Nell'attuale fase di competizione tra grandi potenze, l'America Latina sembra occupare una posizione peculiare nel sistema internazionale. Tradizionalmente caratterizzata da una notevole stabilità sul piano geopolitico, la regione appare oggi attraversata da tensioni interne e sollecitata da nuove pressioni esterne, che contribuiscono a ridefinirne il ruolo. Interrogarsi sul suo posto nell'ordine mondiale contemporaneo significa misurarsi con una tensione di fondo, in cui pace tra Stati e violenza sociale, apertura economica e fragilità istituzionale tendono a coesistere in un equilibrio non sempre stabile.
Muovendo da queste premesse, martedì 21 aprile, la School of Global Politics dell'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) di Milano ha ospitato un dibattito sul ruolo dell’America Latina nell’attuale ordine internazionale. Introdotto da Damiano Palano, direttore di ASERI, l’incontro ha visto gli interventi di Isabella Alcañiz, Associate Dean for Graduate Education presso il College of Behavioral and Social Sciences dell'Università del Maryland, e Andrés Malamud, Senior Research Fellow all'Università di Lisbona, che hanno delineato i tratti di quello che viene definito “paradosso latinoamericano”: una regione sospesa tra una stabilità internazionale eccezionale e una violenza interna dilaniante.
Secondo l'analisi di Malamud, l'America Latina detiene un primato singolare: è il continente più pacifico al mondo in termini di conflitti tra Stati. Mentre Europa, Asia e Africa sono state ridisegnate da guerre mondiali e dispute territoriali, i confini latinoamericani sono rimasti pressoché invariati dal 1900. Questa stabilità geopolitica convive, tuttavia, con il primato di regione più diseguale del pianeta. Il vero volto della violenza non è quello degli eserciti, bensì quello delle reti di narcotraffico, alimentate da un profondo "disaccoppiamento geografico": la droga prodotta nei Paesi andini viene infatti consumata in larga parte in Europa e negli Stati Uniti. Ne deriva un tragico scambio in cui l'Occidente paga in denaro, mentre l'America Latina paga in vite umane, registrando tassi di omicidio tra i più alti al mondo.
Dal canto suo, Alcañiz ha posto l'attenzione sulla resilienza economica della regione, legata indissolubilmente alle risorse naturali. Se il primo "boom delle commodity" (2002-2014) ha contribuito a sollevare milioni di persone dalla povertà finanziando la cosiddetta "ondata rosa" di governi redistributivi, oggi la regione si trova sulla soglia di un nuovo ciclo legato alla transizione energetica. Poiché Cile e Argentina detengono il 32% delle riserve mondiali di litio, l'America Latina si configura come il fulcro della competizione per i metalli strategici. Tuttavia, Alcañiz ha sottolineato come il ruolo della Cina sia mutato: Pechino non è più il “banchiere di ultima istanza” che offriva prestiti miliardari, ma un partner commerciale a tutti gli effetti.
Nel complesso, il dibattito ha messo in luce una netta divisione delle sfere di influenza: da un lato la geopolitica statunitense, incentrata sulla sicurezza e sul controllo dei confini (il “perimetro di sicurezza”); dall'altro la geoeconomia cinese, che privilegia gli investimenti infrastrutturali rispetto all'intervento militare. Malamud ha poi evidenziato come gli Stati Uniti tendano a intervenire prevalentemente nel loro “vicinato” immediato (Messico e America Centrale), lasciando nel Sud America ampi margini di manovra ad altri attori. In questo vuoto, regimi come quelli di Cuba, Nicaragua e Venezuela riescono a sopravvivere non per un sostegno attivo di Russia o Cina, ma perché tali potenze non intendono rischiare un confronto diretto con Washington per difenderli.
L'analisi emersa dal dibattito suggerisce, in definitiva, che l'America Latina rappresenti un laboratorio globale in cui si intrecciano le sfide della sostenibilità, della sicurezza e della tenuta democratica. Il futuro della regione dipenderà dalla capacità delle istituzioni liberali di rispondere alla crescente domanda di sicurezza senza cedere a modelli autoritari, garantendo, al contempo, che la nuova corsa alle risorse naturali si traduca in una crescita inclusiva e non in una rinnovata dipendenza estrattiva, e di superare le croniche polarizzazioni politiche che continuano a minarne la stabilità a lungo termine.
Revisione linguistica a cura di Tommaso Ravizza