Dorothea Wierer, campionessa italiana di biathlon, si racconta in vista dell’appuntamento di Milano-Cortina, fra gli allenamenti nei boschi, sulle montagne, in silenzio e ascoltando i suoni della natura, e lo sforzo delle gare: il doppio respiro della disciplina sportiva. Il suo intervento per la rubrica "L'Intruso" nel numero 6 della Rivista Vita e Pensiero, il bimestrale di cultura e dibattito dell'Università Cattolica.
Quando un’atleta parla di Olimpiadi, parla del traguardo più prestigioso. Quello che viene poche volte nella vita, quello che è circondato da un alone di luce tutta particolare. Certo, ci sono tanti traguardi. Ci sono i Mondiali, c’è la Coppa del Mondo: credo che ciascuno di noi abbia le sue preferenze personali. E comunque ogni gara, ogni allenamento è un modo per vivere la propria scelta di vita sportiva.
Le Olimpiadi però hanno una storia tutta loro, sono un evento facilmente riconoscibile non solo da noi atleti ma anche da chi non pratica sport. Insomma, le Olimpiadi sono – anche per chi è al di fuori dello sport – un evento unico. Pazzesco, per la quantità di organizzazione e investimenti che c’è dietro, ma anche perché muove tante passioni in un sacco di gente.
Anche per Milano-Cortina 2026 la passione è tanta: ci vuole coraggio e lungimiranza per programmare un evento del genere, che si porta dietro tante cose, grandi e piccole. Per esempio, lo stadio di Anterselva è stato nuovamente ristrutturato e ampliato, compresi i vetri antiproiettile attorno al poligono.
Sono convinta che l’evento porterà lustro all’Italia e al movimento degli sport invernali in generale, perché l’amore per queste discipline è in crescita un po’ dappertutto. Soprattutto c’è molta passione tra noi atleti: non capita così spesso di poter partecipare a un’Olimpiade nel proprio Paese. E per me quest’Olimpiade ha un sapore particolare, più forte, perché si svolgerà a casa mia, dove sono nata e cresciuta. Ho svolto e anche vinto molte gare nella mia Anterselva e sono cresciuta su quelle piste. Poi ho conquistato le mie vittorie più belle al Mondiale del 2020, sempre ad Anterselva, e non avrei mai pensato che avrei potuto vivere un’Olimpiade in quel luogo del cuore.
Mi sono spesso detta che a 30 anni avrei chiuso, ma adesso ne ho 35 e sono ancora qui. Forse la ragione per cui la mia carriera è andata così bene, decisamente meglio di quanto avrei mai sperato, è che non mi sono mai considerata una biatleta forte: così ho finito per vincere molto di più di quel che avrei immaginato e devo ringraziare chi ha creduto in me e mi ha spinto ad andare avanti. Sono nata tra queste montagne: qui ho messo gli sci per la prima volta e qui probabilmente chiuderò la mia carriera. È una sorta di cerchio perfetto, qualcosa che non si può pianificare ma che ti fa effetto.
La passione olimpica ha una dimensione diversa per chi, come me, viene da una lunga carriera agonistica, sia con il gruppo delle Fiamme Gialle della Guardia di Finanza sia con la Nazionale italiana. Per il pubblico, le Olimpiadi arrivano a febbraio 2026, ma gli atleti, gli allenatori e i tecnici cominciano molto prima, con un lungo percorso di allenamento e preparazione. Non posso negare che non è un avvicinamento semplice, perché la pressione è sicuramente tanta e anche l’allenamento serrato dopo tanti anni di carriera si fa sentire, ma l’appuntamento è troppo importante e mi sto impegnando al 100%.
