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Nel dialogo tra i saperi la chiave per umanizzare l’IA

19 maggio 2026

Nel dialogo tra i saperi la chiave per umanizzare l’IA

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L’intelligenza artificiale non è più soltanto un’innovazione tecnologica. È una questione antropologica, educativa, politica, economica e perfino spirituale. Va quindi affrontata da più punti di vista. È questa la prospettiva al centro di “Humane Artificial Intelligence. From Foundations to Applications and Policy Frameworks”, una raccolta di saggi edita da Vita e Pensiero e curata da Giuseppe Riva, professore di Psicologia generale e direttore dello Humane Technology Lab dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e da Massimo Chiriatti, Chief Technology & Innovation Officer di Lenovo Italia e docente all’Università Cattolica e alla Luiss. Raccogliendo il contributo di docenti che nell’Ateneo insegnano discipline differenti, il volume è infatti un tentativo di mettere in dialogo i saperi.

Una prova di quanto possa essere fecondo questo approccio la si è avuta proprio durante il convegno di presentazione dell’opera, avvenuto giovedì 14 maggio nel nuovo polo della sede milanese dell’Ateneo.

Dopo i saluti del Rettore Elena Beccalli -  che ha insistito proprio sulla necessità di un’“alleanza tra le discipline” e anche tra “università”-  in una mezza giornata di studio, filosofi, neuroscienziati, psicologi, economisti, giuristi, statistici e informatici, che insegnano all’Università Cattolica, si sono confrontati su una domanda comune: come evitare che il genio uscito dalla lampada degli ingegneri informatici, esaudendo i nostri desideri, assecondi anche quelli peggiori o addirittura ne sviluppi di propri.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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In fondo era questo il tema della keynote speech affidata a Mario De Caro, titolare della Cattedra UNESCO in Ethics of AI and Practical Wisdom all’Università Roma Tre e visiting professor alla Tufts University di Boston chiamato a confrontarsi con gli autori del libro.

Incorporare l’etica nelle macchine

Secondo il filosofo, i sistemi di IA stanno acquisendo livelli crescenti di autonomia e imprevedibilità, rendendo urgente il problema della explainability, cioè della comprensione dei processi decisionali delle macchine. Non basta, ha sostenuto, limitare gli usi più pericolosi dell’IA: occorre «incorporare principi etici direttamente nella progettazione degli algoritmi», secondo il principio dell’ethical by design. Insomma, sarebbe bene educare il Genio prima di farlo uscire dalla lampada, piuttosto che riparare ai suoi errori dopo.

Problema, però, tutt’altro che facile da risolvere, come ha osservato nella prima tavola rotonda dedicata ai fondamenti delle relazioni uomo-IA Alessandro Giordani, professore di Logica e Filosofia della scienza, perché a quel punto occorrerà anche interrogarsi sul fondamento stesso degli schemi morali su cui vogliamo modellare le macchine. E potremmo non trovarci tutti d’accordo su tanti principi la cui validità ci risulta evidente.

Sono preoccupazioni esagerate? Antonella Marchetti, direttrice del Dipartimento di Psicologia, ha messo in guardia dal cedere a eccessivi allarmismi. A suo parere, molte delle nostre paure non sono altro che una reazione alla «ferita narcisistica» prodotta da questa innovazione; faremmo meglio ad «accettare che l’uomo non è più al centro dell’intelligenza», così come abbiamo accettato che non è più al centro dell’universo (dopo Copernico), dell’evoluzione (dopo Darwin) e della sua stessa psiche (dopo Freud), e «instaurare una relazione di fiducia con le macchine» che abbiamo creato per «evolvere insieme ad esse». Il rapporto uomo-macchina è già vantaggioso in molti casi, ha osservato, citando come esempio i miglioramenti nelle capacità relazionali e socio-cognitive che grazie all’interazione con l’IA possono raggiungere persone con disturbi dello spettro autistico e anziani con patologie neurodegenerative.

L’evoluzione dalla IA

Che almeno le macchine stiano evolvendo, e anche piuttosto velocemente, pare chiaro a Luca Mari, professore di Misure elettriche ed elettroniche, che ha proposto tre fasi: le prime due - quella delle macchine a comportamento programmato e quella delle learning machines - sono già alle nostre spalle, mentre saremmo già entrati in una terza fase, quella dell’«agency, in cui i sistemi di intelligenza artificiale non sono più semplici strumenti che eseguono istruzioni ma agenti capaci di prendere iniziative».

