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Proteggere i minori dagli abusi, una riflessione in Cattolica
In Cattolica si è svolto un incontro interdisciplinare sulle azioni di salvaguardia dei minori, vittime di abusi e maltrattamenti nella nostra società
| Redazione
16 ottobre 2026
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La prevenzione degli abusi non si esaurisce nell’adozione di norme e protocolli, ma richiede un cambiamento culturale che coinvolga le organizzazioni, la qualità delle relazioni e la responsabilità delle comunità. Un sistema di protezione è realmente efficace quando non si limita a intervenire, ma crea le condizioni affinché chi chiede aiuto possa essere ascoltato e tutelato, senza esporsi a nuove sofferenze.
Il tema è stato al centro della giornata “Per una cultura della prevenzione. Riflessioni interdisciplinari a partire dall’esperienza della Chiesa Cattolica italiana nella tutela delle persone vulnerabili dagli abusi in contesti religiosi, educativi e sociali” che si è svolta mercoledì 14 ottobre a Milano, promossa dall’Alta Scuola Federico Stella sulla giustizia penale, dal Centro pastorale e dal Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo, con la collaborazione del Servizio nazionale per la tutela minori e adulti vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana.
Nell’introdurre i lavori la rettrice Elena Beccalli ha parlato di «una sfida culturale, che coinvolge l’accademia. Una sfida che richiede un approccio multidisciplinare, fondato su saperi, professionalità e competenze differenti». In particolare, c’è una questione da affrontare – ha sottolineato la rettrice: «Da diverse indagini empiriche emerge con forza il tema della vittimizzazione secondaria, ossia il rischio che chi ha subito una violenza possa essere esposto a nuovi traumi a causa di risposte inadeguate o poco sensibili. È da questa esperienza che nasce spesso la sfiducia, che siamo chiamati a contrastare, squarciando la coltre di silenzio, reticenza e diffidenza che troppo spesso avvolge queste vicende. Qui emerge il nostro ruolo di educatori, perché sensibilizzando le studentesse e gli studenti possiamo invertire la tendenza».
In linea con questo pensiero Raffaella Iafrate, delegata del Rettore per le Pari opportunità, ha precisato che «L’approccio competente e lo spazio di dialogo sono la base per l’avvio di un processo e una comunicazione corretta e documentata che poi consente di sensibilizzare la società e innescare il cambiamento». Uno dei contributi dell’Università Cattolica sono le linee guida per la Child protection policy a tutela dei soggetti più fragili, coordinata dalla professoressa.
Intervenire attraverso una forte e condivisa azione di prevenzione è fondamentale. Come ha specificato anche il segretario generale della CEI monsignor Giuseppe Baturi citando Benedetto XVI «le misure per occuparsi dei crimini sono essenziali ma è necessaria una nuova visione sulle nuove generazioni».
La questione riguarda non soltanto gli ambienti religiosi, ma anche scuole, associazioni sportive, strutture sanitarie e luoghi di lavoro e di aggregazione. In tutti questi contesti, il safeguarding rappresenta un insieme di strumenti, responsabilità e pratiche organizzative finalizzati a proteggere le persone vulnerabili e ridurre i rischi. Le regole, sebbene indispensabili, devono tradursi in formazione, procedure accessibili, ruoli definiti e interventi concreti, diventando parte integrante della vita quotidiana delle organizzazioni.
Il convegno ha offerto l’occasione per approfondire il funzionamento del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), nelle sue articolazioni nazionale, rappresentata al convegno da Chiara Griffini (presidente Servizio Nazionale Tutela Minori), Luisa Roncari (psicologa e membro della Consulta Nazionale Servizio Nazionale Tutela Minori), don Gianluca Marchetti (Sottosegretario CEI), regionale con don Tarcisio Bove (coordinatore regionale del Servizio per la Tutela Minori), e diocesana con Nicoletta Pirovano (referente diocesana per la Tutela Minori, Arcidiocesi di Milano).
