L'antibiotico-resistenza non è più una minaccia confinata ai reparti ospedalieri o al futuro delle prossime generazioni: è una realtà che si manifesta ogni giorno, spesso nelle scelte cliniche più semplici, negli ambulatori dei medici di Medicina generale. È da questa consapevolezza che ha preso avvio il lavoro di tesi del dottor Giovanni Di Mitri, laureato lo scorso 8 giugno alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, elaborato per comprendere il livello di conoscenza e di consapevolezza sul tema tra i medici del territorio e insieme il loro desiderio di approfondire la gestione della terapia antibiotica.
Lo studio – guidato dal dottor Michele Lepore, relatore della tesi, medico di Medicina generale nella ASL Roma 1 e docente di Igiene e sanità pubblica alla Facoltà di Medicina e chirurgia, e dalla dottoressa Rita Murri, correlatrice della tesi, ricercatrice in Malattie infettive e dirigente medico della UOC di Malattie infettive del Policlinico Gemelli diretta dal professor Carlo Torti - condotto attraverso un questionario strutturato somministrato ai medici di Medicina generale della ASL Roma 1, ha restituito un quadro ricco e per molti versi incoraggiante.
Il primo dato rilevante è l'elevata consapevolezza dell'importanza del tema: la quasi totalità dei medici riconosce l'antibiotico-resistenza come un problema clinico ed etico centrale e dichiara che essa influenza concretamente le proprie decisioni terapeutiche.
A questa consapevolezza si accompagna un elemento particolarmente prezioso in ottica futura: un forte e diffuso desiderio di aggiornamento "esperto", cioè di una formazione approfondita sull'uso della terapia antibiotica e, soprattutto, sulle indicazioni cliniche che realmente la giustificano.
Ed è proprio qui che emerge il risultato forse più significativo dell'intera indagine. L'analisi dei dati mostra una correlazione chiara: dove è maggiore la conoscenza del tema e delle fonti ottimali per l'aggiornamento, lì tende a essere maggiore anche l'appropriatezza prescrittiva. In altre parole, gli strumenti strutturati di aggiornamento e di supporto alla decisione non restano teoria, ma si traducono in comportamenti prescrittivi più corretti.
«Lavorare a stretto contatto con la comunità dei medici di Medicina generale ha permesso di cogliere quanto i fattori che influenzano l'atteggiamento prescrittivo sul territorio siano spesso profondamente diversi da quelli dell'ambito ospedaliero – commenta il dottor Lepore -. La pressione esercitata dai pazienti e dai loro familiari ha nel setting territoriale una natura e un'intensità del tutto peculiari che il medico di famiglia si trova a gestire quotidianamente, spesso in condizioni di incertezza diagnostica e con tempi ridotti».
«La missione universitaria è anche e soprattutto migliorare i processi di cura grazie all'osservazione dei fenomeni e all'analisi dei dati e degli indicatori a essi connessi – aggiunge la dottoressa Murri -. In questa prospettiva, l'attività di accompagnamento di Giovanni Di Mitri — il supporto all'analisi dei fenomeni e alla loro misurazione, l'interpretazione dei dati e l'interazione diretta con il dottor Lepore e con gli altri medici di Medicina generale — ha innescato un processo virtuoso e di grande interesse che ci auguriamo possa dare frutti concreti nel prossimo futuro. Un processo che può rappresentare un paradigma innovativo dell'interazione tra Università e Medicina del territorio».
Dal questionario emerge con altrettanta chiarezza un aspetto cruciale: non basta acquisire conoscenze e produrre aggiornamenti, occorre riuscire a tradurre quelle conoscenze nella pratica clinica. Questo tema — centrale in una disciplina relativamente nuova, l'Implementation Science — è sentito con grande passione dai medici di Medicina generale, ma è altrettanto fondante per l'attività dei medici ospedalieri.
Ancora una volta, il confronto su aspetti comuni e integrati tra le diverse esperienze professionali sanitarie si rivela un elemento di grande valore. Proprio per questo il lavoro del Dottor Di Mitri invita a un cambio di prospettiva: spostare l'approccio da "che cosa il medico deve evitare" a "che cosa il medico può fare meglio, se adeguatamente supportato".
Un cambio che si articola su alcuni assi. Il primo riguarda una formazione realmente pratica e non solo nozionistica. Il secondo riguarda la necessità di approfondire il ruolo di ciascun medico di Medicina generale nel cambiamento comportamentale indispensabile alla lotta all'antimicrobico-resistenza. Non ultima, emerge una grande attenzione verso le nuove tecnologie digitali come supporto alla decisione per una prescrizione appropriata.
«Come ci ha insegnato la pandemia, gli ospedali da soli non bastano – afferma il professor Carlo Torti -. Per questo è fondamentale preparare i nostri studenti a operare sul territorio, offrendo loro esperienze formative sul campo e rafforzando il legame con la Medicina territoriale e di comunità che trova nei Medici di Medicina Generale una delle sue componenti più importanti».
«Sono molto contento di questa tesi di laurea – commenta il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia professor Alessandro Sgambato – che testimonia l'attenzione che sempre di più la Facoltà sta dando, nei nostri corsi di laurea in Medicina e chirurgia ma anche in quelli delle Professioni sanitarie, alla medicina territoriale e di comunità. Desidero rivolgere i miei più sinceri complimenti al dottor Di Mitri e ringrazio i docenti coinvolti, in particolare il dottor Lepore e, per suo tramite, l’Ordine dei Medici di Roma, da sempre molto vicino ai nostri studenti».