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Stress, dieta e intestino: il campus di Santa Monica al centro della ricerca europea sull'IBD

22 maggio 2026

Stress, dieta e intestino: il campus di Santa Monica al centro della ricerca europea sull'IBD

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Un paziente su tre (il 32,5%) affetto da malattia infiammatoria intestinale, convive con un forte stress psicologico. Più della metà, il 54,7%, si sente poco coinvolto nella gestione della propria salute. 

Sono questi i numeri che hanno aperto il simposio internazionale "Dieta, stress e stile di vita come fattori di rischio dell'IBD", tenutosi al campus di Santa Monica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali. E la sera, il campus si è illuminato di viola, il colore simbolo dell'IBD in tutto il mondo.

Organizzato dal Consorzio miGut-Health (programma Horizon UE), l'evento ha riunito ricercatori europei, gastroenterologi, nutrizionisti, psicologi e rappresentanti dei pazienti. Tra i partner del progetto anche EngageMinds Hub, Centro di ricerca in psicologia dei consumi e della salute dell'Università Cattolica, impegnato nella valutazione dei fattori psicologici che impattano sulla salute gastrointestinale dei pazienti e delle persone a rischio delle patologie MICI.

Ma veniamo ai dati: le malattie infiammatorie intestinali, come Crohn e colite ulcerosa, colpiscono 7 milioni di persone nel mondo, quasi 3 milioni in Europa, con una curva in costante crescita. In tre anni il progetto ha costruito uno dei più grandi dataset paneuropei sul tema: oltre 4.300 pazienti in Italia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Lituania e Grecia. Il campione italiano è il più ampio: 2.254 persone con IBD e 444 partecipanti sani.

Lungi dall'essere un semplice problema digestivo, l'IBD plasma ogni aspetto della vita quotidiana: cosa mangiano le persone, come gestiscono lo stress, se si sentono in controllo della propria salute e quanto riescono a interagire con il sistema sanitario che le circonda. Il peso della malattia non è solo fisico. Chi vive con stress elevato presenta una malattia più attiva; chi si sente coinvolto nella cura ha condizioni cliniche migliori. Il benessere emotivo non è separato dalla condizione fisica: ne fa parte integrante. Anche tra la popolazione sana il segnale è presente: 1 persona su 4 riferisce disturbi gastrointestinali e il 27% riporta alti livelli di stress.

«Il coinvolgimento del paziente non è un supplemento alla buona cura: ne è il fondamento». Ad affermarlo Guendalina Graffigna, direttrice di EngageMinds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che ha messo a fuoco la filosofia del progetto: «Vivere con l'IBD non è solo una sfida medica, ma anche profondamente umana. Il nostro lavoro è fondato sulla convinzione che il coinvolgimento del paziente non sia un supplemento alla buona cura: ne è il fondamento». Quando i pazienti sono davvero messi al centro, quando sono informati, supportati e coinvolti, tutto cambia: «il loro benessere, i loro esiti, il loro rapporto con la propria salute. Il simposio di Cremona è stato un momento per condividere questa convinzione con la comunità scientifica, la nostra città e il mondo. Sono molto orgogliosa di presentare oggi il risultato di un impegno che ha visto il nostro Centro di ricerca con il suo team in prima linea in questo progetto di grande rilevanza per la salute delle persone con IBD e dei loro famigliari».

I dati su stress e alimentazione ne sono la conferma più concreta. Tra i pazienti con alti livelli di stress, il ricorso ai comfort food è significativamente più frequente: cioccolato (50,7%), snack salati (52,3%), fast food (51,7%), caffè (48,8%), bevande alcoliche (49,3%); alimenti, questi, che possono interagire con l'infiammazione intestinale e favorire le riacutizzazioni.

C’è un primo risultato concreto del lavoro europeo: ENGAGE-IBD, una guida pratica in 10 lingue, gratuita, sviluppata con pazienti, clinici e dietisti. Nove punti operativi, dalla comprensione della diagnosi alla gestione dello stress, dall'alimentazione al supporto sociale, consultabili e scaricabili su www.migut-health.eu.

«Per troppo tempo abbiamo raccontato l'IBD solo attraverso esami e parametri clinici» ha sottolineato Salvo Leone, presidente di IFCCA (Associazione Europea che riunisce le organizzazioni di pazienti con patologie MICI): «Ma i dati del progetto miGut-Health ci ricordano che la malattia vive anche nello stress, nelle scelte alimentari, nella fatica quotidiana e nel senso di controllo che ogni persona riesce, o non riesce, ad avere sulla propria salute. Se quasi un paziente su tre riferisce forte stress e oltre la metà si sente esclusa dalla gestione della cura, siamo davanti a una priorità sanitaria. Curare una MICI non significa soltanto spegnere l'infiammazione: significa aiutare una persona a riprendere controllo, fiducia e dignità nella propria vita».

Nei prossimi mesi miGut-Health, finanziato dal programma Horizon UE, entrerà nella fase conclusiva che porterà a tradurre i dati in linee guida europee concrete, integrabili nella clinica, nelle piattaforme digitali e nei programmi di prevenzione.

La medicina del futuro dovrà essere sempre più personalizzata, ma anche più umana: capace di ascoltare, informare, sostenere e coinvolgere davvero i pazienti.

Il valore di miGut-Health e della guida ENGAGE-IBD sta proprio qui: trasformare l’esperienza delle persone con Crohn e colite ulcerosa in evidenze utili, in raccomandazioni concrete e in politiche sanitarie più vicine alla vita reale.

Un articolo di

Sabrina Cliti

Sabrina Cliti

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