Quando si parla di autismo, spesso si fa riferimento a modelli costruiti sul genere maschile. Questo ha reso a lungo invisibili molte bambine e ragazze nello spettro, i cui segnali non rispondevano agli stereotipi e risultavano difficili da leggere. Con questa riflessione Elena Zanfroni, ordinaria di Didattica e Pedagogia speciale e coordinatrice del Centro studi e ricerche sulla Disabilità e Marginalità (CeDisMa), ha avviato il convegno "Autismo al femminile: il ruolo della scuola a sostegno del progetto di vita", che si è svolto martedì 28 aprile promosso dal CeDisMa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia.
Luigi d’Alonzo, ordinario di Didattica e Pedagogia speciale e direttore del CeDisMa, ha, quindi, sottolineato come la differenziazione didattica rappresenti una risposta concreta alla complessità delle classi: non un insieme di strategie, ma un approccio, un modus operandi, che metta al centro i bisogni di ciascuno. Un cambiamento necessario, considerando che oltre il 70% delle lezioni nella scuola secondaria è ancora frontale. «Funziona perché l’allievo sa che il suo insegnante lo ha pensato», ha affermato.
Sul piano clinico, Valentina Duga, neuropsichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda – Policlinico di Milano, ha evidenziato come il rapporto tra maschi e femmine con diagnosi di autismo, inizialmente di 3 a 1, tenda a ridursi con l’età fino a quasi equivalersi. Questo suggerisce non una reale differenza, ma una sottodiagnosi femminile, dovuta anche alla sovrapposizione con altri disturbi e a strumenti diagnostici storicamente tarati su campioni maschili.
La testimonianza di Martina Imberti, studentessa di quinta liceo linguistico, ha restituito la complessità dell’esperienza scolastica tra invisibilità e sovraesposizione, con un invito agli insegnanti a costruire fiducia senza enfatizzare le differenze nei momenti sbagliati. Analoga riflessione è emersa dall’intervento di Cristina Panisi, pediatra e mamma, che ha condiviso l’esperienza della figlia Sara: «Il problema non è avere l’autismo, ma non essere ascoltati».
Sul fronte della ricerca, Paola Molteni, pedagogista e membro del CeDisMa, ha presentato il progetto In-Aut School, che coinvolge dieci scuole lombarde. Un dato critico emerso: tre quarti dei docenti non ha mai seguito una formazione sull’autismo. Il progetto mira a sviluppare indicatori di qualità in quattro ambiti — conoscenza, relazioni, ambiente e didattica — per migliorare l’inclusione attraverso strumenti condivisi.
Enza Crivelli, pedagogista clinica, ha richiamato l’attenzione sul basso tasso di occupazione delle donne nello spettro, tra il 5% e il 10%, sottolineando come il problema non sia la mancanza di competenze, ma l’assenza di contesti adeguati. La scuola, in questo senso, deve aiutare a riconoscere ambienti sostenibili, non forzare adattamenti.
La seconda parte del convegno, coordinata da Emanuela d’Ambros, referente per l’inclusione dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Como, si è aperta con l’eccellente performance musicale di alcuni studenti del liceo musicale Verdi di Milano, Francesco Fazzi (flauto), Thomas Gascoyne (flauto), Manuel Colella (violoncello) e Cecilia Fraschetta (flauto) che sono intervenuti nell’ambito del progetto “Musica in corsia”.
Dopo l’intermezzo musicale, Monica Capuzzi, referente inclusione dell’USR Lombardia, ha presentato il documento della sottocommissione 2 del GLIR per il 2025/26, con indicazioni operative per la qualità della vita a scuola. Caterina Viola, referente UST Lodi e USR Lombardia, ha richiamato la cornice normativa disponibile — dalla Legge 53/2003 alla direttiva BES, fino al Decreto 62/2024 sul progetto di vita — sottolineando, da un lato, che l’Italia dispone della normativa scolastica inclusiva più avanzata d’Europa e, dall’altro, come la sua applicazione dipenda ancora in larga misura dalla formazione e dalla sensibilità dei singoli docenti. Valeria Olla, psicoterapeuta esperta in disturbi del neurosviluppo, ha concluso con una riflessione sul lavoro di rete tra scuola, famiglia e servizi come condizione concreta — non formale — per costruire un progetto di vita orientato all’autonomia reale, non alla sola performance scolastica.
Considerando i diversi contenuti, è emerso con forza come l’inclusione non possa essere delegata al singolo, ma richieda un impegno collettivo. Solo attraverso una responsabilità condivisa è possibile costruire contesti capaci di riconoscere e valorizzare le differenze, aprendo la strada a progetti di vita autenticamente sostenibili per tutte e tutti.