Pishchikova ha poi sottolineato che, in un tale contesto, gli attacchi contro infrastrutture essenziali e spazi civili non possono essere letti come meri effetti collaterali. Vanno, al contrario, collocati entro una logica di coercizione e logoramento, orientata a incidere sulla resilienza sociale ed economica dell’Ucraina. Ciò comporta, a sua volta, che l’attrito non riguardi soltanto la dimensione militare, ma includa la tenuta delle funzioni statali essenziali, nella misura in cui gli attacchi incidono su infrastrutture critiche e resilienza socioeconomica.
Su queste premesse, la relatrice ha quindi affrontato il tema di war termination e richiamato la nozione di hurting stalemate. La semplice presenza di uno stallo militare non basta ad aprire una finestra negoziale credibile, perché ciò richiede necessariamente che entrambe le parti percepiscano la prosecuzione della guerra come strategicamente insostenibile rispetto agli obiettivi perseguiti. Secondo la lettura proposta, tale condizione non appare ancora pienamente consolidata alle condizioni attuali, dal momento che, se da un lato l’Ucraina sostiene costi sociali e infrastrutturali molto elevati, dall’altro non vi sono elementi sufficienti per affermare che la leadership russa abbia rinunciato alla prospettiva di un esito favorevole nel lungo periodo. In questo quadro, la prosecuzione del logoramento appare, almeno nel breve periodo, uno scenario più plausibile rispetto a quello di una negoziazione stabile.
Nella parte finale del suo intervento, Pishchikova ha spostato l’attenzione sulla natura della posta in gioco politica, mettendo in discussione una lettura esclusivamente territoriale della guerra e osservando come la centralità delle mappe rischi di oscurare dimensioni più profonde. Sebbene eventuali concessioni territoriali possano entrare in una futura negoziazione, esse non esauriscono il problema, poiché la guerra in Ucraina investe rapporti di potere, gerarchie regionali, sfere di influenza e principi di legittimità politica. Per questa ragione, la condotta russa è stata letta anche alla luce di un immaginario geopolitico di tipo imperiale, nel quale territorio e identità risultano strettamente intrecciati. A questa dimensione regionale, secondo Pishchikova, si aggiunge una dimensione più ampia, relativa all’ordine internazionale, in quanto il conflitto può essere interpretato anche come manifestazione di una spinta revisionista nei confronti dell’assetto post-Guerra fredda, percepito dalla leadership russa come sfavorevole sul piano strategico e normativo.
Il seminario si è poi concluso con il commento del professor Andrea Locatelli, che ha riportato l’attenzione ad un tema centrale del dibattito attuale, ossia il rapporto tra ordine europeo, principi liberali e uso della forza. Il richiamo alla difesa del quadro liberale europeo è stato presentato non come affermazione normativa astratta, ma come valutazione politica. La guerra, infatti, investe direttamente principi strutturali dell’ordine regionale, tra cui sovranità e integrità territoriale, nonché il rifiuto dell’acquisizione di territorio mediante la forza. In questa chiave, una sospensione del giudizio sulle scelte strategiche di Mosca rischierebbe di produrre effetti sistemici, contribuendo alla normalizzazione di pratiche revisioniste. Da qui l’argomento conclusivo: la necessità di una presa di posizione netta, giustificata non solo sul piano etico-politico, ma anche in relazione alla stabilità dell’ordine europeo e alla credibilità dei principi che ne fondano la sicurezza. Da qui, dunque, la necessità - ha concluso - di una presa di posizione netta contro la politica imperialistica portata avanti da Putin, non soltanto per ragioni etico-politiche, ma anche in relazione alla tenuta dell’ordine liberale europeo e dei principi che ne strutturano la sicurezza.