Abbiamo chiesto al professor Lorenzo Ornaghi, già rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dal 2002 al 2012, di ricordare la figura e il rilevante ruolo storico del Card. Camillo Ruini, rispondendo alle seguenti sollecitazioni.
Il Card. Ruini ha sempre rivendicato, come ebbe modo di spiegare in un breve saggio del 1997 sulla rivista «Vita e Pensiero», il legame speciale che l’Università Cattolica ha con la Chiesa e con i cattolici italiani. A suo parere, da dove nasceva questa convinzione?
«Le radici di questa profonda convinzione, che si accompagnava nel Cardinale a un affetto per l’Università Cattolica intenso e trattenuto ma facilmente percepibile, vanno con ogni probabilità cercate già nei suoi anni giovanili, nella formazione in seminario, nelle prime esperienze pastorali. D’altronde, che tutta la Chiesa italiana sentisse e potesse amare l’Università Cattolica come propria figlia, era intendimento a cui padre Gemelli aveva sempre dedicato energie e grande passione. Certamente, i decenni di partecipazione diretta ai momenti ordinari e straordinari della vita dell’Ateneo dei cattolici italiani – come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e anche come componente del Consiglio d’Amministrazione dell’Università in qualità di rappresentante della Santa Sede – strinsero ancora di più il rapporto del Card. Ruini con l’Università, facendolo diventare "speciale" a sua volta. In Ruini, forte è stato infatti il convincimento che gli orizzonti prossimi e anche quelli meno vicini dell’Ateneo e del Policlinico Agostino Gemelli, nato dall’Università e cresciuto grazie a essa, potessero essere traguardati con lucidità e coraggio, ricorrendo soprattutto alla conoscenza e alla fierezza della propria storia passata. Una storia congiuntamente e armonicamente costruita – giorno dopo giorno, e non di rado nel mezzo di contrasti o difficoltà all’apparenza insormontabili – dall’articolazione accademica e da quella amministrativa della comunità universitaria. L’amore e il rispetto per la propria storia sono la fonte principale di quel sincero, comune e condiviso senso di appartenenza all’istituzione, che, come più volte ebbe a osservare il Card. Ruini, è la più solida garanzia non solo dello specifico e prezioso servizio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore alla Chiesa, ma anche del prestigio e del ruolo, altrettanto specifico, prezioso e inconfondibile dell’Ateneo all’interno del cosmo scientifico-culturale italiano e internazionale. Tale era l’importanza attribuita dal Card. Ruini al dovere dell’Università Cattolica di essere in prima linea nel campo della cultura, che, quando a partire dal 1994 cominciò ad essere allestito e poi venne varato dalla CEI il “Progetto culturale orientato in senso cristiano”, il nostro Ateneo fu subito scelto come uno dei più attrezzati “cantieri” in cui mettere mano alla concreta attuazione del Progetto».
Il “Progetto culturale”, di cui il Card. Ruini è stato l’ideatore, ha rappresentato un passaggio cruciale per la Chiesa italiana. Qual è l’eredità che lascia quell’esperienza?
