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Il carcere protagonista di tre corti a Venezia

08 settembre 2026

Il carcere protagonista di tre corti a Venezia

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«Non si può ridurre le persone ai loro errori». «L’uomo non è mai soltanto la sua colpa». «Abbiamo cambiato il nostro punto di vista». «Le lezioni di piano consentono di cambiare il tempo della pena».

Parole piene. Di vita, di speranza, di trasformazione. Parole sgorgate da incontri tra esseri umani che prima di giudicarsi si guardano e si ascoltano. Sono nati con queste premesse i tre cortometraggi presentati durante l’evento “Corti in carcere, e fuori dal carcere” promosso da Almed in collaborazione con la Fondazione Ente dello spettacolo lunedì 7 settembre presso l’Italian Pavillon dell’83° Mostra internazionale del cinema di Venezia

«I progetti presentati quest’anno sono importanti dal punto di vista sociale e politico ma anche estetico – ha dichiarato Mariagrazia Fanchi, Direttrice Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo dell’Università Cattolica e presidente Lombardia Film Commission –. I ragazzi hanno saputo racchiudere nel formato corto, difficilissimo, una realtà complessa e si sono confrontati con ciò che è possibile rappresentare». Il valore aggiunto dell’Università Cattolica è che mette in relazione e dialogo competenze diverse e questo è quello che avviene anche sul tema della giustizia sociale. «È il caso dei punti di vista differenti (giustizia penale e riparativa, psicologia e scienze della comunicazione) sul tema della giustizia sociale. Qui sta l’importanza del lavoro presentato in questi corti».

La sinergia tra Almed e Fondazione Ente dello spettacolo su molti progetti è stata messa in evidenza dal presidente monsignor Davide Milani, preoccupato dell’impatto che l’AI avrà sull’audiovisivo. C’è tra le due istituzioni una visione condivisa, come mostrano i corti presentati: «Si aiutano i ragazzi a lavorare sulle carceri con un racconto filmico e l’educazione avviene attraverso l’ingresso nella realtà. Se educhiamo allo sguardo allora gli strumenti come l’AI si possono usare con responsabilità». 

L’ha ribadito Massimo Locatelli, direttore del Master Almed “Ideazione e produzione audiovisiva” e coordinatore del corso di laurea Discipline delle arti, dei media e dello spettacolo (Dams) nel campus di Brescia dell’Ateneo, specificando che «noi, come ente di formazione, non vogliamo formare tecnici ma persone che vedono la realtà. Ci piace lavorare su progetti che guardano realtà come quella del carcere e per farlo ci rapportiamo con istituzioni solo apparentemente lontane come Udepe, di cui si racconta in uno dei corti».

«Noi siamo l’ufficio di esecuzione penale esterna e abbiamo bisogno di raccontarci – ha detto Benedetta Venezia, direttrice dell’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Brescia, rispondendo a Locatelli –. Le persone in misura alternativa al carcere si sono messe in dialogo con gli studenti. Noi vogliamo arrivare ai giovani che rappresentano la giustizia di domani. Vogliamo comunicare un tipo di paradigma della giustizia sostenibile dal punto di vista sociale e umano».

 

Questa istituzione, infatti, è stata al centro del cortometraggio Cos’è Udepe. Le misure alternative alla detenzione, realizzato dagli studenti dei Laboratori di Scrittura audiovisiva e di Produzione e postproduzione audiovisiva del Dams. In rappresentanza dei colleghi, Summer Pacchioni e Beatrice Lacerenza hanno raccontato di come si sia creato «un ponte tra l’università e una realtà istituzionale che non conoscevamo. Abbiamo fatto un passo fuori dall’aula per raccontare una realtà che si occupa della rieducazione, del supporto psicologico e sociale, che ci ha arricchito. Abbiamo imparato che quelle che abbiamo incontrato sono persone con emozioni e tanta speranza e abolito i nostri pregiudizi che le riducono ai loro errori». 

Gli altri due cortometraggi hanno messo a tema le attività artistiche e ricreative all’interno di due carceri, Bollate e Verziano.

Di Lezioni di piano hanno parlato Sveva Avino e Alice Boffelli, diplomate al master IPM di Almed. «Nato come progetto finale del master, abbiamo conosciuto la Fondazione Monzino e Laura Bove che insegna pianoforte dentro il carcere di Bollate. A livello personale questa esperienza ci ha dato molto, abbiamo cambiato il nostro punto di vista. Abbandonato il timore dell’inizio entrando in carcere, abbiamo trovato persone disponibili a far conoscere la loro storia e capito come le lezioni di piano consentono di trasformarle e cambiare il tempo della pena».

Si parla invece di teatro sociale in Fragili legami, il corto presentato da Sara Stigliano e Paola Cima, studentesse del Dams. «Abbiamo assistito a una lezione di teatro sociale a Verziano, pratica educativa e di crescita. Un’occasione importante che ci ha permesso di entrare in contatto con persone che non vediamo nella quotidianità e di comprendere come il teatro sociale possa avere un impatto sulle loro vite».

A chiudere l’incontro è stato Antonio Sangermano, presidente del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità presso il Ministero della Giustizia. A fronte di alcuni numeri significativi (19 istituti minorili che ospitano ragazzi tra 14 e 25 anni (oltre 140mila persone prese in carico, oltre 40mila pratiche istruttorie e circa 101.000 condannati o in messa alla prova che scontano la pena non in carcere) questo Dipartimento si occupa della giustizia di comunità e di esecuzione penale esterna. «Il carcere non è l’unica pena esistente. La finalità educativa della pena può e deve esistere fuori dal carcere. Il carcere va residualizzato e umanizzato» - ha dichiarato Sangermano. Viviamo nella società palliativa che esclude il dolore, che trasforma la vulnerabilità in uno scarto da relegare in uno spazio chiuso. La responsabilità è alla base dell’esecuzione penale esterna, un modo diverso di eseguire la pena attraverso l’inclusione sociale».

Una chiusa che interroga e ribadisce che l’uomo non è mai soltanto la sua colpa. «Queste misure sono il futuro dell’esecuzione penale esterna. Il sovraffollamento delle carceri è un problema reale, le misure alternative sono una soluzione, sono una speranza». Quella di cui i ragazzi non possono e non devono fare mai a meno.
 

Un articolo di

Emanuela Gazzotti

Emanuela Gazzotti

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