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La sapienza di una giustizia a misura d'uomo

07 settembre 2022

La sapienza di una giustizia a misura d'uomo

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Niente bende sugli occhi, se non per rifuggire le pressioni del potere. La spada e le pene usate non per ferire ma indicare la via smarrita da ritrovare. Ecco la Giustizia guidata dalla Sapienza. Il Presidente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti dei detenuti Matteo Palma l’ha raccontata attraverso quadri ed esperienze raccolte durante la sua carriera intervenendo nell’undicesima conversazione di Progetto Genesi organizzata da Università Cattolica e Associazione Genesi.

Dialogando con il professor Gabrio Forti, Palma ha smascherato alcuni stereotipi costruiti attorno alla figura della Giustizia con il supporto di opere d’arte come la “Zattera della Medusa” di Gericault o gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti. Proprio nel capolavoro custodito nel Palazzo Pubblico di Siena si rappresenta la Giustizia che genera Concordia poiché ispirata da Sapienza: «Senza questi tre elementi non ci può essere vera giustizia – afferma Palma-. Essa deve essere un atto restituente. Oggi invece il confine tra limitazione della libertà e segregazione è sempre molto labile».

È il caso di detenuti con diverso orientamento sessuale ancora più isolati all’interno di un ambiente come quello del carcere, oppure di anziani che per necessità di essere protetti finiscono in strutture dove sono privati di tutto. Segno di una concezione di giustizia intesa come applicazione di una pena, non come possibilità di correzione: «Spesso ho raccomandato a me e ai miei collaboratori di fare attenzione allo sguardo assuefatto quando andiamo a visitare situazioni difficili. Occorre scandalizzarsi sempre davanti al male, non considerarlo come inevitabile» sottolinea Palma.

La riflessione si sposta dentro al carcere: «Ci sono migliaia di persone detenute che devono scontare meno di due anni. Il penitenziario per un periodo del genere non serve a nulla – continua Palma. Per determinare un progetto di recupero occorre conoscere la persona che si ha davanti e per legge la prima valutazione si può fare solo dopo 6 mesi. Si tratta di una sottrazione di tempo inutile. Credo sia invece necessario superare la sussidiarietà dello strumento della giustizia penale».

E il tema della giustizia riparativa rientra perfettamente in questa ottica, come ribadito dal professor Forti: «Per sostituire la pena occorre guardare in faccia la realtà e partire dalla dignità come diritto matrice. Secondo Pico de la Mirandola la gloria dell’uomo deriva dalla sua mutabilità e proprio a questo principio si ispira il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, dove si dice esplicitamente che ogni pena deve tendere alla rieducazione. La concezione antropologica alla base di questo comma obbliga lo Stato a impegnarsi per ricucire il filo narrativo di ogni persona bruscamente interrotto da un reato. Una storia che può ripartire grazie a una sanzione ma che deve essere sempre ben presente a chi esercita la giustizia».

Un articolo di

Michele Nardi

Michele Nardi

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