«Non è mai facile riconoscere e valutare con la necessaria esattezza l’eredità di un’opera rimasta incompiuta. La quale opera però, come le tante “incompiute” di cui abbonda la storia umana, per un verso esorta a riflettere su ciò che non si è riusciti a realizzare, e dall’altro perpetua il monito a continuare, secondo le nuove e magari ancora più pressanti esigenze dei tempi, l’idea racchiusa nel progetto originario. Come ebbe a osservare il Card. Ruini, con la consueta precisione con cui definiva i concetti e sceglieva le parole, il "Progetto culturale" consisteva nella «proposta di impegnarsi in un processo, ossia in un’impresa comune, necessariamente di lungo periodo, attraverso cui raggiungere, nella misura del possibile, alcuni obiettivi ritenuti importanti per la missione della Chiesa in Italia. La sintonia fra san Giovanni Paolo II e il Card. Ruini era fortissima. A entrambi apparivano sempre più necessari, per arrestare e auspicabilmente invertire il processo secolare di divaricazioni crescenti tra società e Chiesa, una rigenerazione profonda e un rinnovato slancio creativo della cultura cattolica, autenticamente ed efficacemente al servizio del bene comune del popolo. Senza una tale rigenerazione e un simile rinnovamento culturali, il cattolicesimo rischiava infatti una progressiva e rapida emarginazione dalla vita sociale, prima (e con conseguenze assai più gravi) che dalle vicende contingenti della politica. A me pare assai significativo che, proseguendo lungo questa medesima direzione, Benedetto XVI – nel discorso da lui tenuto all’assemblea del 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, svoltosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006 – mettesse anch’egli in guardia da «quella cultura che predomina in occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita», per aggiungere quasi subito che «così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in lui diventa più difficile». È un dato di fatto innegabile, mi sembra, che l’assopirsi della cultura cattolica, di cui il Card. Ruini ha instancabilmente cercato il risveglio, sia fra le cause non secondarie dello smarrimento e del senso di impotenza con cui noi tutti – cattolici e non cattolici –siamo costretti ad attraversare questa tormentata stagione dell’umanità».
Camillo Ruini non è stato solo un grande teologo, ma anche un pastore illuminato. La questione di Dio – come conferma un altro intervento del Cardinale, comparso sulla rivista dell’Università nel 2009 (Dio oggi. Una questione che interpella tutti) – è stata sempre centrale nel suo ministero. Al di là delle molte e talvolta superficiali letture delle finalità con cui il Cardinale ha esercitato il suo ruolo pubblico, egli è stato soprattutto un testimone del Vangelo…
«E conseguentemente un testimone di speranza, come ci rammenta il titolo eloquente – Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo – del Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, ricordato poco fa. Il Convegno, che il Card. Ruini considerava un momento fondamentale e per molti aspetti conclusivo del lungo e gravoso servizio istituzionale prestato alla Chiesa e all’Italia, era stato da lui preparato meticolosamente, avendo sempre accanto nelle molteplici fasi dell’impegnativa organizzazione l’allora mons. Giuseppe Betori. Di quei giorni a Verona restano vivide nella memoria le esortazioni di Benedetto XVI nel suo Discorso all’assemblea del Convegno e nell’omelia della Concelebrazione Eucaristica, con la domanda che oggi ancora risuona: «Che ne è della nostra fede?». Alla fede che diventa vita in ciascuno di noi, a una vita da cristiano che possa continuare a innervare il popolo italiano, Ruini ha dedicato il suo intero ministero sacerdotale. È stato, e si è in ogni circostanza sentito, un “prete”. Quando, depositatesi le scorie e la polvere di giudizi di parte o ricostruzioni storiche approssimative, a Ruini verrà unanimemente riconosciuto il ruolo di uno dei maggiori artefici della storia della Chiesa nell’ultimo quarto del Novecento e all’avvio del nuovo millennio (oltre che di grande protagonista delle vicende della storia italiana, anche rispetto, se si vuole aggiungere e specificare, a quelle proprie della politica), confido che questo essenziale carattere, ossia il suo essere innanzitutto un “prete”, esca finalmente dalla penombra. In definitiva, anche la sua mai disattesa vocazione a un pragmatico e costruttivo “realismo”, anche la sua impareggiabile intelligenza delle cose del presente sempre osservate alla luce del loro possibile e talvolta contrapposto esito futuro, possono essere apprezzate pienamente, solo considerando che alle fondamenta vi è il “servire” come sacerdote la Chiesa e il popolo italiano, vi è il nutrire la speranza ragionata e ragionevole nella vita eterna. La quale speranza fa ritrovare il senso anche di ciò che, nella vita terrena e nella storia degli esseri umani, non di rado sembra irrimediabilmente e inaccettabilmente insensato».