Sono passati 25 anni, dall’8 ottobre 2021, il giorno dalla strage di Linate in cui morirono 118 persone. Da allora, per impulso dei familiari delle vittime, è cambiato il modo di concepire la sicurezza negli aeroporti. Dal 2025 le esercitazioni alle quali periodicamente i gestori degli scali devono sottoporre il proprio personale hanno adottato un metodo concepito dal professore Fabio Sbatella che proprio 25 anni fa ha fondato l’’Unità di Ricerca in Psicologia dell’emergenza. Il prossimo 4 novembre se ne celebrerà l’anniversario con un convegno durante il quale saranno illustrati i vari scenari, dai terremoti nell’Italia centrale alle catastrofi naturali nel Sud est asiatico, in cui il docente ha sperimentato una metodologia che oggi rende molto apprezzati i professionisti che si sono formati con lui.
Professor Sbattella, conoscere procedure e protocolli non basta per essere preparati a un’emergenza. Che cosa si può imparare soltanto attraverso una simulazione realistica?
«Alcune teorie scientifiche hanno mostrato che la mente umana funziona immaginando la realtà e collocandosi al suo interno. Il tema della simulazione parte proprio da qui.
La simulazione può essere realizzata a diversi livelli di astrazione. Le esercitazioni full scale sono vere e proprie messe in scena, che si svolgono nel tempo e in situazioni reali, nelle quali entrano in gioco contemporaneamente moltissime variabili e le loro interazioni.
Esse permettono alle persone di agire in contesti che potremmo definire “a quattro dimensioni”, perché c’è lo spazio ma c’è anche il tempo. Molti fattori si muovono contemporaneamente, c’è una quantità enorme di stimoli e di interazioni. Le persone devono agire e comunicare tenendo conto del fattore temporale e, spesso, operando in condizioni difficili: la temperatura, il rumore, la fatica.
Fare esperienza dei propri comportamenti all’interno di questi scenari consente di non dover affrontare per la prima volta l’applicazione pratica di ciò che si è appreso quando ci si trova davanti a un’emergenza reale. È un apprendimento dal vivo, sul campo, e sono esperienze che rimangono nel tempo.
Nell’emergenza questo aspetto è particolarmente importante perché è richiesta una presenza corporea. Gli operatori incontrano persone reali e il corpo non può essere trascurato, così come non possono esserlo la fatica e la percezione degli stimoli. Nell’emergenza tutto questo è cruciale e chi passa attraverso queste esperienze ci dice che è molto diverso dall’apprendimento puramente teorico».
Come si prepara un operatore a incontrare una persona che ha appena saputo, o teme, che un proprio familiare sia morto in un incidente aereo? Quali competenze deve sviluppare?
«Sono competenze complesse. Abbiamo elaborato delle checklist. Innanzitutto bisogna essere capaci di comprendere il contesto, avere uno sguardo a 360 gradi.
Bisogna poi saper lavorare molto bene all’interno di team composti da agenzie diverse: forze dell’ordine, sanitari e altri soggetti coinvolti nell’emergenza. Occorre saper comprendere gli altri, capire come stanno ragionando e quale sia il loro livello di sofferenza, e saper utilizzare adeguati strumenti comunicativi.
Servono inoltre capacità di gestione dello stress e capacità creative, perché bisogna adattarsi a situazioni sempre nuove. Bisogna essere in grado di obbedire agli ordini, ma contemporaneamente essere responsabili delle proprie azioni e non avere timore, quando necessario, di prendere iniziative».
Oggi i Role Playing Team formano gli operatori negli aeroporti. Queste squadre sono il fiore all’occhiello del sistema di gestione delle emergenze aeroportuali italiano e rappresentano un’esperienza particolare anche a livello internazionale. Come sono nate? E quale contributo specifico ha portato l’Unità di Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore alla loro formazione?
«Noi, come Unità, utilizziamo fin dall’inizio il role playing come metodologia. Abbiamo capito che questa metodologia può evolvere se anche i conduttori della simulazione entrano nei ruoli. Non si limitano, quindi, a far fare giochi di ruolo ai discenti, ma si mettono direttamente in gioco.
La tecnica classica prevede che il conduttore distribuisca i ruoli e faccia sostanzialmente da regista. A un certo punto, invece, io stesso ho interpretato il caposquadra. L’evoluzione successiva è stata quella di preparare persone in grado di entrare nelle simulazioni con profili di ruolo molto ben definiti.
Quando ci hanno proposto di fare formazione agli operatori, abbiamo suggerito questa metodologia, ma ci è stato risposto che nelle esercitazioni aeroportuali qualcosa di simile veniva già fatto. Il problema era che i personaggi inseriti negli scenari non avevano una preparazione psicologica specifica.
Se a una persona dici: «Fai l’adolescente», tenderà a interpretarlo come se lo immagina. Non necessariamente conosce i processi interni di un adolescente. Se deve interpretare una persona autistica, rischia di limitarsi a riprodurre alcuni comportamenti stereotipati. Allo stesso modo, non posso chiedere a chiunque di simulare un infarto: serve qualcuno che conosca la fisiologia di quel disturbo.
