comprensibile. «Una lingua prima della lingua», come l’ha definita il teologo Roberto Maier.
Sebbene, nella recitazione, «la lingua a volte arretri per lasciare in primo piano il gesto, la mimica del volto, il lampo da guitto dei suoi occhi così espressivamente estroflessi», come ha notato Roberta Carpani, i testi, le pagine scritte mantengono una loro intrinseca qualità.
Secondo Giuseppe Lupo, che pure nell’introdurre l’evento ha ricordato che il suo primo incontro è stato con il Fo attore, sarebbe un errore non riconoscere in lui anche l’altra identità, quella dello scrittore. Di più: Lupo ha proposto di considerare Dario Fo un esponente di primo piano di quella che ha definito “la letteratura di pianura”. Una categoria non ancora riconosciuta dalla critica letteraria – ha ammesso – ma che pure esiste e ha nella «mescolanza» la sua cifra caratteristica. Una tradizione meticcia, ispirata dal genius loci della pianura padana, fatta di sedimenti e stratificazioni, che in Lombardia inizia con Bonvesin della Riva per giungere a Carlo Emilio Gadda. A questa illustre famiglia, dunque, Dario Fo apparterrebbe e tutta la sua produzione andrebbe riletta in questa chiave.
Quanto, invece, al rapporto con il mondo cattolico, la questione è più complicata. Non si può dimenticare che l’apparizione di Mistero Buffo nel 1977 sugli schermi di Rai 2 destò la protesta ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche e anche lo sconcerto di molti fedeli. Tuttavia, quelle polemiche andrebbero considerate all’interno dei contrasti ideologici di quel particolare periodo storico. Già, per esempio, nel successivo Lo santu giullare Francesco (composto nel 1999 e ripreso nel 2014), l’anticlericalismo è più sfumato e comunque risulta molto meno urticante.
In realtà, ha sottolineato Roberto Maier, Dario Fo è sedotto dal cristianesimo lungo tutta la sua vita. La sua irriverenza non è mai rivolta al Vangelo, ma a chi interpreta il testo sacro. La legittimità dell’interpretazione, già posta in modo radicale da Lutero, viene ora riproposta e risolta in maniera del tutto differente: la soluzione non sta nel togliere di mezzo ogni mediazione, come fece la Riforma, affidando direttamente al fedele il confronto con la Scrittura. Diversamente da quella prospettiva, l’intuizione di Fo è quella di dare voce, di conferire parola, a tutto quello che nei testi canonici non c’è: il lamento dei poveri, il dolore delle madri, prima fra tutte Maria, la sofferenza degli storpi e anche la loro ignavia. Come non ricordare la scena dello zoppo che maledice Gesù per averlo risanato, costringendolo così a dover lavorare (nel tanto controverso Mistero Buffo).
Secondo Maier, Dario Fo segnala che esiste uno scarto tra la scrittura e l’evento della rivelazione: la rivelazione non può essere scritta tutta e, quando è scritta, non esaurisce il suo senso.
Forse quindi, in questo anno di anniversari, bisognerebbe alla fine essere grati a Dario Fo, come ha osservato Gloria Pastorino, oltre che per aver messo alla berlina il potere, anche e forse soprattutto «per averci insegnato non a ridere di Dio ma a sorridere con Dio della nostra condizione umana».