«La vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è la letteratura» scrive Proust ne Le temps retrouvé, ultimo volume della colossale Recherche.
Una rivendicazione dell’inestricabilità del rapporto tra vita e letteratura, questa, che ben sintetizza la traiettoria personale e professionale di Santiago Roncagliolo (Lima, 1975), una delle più affermate voci del panorama letterario in lingua spagnola.
Autore di romanzi, sceneggiatore, traduttore e giornalista, Roncagliolo, Premio Alfaguara per il thriller politico Abril Rojo (2006), lo scorso 26 novembre ha inaugurato il venticinquesimo appuntamento degli “Incontri con l’autore”. L’annuale ciclo di conferenze, organizzato dalla cattedra di Letteratura spagnola e ispano-americana della Facoltà di Scienze linguistiche e Letterature straniere, si è avvalso della cornice della nuova sede del Polo San Francesco per accogliere lo scrittore.
Davanti a una nutrita folla di studenti, l’autore ha dialogato con i professori Michela Craveri e Dante Liano, docenti di Lingua e letteratura spagnola e ispano-americana. Diversi i punti toccati: dalla situazione sociopolitica del Perù – paese d’origine di Roncagliolo – al rapporto con la Spagna, suo paese d’adozione; dalle influenze letterarie al rapporto coi lettori e la cultura indigena, passando per il ricco mosaico linguistico del mondo ispanofono e il ruolo della letteratura di fronte alla violenza.
Amare le parole con cui Roncagliolo si è espresso nei confronti della realtà politica peruviana, martoriata da sistemi autoritari e illusorie promesse democratiche: «Nel 2000 tornammo a essere una democrazia e credemmo che tutti sarebbero stati liberi e ricchi. Oggi, però, questo sogno democratico è fallito, lasciando spazio a un Paese con sempre più omicidi e proteste violente. Un Paese dove sono in aumento l’anemia infantile e la lebbra, dove non esistono i partiti politici e dominano le mafie».
L’autore ha, però, sottolineato come la situazione editoriale in America Latina sia profondamente dinamica: il mercato editoriale ispanofono è solido e in costante espansione, con una forte presenza di canali di produzione e distribuzione anche al di là dell’Atlantico.
La propria particolare vicenda autobiografica, a cavallo fra Perù, Messico, Madrid e ora Barcellona, ha dato occasione a Roncagliolo di riflettere sulla ricchezza culturale e linguistica dello spagnolo, idioma capace di abbracciare più continenti ed etnie. Una ricchezza, questa, di cui lo stesso autore si sente parte integrante, anche se, ha ammesso, non è sempre facile convivere con un’identità costantemente sospesa: troppo europea per essere ispano-americana, troppo ispano-americana per essere europea. «Vedendo che parlo molto e che il mio cognome è di origine italiana, in Spagna spesso mi scambiano addirittura per argentino», ha scherzato.
Dopo aver ricordato l’eterogeneità della sua educazione letteraria, Roncagliolo si è soffermato poi sul particolare taglio dei suoi gialli, in cui a prevalere è l’attenzione alla mentalità dell’“altro”, nelle varie declinazioni di assassino, terrorista o strega. Come nel suo ultimo romanzo, El año en que nació el demonio (2023), giallo storico ambientato in un Perù alle prese con un febbricitante clima di caccia alle streghe, misoginia e razzismo. «La mia ossessione è l’oscurità delle persone; esplorare come e perché alcuni individui arrivino a trasformarsi in mostri», ha riconosciuto l’autore.
Insomma, davanti a una realtà così complessa, ieri come oggi, la letteratura ha per Roncagliolo il grande potere di scardinare la superficie delle cose, cogliendovi tutte quelle scomode contraddizioni che si annidano tra fessura e fessura.
Ecco quindi ripresentarsi, più attuale che mai, la lezione di Proust: una letteratura non come evasione, ma, anzi, come palestra di ragionamento critico sulla realtà. Solo così, solo grazie a un’affinata capacità – è il caso di dirlo – di leggere tra le righe, la letteratura diventa la naturale cornice di una «vita pienamente vissuta».