Nelle esperienze che abbiamo incontrato, la variabile umana non era considerata come qualcosa di conoscibile e, quindi, veniva sostanzialmente lasciata al caso.
È questo che distingue i nostri role player da quelli che, in altre simulazioni, vengono chiamati semplicemente “figuranti”. In quel caso la variabile umana rischia di essere messa in scena soltanto attraverso dei corpi che non parlano, non hanno pensieri, non hanno una storia: diventano quasi dei manichini.
Quando abbiamo realizzato le prime esperienze con questo metodo, molte persone che avevano già partecipato in passato ad altre simulazioni ci hanno detto: «Questa è tutta un’altra cosa». Ci dicevano che erano realistiche. Io preferirei dire verosimili. Per noi è importante creare situazioni verosimili, e i nostri interlocutori lo avvertono.
Questa impostazione, che ho anche teorizzato nei miei lavori, è stata compresa e accolta da Patrick Trancu, un consulente per la comunicazione di crisi, che conosce molto bene la situazione degli aeroporti. Ci siamo detti: proviamo a utilizzare questo metodo anche nei contesti aeroportuali. È nato così il team.
Il primo corso di formazione si è svolto all’Università Cattolica con i primi venti componenti del team. Con loro abbiamo lavorato a Orio al Serio. Successivamente ci è stato chiesto di estendere il team e di replicare l’esperienza in altri aeroporti italiani. Tutto questo è avvenuto nell’arco di tre anni».
Come costruite i profili interpretati dagli psicologi-role player? Su quali conoscenze relative ai comportamenti delle persone nelle situazioni di emergenza si basano?
«La metodologia è precisa e complessa e tiene conto di diversi saperi. Consideriamo le strutture di personalità e il funzionamento delle persone nelle situazioni di emergenza, ma non utilizziamo semplicemente etichette cliniche come “paranoico” o “ossessivo-compulsivo”.
Lavoriamo piuttosto attraverso l’analisi dei copioni e la psicologia narrativa, considerando la direzione di vita che una persona sta seguendo nel momento in cui viene improvvisamente perturbata da un incidente o da un’emergenza.
Quella che abbiamo davanti è una persona con una storia. Può essere qualcuno che ha appena divorziato, oppure si è appena laureato, e ha quindi una propria rappresentazione del futuro che orienta le sue aspettative.
Posso essere una persona appena assunta che deve fare bella figura in azienda: un amico mi chiede di andare a prenderlo in aeroporto e io mi trovo combattuto tra il desiderio di fare bella figura sul lavoro e quello di mantenere l’impegno preso. Oppure posso essere un genitore che deve andare a prendere il figlio al nido e che l’ultima volta è stato rimproverato perché è arrivato tardi. Se improvvisamente succede qualcosa in aeroporto, la mia reazione sarà influenzata anche da tutto questo.
È un approccio che deriva dalla psicologia narrativa. Gli esseri umani non sono semplicemente delle categorie.
Questo significa che il role player studia i possibili profili anche in relazione al genere e all’età del personaggio, preparandosi su schede che possono arrivare a essere lunghe quattro pagine. Sono vere e proprie sceneggiature.
Inoltre, i simulatori non interpretano necessariamente personaggi isolati, perché nella realtà le persone sono inserite all’interno di relazioni. Non c’è soltanto il viaggiatore: può esserci un viaggiatore accompagnato dal partner, dalla moglie, dal marito, da un figlio. Esistono modelli relazionali che entrano nello scenario.
Se non si comprende tutto questo, il rischio è che l’operatore si limiti a pronunciare le frasi che ha imparato sui manuali».
Che cosa rappresenta questa esperienza nella storia dell’Unità di Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica: il riconoscimento di un’intuizione, un traguardo o un nuovo inizio?
«Per me rappresenta una grande soddisfazione e il riconoscimento di anni di studi.
C’è poi un altro aspetto che mi dà grande soddisfazione: offriamo ai nostri studenti un’opportunità professionale importante. Diventa chiaro, per loro e per i nostri interlocutori, che aver studiato per tre anni, per esempio, i modelli di attaccamento ha un senso e può fare la differenza rispetto a un attore proveniente dal teatro o, ancora di più, rispetto a una persona che improvvisa.
Questo è un successo professionale che viene consegnato alle nuove generazioni, ai futuri psicologi. Aiuta a comunicare il valore di ciò che hanno studiato e li incentiva a studiare ancora.
È un lavoro molto impegnativo. Devi entrare nei panni, per esempio, di un coniuge che vive una situazione di angoscia e rimanerci per ore, non per qualche minuto. Le esercitazioni full scale possono durare tutta la notte: devi restare nei panni del personaggio fino alle quattro del mattino.
Ed è importante che chi interpreta il ruolo non metta in scena se stesso. È capitato, con degli attori, che qualcuno stesse male proprio per questo motivo.
Per gli psicologi è un’esperienza molto formativa, perché insegna realmente a mettersi nei panni di chi sta male. Per questo, per me, è una grande soddisfazione».