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'In Campo Insieme', lo sport si fa ponte per l’inclusione degli stranieri

05 giugno 2026

'In Campo Insieme', lo sport si fa ponte per l’inclusione degli stranieri

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Alcuni sport possiedono la capacità di parlare un linguaggio universale che supera le barriere linguistiche, culturali e sociali. Il calcio è probabilmente tra questi e tale caratteristica è stata sfruttata all’interno della sperimentazione “In Campo Insieme: sviluppo di competenze professionali per lo sport e l’inclusione sociale”, nel contesto del progetto FAMI che opera in direzione del potenziamento della governance dei servizi nell’ambito della migrazione legale.

L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: dimostrare che l'accoglienza non deve essere vissuta come una gestione emergenziale isolata, bensì come una prassi quotidiana di sviluppo territoriale integrato.

Il percorso biennale, finanziato dal Ministero dell'Interno e coordinato dalla Prefettura – UTG di Brescia nel ruolo di capofila, in collaborazione con il Centro Migranti e in partenariato con la sede di Brescia dell’Università Cattolica, è rivolto ai richiedenti protezione internazionale che punta a rendere parte integrante della comunità ospitante, offrendo prospettive future professionali e personali.

Dall'accoglienza alla professionalizzazione, l’auspicio è infatti l'inserimento effettivo dei ragazzi all'interno delle società sportive limitrofe ai centri di accoglienza - con la qualifica di aiuto allenatori o altro - puntando anche sulla vicinanza logistica per agevolare l'impegno quotidiano.

Un articolo di

Bianca Martinelli

Bianca Martinelli

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Al bando la visione del calcio come semplice attività ricreativa o fisica, l’iniziativa prevede anche momenti formativi in aula oltre alle attività pratiche sul campo. Il piano non si rivolge infatti solo ai migranti, ma include un percorso speculare di preparazione dedicato alle stesse società sportive ospitanti.

Mentre chi proviene dai CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) ha l'opportunità di conoscere i differenti ruoli che animano un club (dall'atleta al volontario, dall'aiuto allenatore fino ai quadri dirigenti) comprendendone le relative responsabilità e competenze e diventando capace di autogestire sessioni di allenamento, i membri delle società sportive acquisiscono competenze relazionali, sociali e comunicative indispensabili per gestire gruppi di individui con vissuti diversi.

Docenti, psicologi dello sport e dottorandi della Cattolica hanno creato una cabina di regia territoriale per raccogliere dati e formalizzare soluzioni di sistema in grado di migliorare la rete di accoglienza e inclusione. L'obiettivo è far dialogare in modo coordinato e continuativo i CAS ed il tessuto sportivo locale, rendendo strutturali queste best practice di inclusione.

Da un lato i numeri: pensato inizialmente per un target di 20 partecipanti, il progetto ha registrato un overbooking spontaneo dovuto all'entusiasmo dei partecipanti, accogliendone alla fine ben 31.

Dall’altro l’indagine ha evidenziato la qualità della partecipazione: a fronte del fisiologico rischio di abbandono - tipico dei percorsi extra-scolastici o di volontariato prolungato - «tutti stanno dimostrando una motivazione ferrea: la presenza è sempre piena, la puntualità costante e vi è un forte senso di responsabilità nel comunicare preventivamente qualsiasi eventuale contrattempo» conferma Caterina Gozzoli, ordinario di Psicologia, Responsabile del corso di laurea magistrale in “Psicologia degli interventi clinici: gruppi, organizzazioni, comunità" e coordinatrice PhD Internazionale in "Scienze dell'esercizio fisico e dello sport".

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