«Il futuro? Forse ne parliamo troppo, tanto da perdere il piacere del presente. Ed è invece questo il tempo che dovremmo vivere. Con passione. Riscoprendo anche il gusto della partecipazione», dice Carolina Morici.
«L’altro giorno mi hanno invitato a parlare a un incontro tra manager. Mi hanno chiesto di spiegare perché la mia generazione non credesse più nel lavoro. Ho domandato quanto dovesse durare il mio intervento. Sapete cosa mi hanno risposto? Due minuti. A quel punto ho detto che, se era quello il tempo che potevano dedicare a un argomento così complesso, ad avere un problema erano loro, non noi», racconta Angelo Loiacono.
«Andare all’estero o rimanere in Italia? Ma perché dobbiamo scegliere, se si possono fare entrambe le cose? Per esempio, a me piacerebbe completare gli studi in un altro Paese, per crescere come persona e come professionista, ma poi tornare nel mio per lavorare», afferma Matteo Maria Patanè.
Martedì 26 maggio, al termine di una giornata-evento nella sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dal titolo “Generazioni in dialogo”, iniziata con una coinvolgente lezione del maestro Giovanni Allevi sulla fragilità della condizione umana, hanno parlato loro: i giovani. E in pochi minuti hanno fatto giustizia di molti luoghi comuni.
«Quest’anno abbiamo voluto non solo chiedere ai giovani di rispondere ai questionari, ma anche di commentare i risultati della ricerca, domandando loro se vi si riconoscevano», ha spiegato Adriano Mauro Ellena, docente in Psicologia sociale e di comunità che ha collaborato alla redazione dell’edizione 2026 del Rapporto Giovani, al centro dell’iniziativa promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo.
«Divisi in focus group, invece di essere semplici oggetti di studio sono diventati essi stessi soggetti: hanno preso parola e ci hanno permesso di capire qualcosa di più su di loro», ha concluso il ricercatore al termine degli interventi degli studenti, tutti e tre iscritti all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Chi pensa che il disimpegno, la rassegnazione e la sfiducia siano i tratti dominanti della generazione Z — quella a cavallo tra i due millenni — e della generazione Alfa, nata interamente nel nuovo secolo, deve ricredersi.
La ricerca — edita da Il Mulino e realizzata da quindici anni grazie al sostegno di Fondazione Cariplo — osserva con continuità il pianeta giovani da più punti di vista: dalla scuola al lavoro, dalla famiglia ai valori, dai consumi alle tecnologie. Il tutto su una base dati imponente raccolta da Ipsos.
Ne emerge un’immagine frastagliata, fatta di luci e ombre. Come ha osservato il Rettore Elena Beccalli, i giovani sembrano «oscillare come un pendolo tra disuguaglianze e possibilità»: da una parte esprimono una forte aspirazione alla stabilità, alle relazioni, al senso; dall’altra si scontrano con un contesto segnato da un’incertezza permanente.