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Giovani in bilico tra disuguaglianze e possibilità

27 maggio 2026

Giovani in bilico tra disuguaglianze e possibilità

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«Il futuro? Forse ne parliamo troppo, tanto da perdere il piacere del presente. Ed è invece questo il tempo che dovremmo vivere. Con passione. Riscoprendo anche il gusto della partecipazione», dice Carolina Morici.

«L’altro giorno mi hanno invitato a parlare a un incontro tra manager. Mi hanno chiesto di spiegare perché la mia generazione non credesse più nel lavoro. Ho domandato quanto dovesse durare il mio intervento. Sapete cosa mi hanno risposto? Due minuti. A quel punto ho detto che, se era quello il tempo che potevano dedicare a un argomento così complesso, ad avere un problema erano loro, non noi», racconta Angelo Loiacono.

«Andare all’estero o rimanere in Italia? Ma perché dobbiamo scegliere, se si possono fare entrambe le cose? Per esempio, a me piacerebbe completare gli studi in un altro Paese, per crescere come persona e come professionista, ma poi tornare nel mio per lavorare», afferma Matteo Maria Patanè.

Martedì 26 maggio, al termine di una giornata-evento nella sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dal titolo “Generazioni in dialogo”, iniziata con una coinvolgente lezione del maestro Giovanni Allevi sulla fragilità della condizione umana, hanno parlato loro: i giovani. E in pochi minuti hanno fatto giustizia di molti luoghi comuni.

«Quest’anno abbiamo voluto non solo chiedere ai giovani di rispondere ai questionari, ma anche di commentare i risultati della ricerca, domandando loro se vi si riconoscevano», ha spiegato Adriano Mauro Ellena, docente in Psicologia sociale e di comunità che ha collaborato alla redazione dell’edizione 2026 del Rapporto Giovani, al centro dell’iniziativa promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo.

«Divisi in focus group, invece di essere semplici oggetti di studio sono diventati essi stessi soggetti: hanno preso parola e ci hanno permesso di capire qualcosa di più su di loro», ha concluso il ricercatore al termine degli interventi degli studenti, tutti e tre iscritti all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Chi pensa che il disimpegno, la rassegnazione e la sfiducia siano i tratti dominanti della generazione Z — quella a cavallo tra i due millenni — e della generazione Alfa, nata interamente nel nuovo secolo, deve ricredersi.

La ricerca — edita da Il Mulino e realizzata da quindici anni grazie al sostegno di Fondazione Cariplo — osserva con continuità il pianeta giovani da più punti di vista: dalla scuola al lavoro, dalla famiglia ai valori, dai consumi alle tecnologie. Il tutto su una base dati imponente raccolta da Ipsos.

Ne emerge un’immagine frastagliata, fatta di luci e ombre. Come ha osservato il Rettore Elena Beccalli, i giovani sembrano «oscillare come un pendolo tra disuguaglianze e possibilità»: da una parte esprimono una forte aspirazione alla stabilità, alle relazioni, al senso; dall’altra si scontrano con un contesto segnato da un’incertezza permanente.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Venendo ai numeri, uno in particolare balza agli occhi: i giovani sono sempre meno. «Se all’inizio degli anni Duemila gli italiani tra i 20 e i 24 anni erano ancora più numerosi di quelli compresi tra i 70 e i 74 anni, nel 2025 quest’ultima fascia ha superato la prima», ha fatto osservare Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

Il calo della popolazione giovanile, in Italia più marcato rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europea e particolarmente evidente nelle regioni meridionali, tradizionalmente più prolifiche, è lo specchio nel quale si riflette la crisi economica e sociale Paese, che qualcuno già chiama declino.

L’elemento più drammatico che il Rapporto mette in evidenza è infatti proprio la distanza tra aspirazioni e concrete possibilità che il contesto offre. Lo si vede, per esempio, in una scelta di vita fondamentale come quella di lasciare la casa dei genitori. Non è vero, come spesso si racconta, che i ragazzi italiani preferiscano restare con mamma e papà. Solo il 2% dei giovani dichiara di non voler raggiungere l’autonomia abitativa, mentre il 79% si dice fortemente interessato a farlo.

Lo stesso vale per la vita di coppia e il desiderio di costruire una famiglia. A dispetto della narrazione corrente, l’85% continua a desiderare una relazione affettiva stabile e anche l’idea di avere figli resta centrale (71%). «Non diminuisce il valore attribuito alla coppia», ha spiegato Rosina, «ma aumentano gli ostacoli concreti». Sono soprattutto le condizioni materiali a pesare sulle aspirazioni. L’incertezza lavorativa e le disuguaglianze sociali rendono più difficile investire in relazioni stabili, soprattutto tra chi vive condizioni di fragilità economica o esperienze di inattività.

Dal Rapporto emerge inoltre in maniera sempre più marcata la questione di genere. Colpisce, ad esempio, che siano le ragazze (50,7%) meno disposte dei ragazzi (55,1%) a stabilire relazioni stabili anche a costo di rinunce. «Benché siano proprio le giovani donne a investire di più sulla dimensione relazionale, allo stesso tempo sono loro a esprimere una maggiore insofferenza verso le pressioni esterne», ha commentato Rosina.

Tra i vari stereotipi messi in discussione c’è anche quello che vorrebbe i nativi digitali più consapevoli delle nuove tecnologie e quindi più capaci di riconoscere le fake news. I ricercatori hanno osservato il comportamento concreto degli adolescenti sui social, simulando post Instagram costruiti a partire da notizie false certificate. Tra gli esempi utilizzati, la falsa notizia sulla “tuta di Chiara Ferragni sold out”.

I risultati mostrano che la maggior parte degli adolescenti evita la condivisione diretta delle fake news, mentre il “like” viene utilizzato molto più facilmente, spesso come risposta immediata ed emotiva. Inoltre, chi dichiara maggiori abilità nell’uso delle piattaforme — e vi trascorre più tempo — tende anche a mettere più like e a condividere di più.

«Le abilità che si acquisiscono con l’uso degli strumenti digitali non sono di per sé garanzia di una maggiore resistenza al condizionamento», ha sottolineato Elena Marta, professoressa di Psicologia sociale e di comunità, che ha curato un capitolo della ricerca dedicato al tema. «Servono strumenti culturali e pensiero critico».

Secondo la docente, «quello che i ragazzi ci chiedono è di essere riconosciuti». È il concetto di mattering: il bisogno profondo di sentirsi importanti per qualcuno e per il contesto in cui si vive, di percepire che la propria presenza, le proprie azioni e il proprio contributo abbiano valore per gli altri.

Una questione decisiva anche nel contesto lavorativo. «L’orario e il corrispettivo economico non sono più gli unici incentivi validi. Per le nuove generazioni che incontriamo durante i colloqui contano sempre di più anche la qualità delle relazioni e della leadership, la percezione di essere parte di un progetto e il grado di autonomia che è possibile esercitare», ha fatto presente Rossana Ranucci, direttrice dell’Area Persone e Organizzazione dell’Ateneo.

Forse, alla fine, ha ragione Elena Marta: «Bisognerebbe cominciare, oltre che a osservare i giovani anche a vederli come persone». L’altro giorno, in Ateneo, si è cercato di farlo.

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