Il percorso si inserisce in una collaborazione già avviata con l’Ateneo, anche attraverso la nomina, nel 2024, della professoressa Claudia Mazzucato nella Consulta nazionale e il contributo del professor Luciano Eusebi nell’ambito giuridico del servizio regionale lombardo.
Durante la giornata è stata affrontata in particolare l’importanza della prevenzione perché non si arrivi all’esito drammatico della vittimizzazione. Il confronto ha coinvolto docenti dell’Ateneo con competenze diverse (la sociologa Elena Cabiati, la giurista Anna Gianfreda, gli psicologi Chiara Ionio, Luca Milani, Sarah Miragoli, Davide Massaro, il pedagogista Silvio Premoli, il docente di Teologia don Roberto Maier e l’assistente pastorale padre Enzo Viscardi), oltre che Azione Cattolica Italiana (Paolo Seghedoni), Agesci (Francesco Silipo), Fidae (Virginia Kaladich) e Fondazione Oratori Milanesi (don Stefano Guidi), realtà impegnate quotidianamente nell’educazione e nella formazione perché la prevenzione passa dalla preparazione degli educatori, e dalla possibilità di segnalare comportamenti inappropriati senza timore di conseguenze. Questa azione “sentinella” interpella tutti perché l’abuso non riguarda soltanto chi commette la violenza e chi la subisce, ma ferisce l’intera comunità, incrina i legami e compromette la fiducia nelle persone e nelle istituzioni.
Come ha detto il professor Gabrio Forti «gli abusi, tutti, sono abusi di potere e producono non solo una distruzione della fiducia della vittima, ma un’erosione della fiducia nella garanzia che le figure apicali devono prestare alla nostra esistenza».
Prevenire significa, quindi, individuare i fattori che favoriscono gli abusi, dagli ambienti poco vigilati alla tolleranza verso comportamenti che, invece, andrebbero segnalati.
Uno degli aspetti più delicati affrontati durante il convegno è stato quello della vittimizzazione secondaria, ossia il rischio che chi ha già subito una violenza debba affrontare ulteriori sofferenze a causa di risposte inadeguate, atteggiamenti insensibili o procedure poco rispettose. La paura di non essere creduti, di essere giudicati o di dover ripetere più volte il racconto di un’esperienza traumatica può diventare un ostacolo alla richiesta di aiuto. Il rischio aumenta quando la reputazione dell’organizzazione o la posizione di chi è accusato sembrano prevalere sulla necessità di accertare i fatti e proteggere le persone coinvolte.
Le relazioni possono diventare il luogo della ferita, ma anche lo spazio in cui avviare un percorso di guarigione. La cura non cancella il danno né ripristina automaticamente la fiducia, richiede accompagnamento, formazione e attenzione duratura alla persona, evitando che la sofferenza venga aggravata dall’indifferenza o dall’abbandono.
Come ha sottolineato l’assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo monsignor Claudio Giuliodori concludendo la giornata «Come diceva san Paolo “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme”». La ferita di una persona interpella l’intera comunità: da questa consapevolezza può nascere una cultura capace di rompere il silenzio, riconoscere il dolore e trasformare la prevenzione in una responsabilità quotidiana».
Accanto alla cura restano imprescindibili, inoltre, la verità, il riconoscimento delle responsabilità e la giustizia. Anche la giustizia riparativa va intesa in questa prospettiva, senza confonderla con la rinuncia alle responsabilità. Le istituzioni sono chiamate a interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibili le violenze e sulle trasformazioni necessarie per prevenirle partenendo dall’apprendimento dei propri errori. La ferita di una persona interpella l’intera comunità: da questa consapevolezza può nascere una cultura capace di rompere il silenzio, riconoscere il dolore e trasformare la prevenzione in una responsabilità quotidiana. Per questo è stata istituita dalla CEI la “Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi”, che verrà celebrata, anche in Università Cattolica, il 18 novembre 2026.
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