Potrebbe essere uno di quei fatti, potenti e imprevedibili, che, nel bene o nel male, cambiano il corso di una guerra. E rivelarsi metafora della traiettoria di un regime: l’affondamento della nave “Mosca”, la punta di diamante della flotta russa schierata nel mar Nero. La stessa che alla ragionevole resa intimata al piccolo manipolo di soldati ucraini sull’Isola dei serpenti, aveva ricevuto in cambio il loro irragionevole: “Andate all’inferno”. L’inferno di una guerra attraversata da una presenza diabolica. Dove il “divisore” è all’opera per rendere nemici popoli che si sono sempre considerati fratelli.
Alessandro Provera, docente di Diritto penale all'Università Cattolica, suggerisce un impressionante parallelo con il racconto di Tucidide nella Guerra del Peloponneso, inquadrandolo sotto la categoria dello spiritualmente tipico, su cui si è spesso concentrato il percorso Giustizia e letteratura portato avanti da anni dall’Alta Scuola “Federico Stella” sulla giustizia penale (Asgp). L’Isola dei serpenti come novella Isola di Melo, piccola e indifesa, ma resistente all’imperialismo ateniese che la vuole nella Lega attica. «Non accettano di sottomettersi alla logica dell’utilità perché al di sopra c’è la logica della giustizia» spiega il professor Provera. «Un ideale scolpito nelle loro coscienze: il più forte non può schiacciare il più debole». La loro resistenza, che finirà in un inutile bagno di sangue, servirà ad attestare che «non è la legge del più forte a regolare i rapporti tra esseri umani e tra Stati. Se non avessero fatto così, avrebbero perso la propria anima». Il sacrificio dei Meli e dell’Isola dei serpenti o delle città ucraine colpite dalle bombe è la testimonianza di chi «non accetta la logica dell’utile e del più forte ma persegue quella della reciprocità e della giustizia».
Secondo il professor Gabrio Forti, direttore di Asgp e ideatore di “Giustizia e letteratura”, «lo spiritualmente tipico si trova in quegli eventi della storia che sono rintracciabili in un eterno umano e non richiusi in un hic et nunc». Anche nella storia che si dipana oggi sotto i nostri occhi: «Lo sforzo paradossale - non per equidistanza, perché sappiamo bene dove stanno i torti - è di pensare anche al popolo russo e ai soldati che si stanno facendo massacrare per la volontà di potenza o per la paranoia di qualcuno».
“Tutto passa. Passano le sofferenze e i dolori, passano il sangue, la fame, la pestilenza. La spada sparirà, le stelle invece resteranno, e ci saranno, le stelle, anche quando dalla terra saranno scomparse le ombre persino dei nostri corpi e delle nostre opere. Non c'è uomo che non lo sappia. Ma allora perché non vogliamo rivolgere lo sguardo alle stelle?” Le parole dello scrittore russo Michail Bulgakov, nato a Kiev nel 1891, nel romanzo La guardia bianca, che titolano la Riflessione tra Giustizia e letteratura sul conflitto russo-ucraino, alludono alla necessità di alzare il capo dalla miseria del mondo.
Secondo Adriano Dell’Asta, docente di Lingua e letteratura russa in Ateneo, «Bulgakov chiede di attingere a una dimensione meta-temporale capace di dare senso al mistero dell’uomo e della storia. C’è bisogno di rifarsi a quell’eterno che con la sua verità concreta è inattaccabile. Le stelle stanno a guardare a meno che gli uomini non tornino a guardarle».
Quel firmamento di stelle che, dai versi di Schiller, sono entrate nel quarto tempo della Nona Sinfonia di Beethoven, l’Inno alla gioia che è diventato “colonna sonora” dell’Unione europea. Come fa notare il professor Dino Rinoldi, «le dodici stelle della sua bandiera il bozzettista le aveva riprese dal capo coronato da dodici astri della signora dell’Apocalisse, a loro volta simbolo delle dodici tribù di Israele», segno di unità tra tutti gli uomini. A poco più di 700 anni dalla morte di Dante «occorre riuscire a vedere le stelle e far rivedere le stelle del diritto». Nell’Occidente, che porta in sé la spengleriana metafora del tramonto, «siamo in viaggio al termine della notte. Speriamo di non essere in viaggio anche verso il termine dello Stato di diritto o, più correttamente, del rule of law».
Che è, poi, quanto è davvero in gioco in questa guerra. «Molto più dei confini di un Paese, è a rischio il riconoscimento dei diritti della persona» dice il professor Forti. «Valori per cui nessuno è più disposto a pagare un prezzo per difenderli». Si confrontano, anche sul campo di battaglia, due dimensioni temporali: quelle che Forti chiama l’eternità, il “vedere discosto” di Machiavelli, e la dimensione dell’impazienza della violenza. La protezione dei diritti risponde a una logica di vedere lontano, perché nel rule of law si annida un’utilità più grande di quella immediata, più efficace dell’impazienza della violenza».
La guerra, infatti, «è iniziata con la convinzione della decadenza dell’Occidente, che ci porta all’inizio del ‘900. La decadenza è l’incapacità di cercare la verità, la sfiducia che una verità esista. Come direbbe Kafka, la verità, invece, esiste ma è mobile e bisogna essere agili a cercarla».
Nonostante ci sia il rischio di un conflitto mondiale e non sia escluso il rischio nucleare, abbiamo ripreso a ragionare come fossimo alle prime mosse del secolo breve. «Siamo tornati alle categorie di volontà di potenza, spazio vitale, forza» fa notare Gabrio Forti. «È solo un’illusione il fatto che abbiamo potuto godere di una pace lunga ottant'anni? Da giuristi, abbiamo dimenticato Norimberga e la Carta dei diritti dell’Uomo? Abbiamo scordato il grande dibattito di Habermas e Rawls, secondo cui la giustizia è frutto di procedure che non possono non avere alla base verità e libertà? Perché passiamo per buone verità che vengono da un Paese che ha cancellato ogni pluralismo?».
“Che cos’è la verità”, chiede Pilato a Gesù in quello che è rimasto uno dei più celebri processi della storia. Un problema - che ci attanaglia nei giorni della grande propaganda - cui Bulgakov non sfugge. Come spiega il professor Dell’Asta, «se il Cristo rimane in silenzio di fronte al governatore, il Jeshua Ha-Nozri del Maestro e Margherita risponde alla domanda scettica con una serie di dati reali e concreti sulla vita privata del suo giudice, suscitando il terrore e il fascino in un uomo che non potrà più perdonarsi di aver lasciato morire un innocente». Perché «più radicalmente di ogni logica di un’idea (l’ideologia), c’è una realtà», come dimostra Woland, il diavolo, ai filosofi atei. Potrebbero essere questi l’icona di chi, soprattutto in Italia, fa fatica «a distinguere tra aggressore e aggredito», cui verrebbe da replicare con il postulato “la realtà è superiore all’idea” di Papa Francesco, risposta disarmante a tutti quelli che non la vogliono guardare o fingono di non vederla.
«La prospettiva dell’idea di bellezza e di mistero propria della letteratura, che ci invita con Bulgakov a rivolgere lo sguardo alle stelle, cioè a qualcosa di stabile ed eterno, è la stessa di quella del diritto, apparentemente asettico» afferma il professor Dell’Asta. È la prospettiva, appunto, di Giustizia e letteratura.