L’evoluzione dalla IA
Che almeno le macchine stiano evolvendo, e anche piuttosto velocemente, pare chiaro a Luca Mari, professore di Misure elettriche ed elettroniche, che ha proposto tre fasi: le prime due - quella delle macchine a comportamento programmato e quella delle learning machines - sono già alle nostre spalle, mentre saremmo già entrati in una terza fase, quella dell’«agency, in cui i sistemi di intelligenza artificiale non sono più semplici strumenti che eseguono istruzioni ma agenti capaci di prendere iniziative».
La chiave di questa evoluzione tecnologica, ha spiegato Guido Consonni, professore di Statistica, sta nella capacità della macchina di cogliere i nessi causali che consente loro di imparare non più solo dagli errori.
Avremo allora macchine capaci anche di inventare? Su questo punto è parso piuttosto scettico Andrea Gaggioli, direttore del centro di ricerca PsiCom: non la macchina non potrà mai essere creativa, ha sostenuto, semmai lo diventerà «il sistema che con essa svilupperà l’uomo», in un rapporto sempre più stretto, forse in futuro addirittura «simbiotico».
Un luogo in cui l’interazione uomo-macchina ha già raggiunto risultati straordinari è quello del gaming. Nei videogiochi l’IA costruisce storie, compone la musica, realizza le immagini, gestisce le relazioni tra giocatori e avatar; tuttavia, ha sottolineato Daniele Toti, professore di Informatica, quando «l’intervento artificiale prende il sopravvento sulla creatività umana, gli utenti generalmente se ne accorgono e lo rifiutano». E forse questa non è una cattiva notizia.
L’evoluzione degli uomini con le macchine
Ma se le macchine cambiano e lo fanno velocemente, come stanno cambiando gli esseri umani che le usano?
Michela Balconi, professoressa di Neuroscienze cognitive e direttrice del centro di ricerca IrcCAN, ha illustrato gli effetti dell’uso massivo dell’IA sulle funzioni cognitive. Gli studi di hyperscanning, che analizzano l’attività simultanea di più cervelli durante un’interazione, aprono scenari ambivalenti: da un lato sembrano indicare un potenziamento delle facoltà mentali, dall’altro mettono in luce nuove forme di vulnerabilità.
Nel frattempo, l’intelligenza artificiale è entrata già nei luoghi di lavoro. Ivana Pais, professoressa di Sociologia economica, ha presentato i primi risultati dell’osservatorio CNEL sull’adozione dell’IA. Da questa indagine, ha spiegato, è emerso che l’intelligenza artificiale è già materia di contrattazione tra dipendenti e datori di lavoro, in maniera più o meno conflittuale. Ma ciò che più sorprende, ha osservato la studiosa, «è che in nessuno dei contratti analizzati si faccia riferimento all’impatto ambientale di questa tecnologia che, come è noto, ha bisogno di grandi quantità di energia per funzionare».
D’altra parte, la velocità dell’innovazione supera continuamente la capacità di adattamento negli ambienti lavorativi, generando quello che Stefano Gatti, Head of Data & Analytics di Nexi, ha definito un «debito formativo cronico».
Come e cosa regolamentare
L’ultima tavola rotonda ha affrontato le implicazioni giuridiche e politiche. E anche su questo versante non mancano le criticità.
Secondo Barbara Boschetti, professoressa di Diritto amministrativo, esiste il rischio di una deriva liberista che favorendo un progressivo indebolimento della regolamentazione, erode le basi stesse della nostra democrazia; mentre Gabriele Della Morte, professore di Diritto internazionale, ha insistito sullo spaesamento prodotto dal digitale: «il diritto nasce in uno spazio geografico e temporale definito, mentre il mondo digitale dissolve prossimità e successione temporale». Da qui la difficoltà a stabilire norme per fenomeni globali, immateriali e velocissimi. Secondo Della Morte, una possibile soluzione potrebbe essere distinguere tra hardware, software e dati, costruendo «sistemi regolatori differenziati ma integrati».
A chiudere il pomeriggio è stato Roberto Moro Visconti, professore di Finanza aziendale, che ha affrontato l’impatto dell’Intelligenza artificiale sulla didattica all’interno dell’Università. «L’IA è facile da usare, rapida, ti dà sempre ragione; ma la vita reale è fatta anche di conflitti: mancheremmo al nostro compito di docenti se non ve lo ricordassimo», ha osservato rivolgendosi agli studenti.
E forse fare i conti con il conflitto, invece di rimuoverlo, è anche la chiave per affrontare le ambiguità di questi strumenti sui quali, in fondo, continuiamo a proiettare noi stessi.