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Un’Università per il mondo, dunque aperta a tutti e tutte

15 ottobre 2026

Un’Università per il mondo, dunque aperta a tutti e tutte

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È partita nelle scorse settimane una fase di sperimentazione propedeutica all’introduzione sistematica dei sottotitoli nelle lezioni e durante gli eventi dell’Ateneo. La misura – prevista dal Piano Strategico – rientra anche tra le iniziative indicate dalle Linee guida per la didattica inclusiva, approvate dal Senato accademico e che rappresentano un ulteriore avanzamento dello stesso Piano.

Elaborate dal Ce.Dis.Ma (Centro studi e ricerche sulla Disabilità e Marginalità) e dal Servizio per l’inclusione dell’Ateneo, su indicazione del professor Luigi d’Alonzo, le Linee guida invitano a progettare fin dall’inizio percorsi di insegnamento capaci di ridurre o rimuovere gli ostacoli, prevedendo molteplici modalità di accesso ai contenuti, di espressione e di coinvolgimento.

L’obiettivo è creare ambienti didattici adatti ai bisogni specifici e reali dei soggetti coinvolti, secondo il principio “differenziare per includere”. L’idea di fondo è spostare l’attenzione dall’adattamento dello studente all’ambiente alla trasformazione del contesto universitario, rimuovendo le barriere che possono pregiudicare il processo di apprendimento e la partecipazione. Non si tratta di abbassare gli standard formativi, ma di consentire a ogni studente e studentessa di raggiungerli e di essere valutato o valutata con equità.    

Professor D’Alonzo, perché l’Università Cattolica ha sentito la necessità di dotarsi di Linee guida d’Ateneo per una didattica inclusiva?

«Perché vogliamo essere la migliore università per il mondo e, quindi, un’università capace di essere davvero aperta a tutti e tutte. Tra i nostri studenti e le nostre studentesse ci sono persone con potenzialità e difficoltà diverse; alcuni e alcune hanno bisogni specifici: penso agli studenti e alle studentesse con disabilità, con disturbi specifici dell’apprendimento o con altri bisogni educativi speciali. Dobbiamo quindi chiederci: come offrire una didattica migliore, capace di rispondere anche alle loro esigenze? Le Linee guida vogliono offrire al corpo docente indicazioni concrete per favorire questo processo».

Chi sono le persone che potranno beneficiare di queste Linee guida?

«Nascono per permettere ai docenti di promuovere azioni didattiche che consentano agli studenti con alcune caratteristiche specifiche di apprendere con profitto ed essere valutate con equità, ma servono anche a tutti gli altri. Per una semplice ragione: l’inclusione è generativa. Ciò che nasce per rispondere a un bisogno specifico finisce spesso per essere utile anche a chi non ha quel bisogno. Pensiamo a uno scivolo o a un ascensore: sono indispensabili per alcune persone, ma possono essere utilizzati da tutte le altre. Lo stesso vale per la didattica. Se preparo un PowerPoint accessibile per uno studente o una studentessa ipovedente, probabilmente quella presentazione sarà più leggibile anche per chi è seduto in fondo all’aula. I sottotitoli sono fondamentali per una persona sorda, ma possono essere d’aiuto anche allo studente o alla studentessa che per un momento si è distratto o distratta. Una didattica inclusiva – proprio perché è pensata per raggiungere tutti e tutte – migliora la qualità della lezione nel suo complesso».

Il documento parla di “differenziazione didattica”. In che cosa consiste e perché può migliorare l’esperienza non soltanto degli studenti e delle studentesse con disabilità, DSA o altri bisogni educativi speciali, ma di tutti e tutte?

«Differenziare significa chiedersi come proporre uno stesso contenuto attraverso modalità diverse, in modo che tutti e tutte possano accedervi. Se, per esempio, due studentesse comunicano, a inizio lezione, di avere difficoltà visive, dalla volta successiva si può continuare a utilizzare il video che si voleva proiettare, ma si può provvedere a illustrare a parole cosa i compagni vedono e fornire in anticipo del materiale che consenta loro di accedere agli stessi contenuti. Questa è la differenziazione didattica: non cambiare ciò che si insegna, ma diversificare le modalità attraverso cui permettiamo agli studenti e alle studentesse di apprendere».

Quali sono le misure più significative previste dalle Linee guida?

«Le indicazioni riguardano molti aspetti della vita universitaria: dall’accoglienza in aula alle modalità di svolgimento degli esami, dalle lezioni in presenza e da remoto alla preparazione dei materiali didattici, fino all’accompagnamento nel percorso di tesi. Si tratta spesso di attenzioni molto concrete: utilizzare materiali accessibili, attivare i sottotitoli, alternare spiegazioni orali ed esempi visivi, riassumere i concetti chiave, adottare modalità di valutazione che consentano a ciascuno di dimostrare ciò che ha appreso. Il concetto di fondo è creare ambienti nei quali le differenze individuali non diventino barriere alla partecipazione. Ma invitiamo anche a non fermarsi alle categorie diagnostiche: difficoltà sensoriali, motorie, cognitive, di letto-scrittura, relazionali o comunicative possono richiedere interventi differenti e, in alcuni casi, possono essere anche temporanee. L’obiettivo non è abbassare gli standard formativi, ma mettere ogni persona nelle condizioni di raggiungerli».

Dalle Linee guida emerge chiaramente che rendere un esame più accessibile non significa renderlo più facile. Come si garantisce l’equilibrio tra inclusione e rigore della valutazione?

«Più che di rigore, parlerei di equità. Avere una disabilità o un bisogno specifico non significa avere diritto a superare un esame, ma avere diritto a sostenere la prova nelle condizioni che consentano di dimostrare realmente ciò che si è appreso. Il punto è garantire insieme accessibilità e correttezza della valutazione. Se, per esempio, uno studente o una studentessa con un disturbo specifico dell’apprendimento ha diritto ad avvalersi di mappe concettuali, ne consentirò l’utilizzo, durante la prova, in modo che una difficoltà legata alla memoria non impedisca di dimostrare ciò che ha imparato. A uno studente cieco o una studentessa cieca potrò consentire di utilizzare il computer anziché scrivere a penna. Nel caso di studenti o studentesse che soffrono particolarmente l’ansia, si può prevedere, quando possibile, che sostengano per primi o prime il colloquio. Quello che non cambia è il contenuto della prova: le conoscenze e le competenze indispensabili per superare l’esame restano le stesse. Cambiano, quando necessario, le modalità attraverso cui lo studente o la studentessa può dimostrare di possederle».

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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