Era il 1990 quando, per la prima volta, un buffo volatile col becco a banana e una livrea a pois azzurri si affacciava sugli schermi televisivi per condurre i bambini italiani nel fantastico mondo dell’Albero Azzurro. Si chiamava Dodò.
Da allora sono passati trentasei anni ma Dodò non ha mai smesso di abitare nel tronco di quell’albero e nei nostri schermi; e certamente nei cuori e nella memoria di molti.
L’Albero Azzurro è, infatti, il più longevo programma televisivo per bambini, tra i primi a sperimentare la multimedialità analogica delle videocassette in VHS, per poi avventurarsi nei territori del digitale terrestre e – oggi – delle piattaforme di streaming.
Anche per queste ragioni, L’Albero Azzurro rappresenta una case history di successo più unica che rara, che vale la pena studiare e approfondire. È quanto è avvenuto sabato 28 marzo, nel quadro di una lezione aperta dell’insegnamento di Sociologia e psicologia dei media digitali della Laurea Magistrale in Digital learning e media education.
In cattedra, insieme a me, sono saliti Sebastiano Di Bella, attore, sceneggiatore e autore del programma insieme a Lucia Rossetti, e – ospite d’eccezione – lo stesso Dodò, animato per l’occasione da Di Bella.
Studentesse e studenti presenti hanno così potuto sbirciare “dietro le quinte” del programma: dal processo produttivo ai segreti dell’animazione dei pupazzi Dodò, Zarina e Ruggero; dall’idea base di una puntata al suo sviluppo narrativo, attraverso la scaletta e la sceneggiatura, fino alla produzione esecutiva e alla sua registrazione.
Si tratta di una macchina complicata, che funziona grazie all’apporto di moltissime professionalità diverse, ma tutte ispirate al motto di uno dei padri nobili del programma, Bruno Munari: «Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare».
L’Albero Azzurro si distingue, infatti, per questa vocazione alla semplicità formale, chiave della sua inesausta capacità di coinvolgere bambini e bambine del target prescolare: una scena luminosa, definita – non a caso – un “limbo” che di volta in volta si trasforma in set narrativi diversi grazie a un mix di postproduzione grafica e di solido artigianato di studio, dalle scenografie ai costumi, dall’animazione al doppiaggio. Alla radice resta, però, la dimensione del teatro: la performance dal vivo interpretata nella chiave del gioco simbolico, quel “facciamo finta che...” che costituisce la formula magica dell’immaginazione e della creatività, non solo infantile.