Quanto è davvero disuguale l’Italia di oggi? Perché il lavoro non basta più a garantire mobilità sociale? E quale ruolo giocano eredità, tecnologia e politiche pubbliche nel ridisegnare le opportunità tra generazioni? A queste domande ha cercato il volume Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Editori Laterza, 2025), a cura di Giacomo Gabbuti, presentato il 18 maggio su iniziativa del Dipartimento di Politica economica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un confronto accademico articolato, che ha intrecciato economia, diritto e sociologia, scattando l’immagine di un Paese in cui le disuguaglianze non solo persistono, ma si trasformano e si radicano.
A introdurre e moderare i lavori è stata Lucrezia Fanti, ricercatrice di Politica economica, che ha sottolineato il carattere collettivo dell’opera: «Un libro in cui diversi ricercatori e ricercatrici analizzano le disuguaglianze socio-economiche in modo ampio e comparato». Dalla sua sintesi emerge un quadro netto: cresce il peso della ricchezza immobiliare e finanziaria, si rafforza la trasmissione intergenerazionale tramite eredità e donazioni, mentre salari e redditi ristagnano. Il tutto si accompagna a divari territoriali e di genere e a un accesso diseguale ai servizi essenziali, dalla salute all’istruzione fino alle tecnologie digitali. «L’Italia peggiora rispetto agli ultimi decenni e anche nel confronto con altre economie avanzate», ha osservato.
Su questo sfondo si è inserito l’intervento della preside della Facoltà di Economia, Antonella Occhino, che ha portato una lettura giuridica del fenomeno. Richiamandosi all’articolo 3 della Costituzione, ha ribadito la distinzione tra uguaglianza formale e sostanziale e il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. «Il primo dei diritti sociali è il lavoro», ha ricordato, «perché è liberazione dal bisogno ed espressione della persona». Centrale anche il tema della solidarietà, definita «non un di più, ma un preciso dovere etico e giuridico». Citando Luigi Mengoni, ha sintetizzato il nesso profondo tra i due concetti: «Giustizia e solidarietà sono due facce della stessa medaglia».
Il discorso si è poi spostato sul piano macroeconomico con Marco Vivarelli, direttore del Dipartimento, che ha evidenziato il peggioramento delle disuguaglianze in Italia. «La disuguaglianza è un danno in sé e diventa particolarmente pericolosa in un contesto di mancata crescita». Il rischio, secondo Vivarelli, è quello di una futura lacerazione sociale: «Oggi le tensioni sono attenuate dalla ricchezza accumulata nelle famiglie durante il boom economico, ma quando questa riserva si esaurirà, la bomba sociale è pronta a detonare».
Uno sguardo diverso, più attento ai comportamenti e agli spazi sociali, è stato offerto da Ivana Pais, sociologa dei processi economici e del lavoro. «Parlare di disuguaglianza non significa solo parlare di povertà», ha chiarito, spostando l’attenzione sulla “normalizzazione della ricchezza”. La sociologa della Cattolica ha descritto una società in cui i ricchi tendono a isolarsi anche fisicamente, vivendo in spazi separati e ridefinendo l’uso dei luoghi urbani. «La divisione passa anche dagli spazi quotidiani», ha specificato, citando esempi come le stazioni, dove le aree comuni sono state sostituite da servizi commerciali. A questo si aggiunge il ruolo crescente delle piattaforme digitali, che introducono «nuove forme di potere e nuovi attori nel sistema».
A chiudere il convegno è stata Maria Enrica Virgillito, docente di Politica economica e tra le autrici del volume, che ha ricostruito la genesi del lavoro a partire dalla crisi del 2008, «la più lunga dopo quella del 1929». Il suo intervento ha messo in discussione una delle narrazioni più diffuse: “Ti meriti il salario che hai in base alle tue competenze”. Una visione che, secondo Virgillito, conduce «a un vicolo cieco», perché ignora come i processi economici siano il risultato di rapporti gerarchici e di potere. «Non c’è corrispondenza tra processi decisionali e salario», ha detto, ricordando che «potere e conoscenza vanno insieme». Nel tempo, ha aggiunto, si sono accumulate disuguaglianze sostanziali: redditi reali in calo, profitti non reinvestiti e una crescente distanza tra lavoro e capitale. In questo quadro, anche l’intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo: «Non aumenta necessariamente la disuguaglianza», ma «sposta la distribuzione a favore del capitale, comprimendo i salari».
La fotografia che emersa è chiara: le disuguaglianze non sono un fenomeno naturale né inevitabile, ma il risultato di scelte economiche, istituzionali e sociali. Da qui l’esigenza, richiamata in conclusione da Antonella Occhino, di una funzione regolatoria «attenta e ben costruita, capace di intervenire sui meccanismi che generano squilibri».