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Migrazioni, media e denaro: il futuro globale di Appadurai

20 maggio 2022

Migrazioni, media e denaro: il futuro globale di Appadurai

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Dal 1996 a oggi è cambiato il mondo. Eppure, già allora Arjun Appadurai aveva capito che flussi migratori, media e soldi sarebbero stati i binari su cui il futuro avrebbe continuato la sua corsa. Poco più di 25 anni dopo la pubblicazione di “Modernità in polvere”, il libro in cui l’antropologo indiano naturalizzato statunitense enunciava le sue tesi, Appadurai ha fatto una sorta di check-up alla sua visione del futuro dialogando con il rettore dell’Ateneo Franco Anelli e il docente Silvano Petrosino nell’ottavo appuntamento di “Sfide per il futuro”, il ciclo di incontri organizzato da Università Cattolica e Associazione Genesi nell’ambito di Progetto Genesi.

«Nessuno di noi nel 1996 era cosciente a tal punto dei rischi connessi al cambiamento climatico, né avremmo immaginato l’affermazione di populismi autoritari e nazionalismi – ha subito sottolineato Appadurai-. I mutamenti climatici stanno mettendo pressione a sempre più persone per spostarsi, come in Africa, mentre il ritorno dei nazionalismi rende ancora più complesso l’inserimento in nuove società per i migranti. I diritti umani sono una delle grandi sfide di oggi».

Ma anche media e denaro hanno subito mutazioni radicali: «I social media hanno rivoluzionato l’idea di notizia ma anche di verità. Oggi giornali e televisioni si nutrono di gossip o propaganda nate sui social -ha detto Appadurai-, e lì chiunque abbia un messaggio polemico o fazioso trova un pubblico disposto ad ascoltarlo. Per quanto riguarda i soldi bisogna constatare che il mondo finanziario, dove chiunque può fare scommesse sul futuro, è ormai quasi completamente separato dal mondo della produzione e la crisi del 2008 sembra non avere avuto conseguenze su questo».

Per Appadurai questi cambiamenti vanno a toccare l’idea stessa di democrazia e di libertà: parole come uguaglianza e benessere cominciano a svuotarsi di senso in un mondo in cui non esiste un legame tra economia reale e finanza o dove i media consentono a chiunque di riportare opinioni e vincolare i fatti a esse. «Ma non perdo la speranza perché le persone più povere ed emarginate sono tuttora piene di speranza. Inoltre credo che media e denaro, oggi nelle mani di poche élites, possano essere cambiati. Per farlo però servono nuovi territori di incontro: non più quelli di classe sociale o appartenenza politica. Occorre generare solidarietà, affinità e rivoluzione. Non sono facili da trovare, ma dobbiamo buttarci in questa sfida».

Secondo Anelli «nella prospettiva di Appadurai, per risolvere nel senso della redistribuzione le enormi disuguaglianze generate dalla globalizzazione bisogna rifondare e validare con strumenti antropologici un’etica della possibilità, che si indentifica in quei modi di pensare, sentire e agire che ampliano gli orizzonti della speranza, espandono il campo dell’immaginazione, generano una maggiore equità nella capacità di aspirare e allargano gli spazi di una cittadinanza informata attiva e critica. In questa ottica, sperare non vuol dire, fatalisticamente, “aspettare che” muti una condizione di svantaggio, ma implica la paziente e laboriosa partecipazione di chi è in condizione di svantaggio all’attesa che questa cambi, smossa da una capacità sempre più diffusa, autocosciente e condivisa di avere aspirazioni».

Per Silvano Petrosino, docente di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media della Cattolica, la lezione di Appadurai è fondamentale per comprendere la globalizzazione: «Essa è un fenomeno che non va subìto ma che attende di essere compreso. Dai suoi testi emerge il bisogno di interrogarsi sull’uomo. Per comprendere la globalizzazione non basta analizzare dinamiche tecniche e fisiche, ecco perché serve l’antropologia. L’uomo non è uno spirito ma è fatto di culture, tradizioni, costumi, gusti, fede».

Appadurai evita di smaterializzare l’essere umano e rivolge la sua indagine al futuro dell’uomo, non al suo passato: «L’uomo è l’essere del possibile, tanto da avere il coraggio di andare al di là del probabile -ha concluso Petrosino-. È il tema dell’utopia, ma anche il messaggio centrale delle grandi religioni: sperare contro ogni speranza. La nostra tradizione ha sempre letto il futuro come una proiezione del presente, mi chiedo se forse non dobbiamo provare ad andare oltre per aprirci a un avvenire che non sia frutto di un nostro progetto».

Un articolo di

Michele Nardi

Michele Nardi

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