Il biathlon è uno sport bellissimo, ma complesso. Non è sci di fondo: lo sci di fondo si pratica senza carabina e questo non è un particolare. Il biathlon non è semplicemente sci di fondo più gara di tiro: è uno sport diverso, anche perché i gesti tecnici sono diversi. Il movimento del biatleta è diverso da quello del fondista, proprio perché la carabina a tracolla impone che l’ampiezza del movimento sia diversa. Inoltre, il fondo prevede specialità a tecnica classica (quella riconoscibile perché gli atleti passano dentro “binari” già tracciati) sia a tecnica libera (quella che sembra una pattinata). Nel biathlon da diversi anni si pratica solo la tecnica libera.
Le gare poi hanno format molto particolari: si va dalla classica gara individuale (20 km per gli uomini, 15 km per le donne) con quattro prove di tiro (a terra, in piedi, a terra, in piedi) alla Sprint (lunghezza dimezzata e solo due prove di tiro). C’è anche un’altra differenza: nella gara individuale ogni errore costa un minuto di penalità, nella Sprint occorre fare un giro di pista (150 m) per ogni errore al poligono. La Sprint può essere usata anche come prologo per stabilire i distacchi cronometrici in una successiva gara di inseguimento, che è forse la gara ritenuta più spettacolare dal pubblico. Poi ci sono le gare con partenza in linea (tutti insieme) e le staffette. Se si assiste a una gara di biathlon, l’effetto è davvero entusiasmante!
Questo accade, credo, perché il biathlon richiede capacità molto diverse. La forza e la resistenza del fondista, la sua adrenalina nel dare il massimo sotto sforzo sono all’opposto della concentrazione, del controllo mentale del tiratore. Guardate i tiratori nelle gare olimpiche estive: sono persone estremamente calme, che controllano con cura anche il ritmo del loro respiro. Ora immaginate di controllare quel respiro dopo aver spinto a fondo sugli sci per arrivare al tiro: non è per niente semplice. Sicuramente il biathlon coniuga la resistenza fisica al controllo mentale sotto sforzo e la capacità di essere veloce e preciso al poligono. Questo mix di abilità rende il biathlon uno sport unico e accattivante, e forse è questo il motivo per cui sta diventando in molte nazioni uno sport seguitissimo sia sui campi di gara che a livello mediatico.
È uno sport che stimola tante qualità di un atleta: devo sciare più forte possibile contro i miei avversari, poi al poligono la precisione e la gestione della pressione è altissima. Non posso permettermi di sbagliare altrimenti dovrei rincorrere con un gap di tempo i miei avversari.
Il fatto che tutto questo si svolga in condizioni meteo – ci può essere vento freddo, neve e così via – non sempre favorevoli da gestire rende la cosa ancora più complicata ma forse stimolante. Per questo il biathlon è uno sport che mette a dura prova chi lo pratica ma che può dare grossissime soddisfazioni: consiglio ai giovani di non scoraggiarsi nei momenti in cui qualcosa con il tiro o con lo sci non funziona, bisogna avere pazienza e continuare a impegnarsi fino a quando le due discipline collimeranno e tutto sarà più facile e naturale. D’altra parte, in Italia il movimento giovanile del biathlon è in grande crescita, e non solo al nord.
Per me la duplice anima del biathlon si esprime in un doppio respiro, in un doppio ritmo. Quando mi alleno nel bosco, in mezzo alle montagne, apprezzo il silenzio, percepisco tutti i suoni della natura. Ho tantissimo tempo per pensare, sono con me stessa, ma ho sempre bisogno del ritmo: ascolto il mio respiro, il mio fiato. Con la gara cambia tutto: ascolto musica, qualcosa che pompa, per caricarmi. Lì devo dare il massimo, ma rimanere sempre in contatto con il mio respiro. E così, ancora una volta, voglio raccogliere tutte le mie energie, spingere e controllare il respiro, per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
Dorothea Wierer (Brunico, 1990) è la più grande campionessa italiana di biathlon; è stata la terza atleta di sempre ad aver ottenuto un successo in tutti i format di gara. Tra i suoi successi ci sono tre medaglie di bronzo alle Olimpiadi, dodici medaglie – di cui quattro d’oro – ai Campionati Mondiali e sei Coppe del Mondo.