La chiave di questa evoluzione tecnologica, ha spiegato Guido Consonni, professore di Statistica, sta nella capacità della macchina di cogliere i nessi causali che consente loro di imparare non più solo dagli errori.

Avremo allora macchine capaci anche di inventare? Su questo punto è parso piuttosto scettico Andrea Gaggioli, direttore del centro di ricerca PsiCom: non la macchina non potrà mai essere creativa, ha sostenuto, semmai lo diventerà «il sistema che con essa svilupperà l’uomo», in un rapporto sempre più stretto, forse in futuro addirittura «simbiotico».

Un luogo in cui l’interazione uomo-macchina ha già raggiunto risultati straordinari è quello del gaming. Nei videogiochi l’IA costruisce storie, compone la musica, realizza le immagini, gestisce le relazioni tra giocatori e avatar; tuttavia, ha sottolineato Daniele Toti, professore di Informatica, quando  «l’intervento artificiale prende il sopravvento sulla creatività umana, gli utenti generalmente se ne accorgono e lo rifiutano». E forse questa non è una cattiva notizia.

L’evoluzione degli uomini con le macchine

Ma se le macchine cambiano e lo fanno velocemente, come stanno cambiando gli esseri umani che le usano?

Michela Balconi, professoressa di Neuroscienze cognitive e direttrice del centro di ricerca IrcCAN, ha illustrato gli effetti dell’uso massivo dell’IA sulle funzioni cognitive. Gli studi di hyperscanning, che analizzano l’attività simultanea di più cervelli durante un’interazione, aprono scenari ambivalenti: da un lato sembrano indicare un potenziamento delle facoltà mentali, dall’altro mettono in luce nuove forme di vulnerabilità.

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale è entrata già nei luoghi di lavoro. Ivana Pais, professoressa di Sociologia economica, ha presentato i primi risultati dell’osservatorio CNEL sull’adozione dell’IA. Da questa indagine, ha spiegato, è emerso che l’intelligenza artificiale è già materia di contrattazione tra dipendenti e datori di lavoro, in maniera più o meno conflittuale. Ma ciò che più sorprende, ha osservato la studiosa, «è che in nessuno dei contratti analizzati si faccia riferimento all’impatto ambientale di questa tecnologia che, come è noto, ha bisogno di grandi quantità di energia per funzionare».

D’altra parte, la velocità dell’innovazione supera continuamente la capacità di adattamento negli ambienti lavorativi, generando quello che Stefano Gatti, Head of Data & Analytics di Nexi, ha definito un «debito formativo cronico».

Come e cosa regolamentare

L’ultima tavola rotonda ha affrontato le implicazioni giuridiche e politiche. E anche su questo versante non mancano le criticità.

Secondo Barbara Boschetti, professoressa di Diritto amministrativo, esiste il rischio di una deriva liberista che favorendo un progressivo indebolimento della regolamentazione, erode le basi stesse della nostra democrazia; mentre Gabriele Della Morte, professore di Diritto internazionale, ha insistito sullo spaesamento prodotto dal digitale: «il diritto nasce in uno spazio geografico e temporale definito, mentre il mondo digitale dissolve prossimità e successione temporale». Da qui la difficoltà a stabilire norme per fenomeni globali, immateriali e velocissimi. Secondo Della Morte, una possibile soluzione potrebbe essere distinguere tra hardware, software e dati, costruendo «sistemi regolatori differenziati ma integrati».

A chiudere il pomeriggio è stato Roberto Moro Visconti, professore di Finanza aziendale, che ha affrontato l’impatto dell’Intelligenza artificiale sulla didattica all’interno dell’Università. «L’IA è facile da usare, rapida, ti dà sempre ragione; ma la vita reale è fatta anche di conflitti: mancheremmo al nostro compito di docenti se non ve lo ricordassimo», ha osservato rivolgendosi agli studenti.

E forse fare i conti con il conflitto, invece di rimuoverlo, è anche la chiave per affrontare le ambiguità di questi strumenti sui quali, in fondo, continuiamo a proiettare noi stessi.

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