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La sostenibilità non è un’opzione facoltativa

30 marzo 2026

La sostenibilità non è un’opzione facoltativa

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Oggi, la sostenibilità, non è una materia verticale, non è un compartimento isolato, ma soprattutto, non è più un’opzione facoltativa per le aziende.

Questo è il messaggio emerso dai Green Days 2026, che si sono svolti in Università Cattolica, a Milano, giovedì 26 marzo nella nuova sede San Francesco. Nel corso dell’incontro, la professoressa Ivana Pais, in qualità di presidente del Comitato Università Mondo del Lavoro, ha dialogato con i rappresentanti di Coca-Cola, Coop, Henkel e L’Oréal. Tanti i temi trattati, dalla finanza "green" ai prodotti con formulazioni biobased.

Il mercato sta cambiando sotto i nostri occhi, passando da un modello di consumo lineare a uno circolare dove, come spiegato dalla rappresentante di L’Oréal Laura Battaglia, l'obiettivo è produrre beni che restino a lungo nel mercato, riducendo l’uso delle materie prime vergini. L’obiettivo della transizione della multinazionale del beauty è concreto: formule biobased al 75% entro il 2030, una drastica riduzione di plastica e fabbriche che già oggi stanno iniziando ad utilizzare acqua riciclata.

Anche per un gigante come Coca-Cola, rappresentata da Cristina Camilli, la sfida è imponente: se la storica ricetta della bevanda è intoccabile, tutto il resto è in rinnovamento: dalla sgrammatura delle bottiglie o l’uso di plastica (rPET) fino al packaging secondario, dove il cartone ha preso il posto della plastica negli imballaggi.

Sara Re Dionigi, per Henkel, ha posto l'accento sulla cruciale "user fase", ovvero l'impatto generato dal consumatore a casa propria. Progettare detersivi capaci di rinnovare le fibre dei capi per contrastarne l'acquisto compulsivo e garantire alte performance anche in cicli brevi a freddo, è diventata una priorità strategica per ridurre le emissioni complessive. Questa visione integrata sta riscrivendo anche l'organizzazione aziendale: se fino a pochi anni fa il comparto sostenibilità non esisteva, oggi figure come gli esperti di finanza sostenibile o analisti di dati green sono centrali e trasversali a ogni ramo aziendale. «Circa quattro anni fa non esisteva in azienda nemmeno il comparto sostenibilità, oggi è invece in continua crescita e si sta espandendo in ogni ramo dell’azienda e della produzione», sottolinea Re Dionigi.

Questa accelerazione è dettata anche da una pressione fortissima che arriva dalla Gen Z che, come sottolineato nel corso del dibattito da Chiara Faenza, rappresentante della Coop, è la prima generazione in assoluto a prestare un’attenzione così forte all’ambiente. «Nel prodotto, non cerca solo la qualità, ma anche una coerenza assoluta tra ciò che l’azienda dichiara e l’effettiva azione». Per rispondere a questa domanda di trasparenza, le aziende si muovono su più fronti: dal miglioramento del packaging alla fornitura di dati certi che evitino il rischio greenwashing. Servono trasparenza ed enti terzi che attestino ciò che l’azienda fa effettivamente.

Ma essere sostenibili costa. La plastica riciclata europea costa molto più di quella vergine asiatica, ad esempio. Eppure, tornare indietro è impossibile. Per le aziende quotate in borsa, mancare un obiettivo di ecosostenibilità come il "Net Zero" entro il 2045 di Henkel o i target intermedi 2030 di L'Oréal, non è solo un danno d'immagine: è un rischio finanziario. Se le promesse non vengono rispettate nei tempi previsti, le azioni calano e il consumatore perde fiducia.

La sostenibilità, come emerso chiaramente dal dialogo di questa mattina, è diventata un pilastro portante della reputazione aziendale: il consumatore moderno vuole sapere cosa c'è dietro il brand e non perdona chi non investe con trasparenza nel futuro del pianeta.

Al termine dell’incontro, si sono poi tenuti colloqui individuali con le aziende presenti, a cui studentesse e studenti dell’Università Cattolica hanno avuto la possibilità di iscriversi gratuitamente.

Un articolo di

Alice Colombo e Marco Novali

Scuola di Giornalismo

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