A sviluppare questa prospettiva è stato Mireno Berrettini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica. La vicenda di Carlos, ha evidenziato, non può essere compresa isolandola dal sistema di rapporti tra Stati, servizi segreti e organizzazioni politiche che caratterizzò la Guerra Fredda. La sua figura si è affermata anche attraverso la rappresentazione di un terrorismo dotato di una rete internazionale e sostenuto da appoggi difficili da identificare. Il richiamo al «grande vecchio», al burattinaio che avrebbe diretto dall’alto le operazioni contro l’Occidente, appartiene a un immaginario che ha condizionato a lungo la lettura di quegli anni. Ma proprio qui si impone il compito dello storico: verificare le ricostruzioni, confrontare le fonti, distinguere i collegamenti documentati dalle interpretazioni e dalle suggestioni.
Paolo Valvo, docente di Storia contemporanea all’Università Cattolica, ha ripreso il tema del mito, sottolineando quanto sia sottile il confine tra verità giudiziaria, verità politica e verità storica. Il personaggio di Carlos è sfuggente, e le evidenze documentarie non hanno sempre la stessa consistenza: in alcuni casi sono frammentarie, in altri consentono ricostruzioni più solide. Il volume non si esaurisce in una biografia tradizionale: la figura di Carlos diventa piuttosto il punto di accesso a una storia corale, nella quale trovano spazio anche le vittime e le conseguenze degli attentati. La sua vicenda permette di osservare da una prospettiva più ampia gli anni di piombo e le loro connessioni internazionali, evitando letture schematiche che separino rigidamente responsabilità, contesti e interpretazioni in un’alternanza di bianco e nero.
Il passaggio dalla ricostruzione storica alla memoria delle vittime è stato al centro dell’intervento di Mario Calabresi, giornalista e scrittore, il quale ha innanzitutto evidenziato la qualità narrativa del libro, capace di tenere insieme il rigore della ricerca e una lettura avvincente. L’abilità narrativa, tuttavia, non deve trasformarsi in fascinazione per il protagonista. Un libro dedicato a Carlos potrebbe finire per alimentare l’immagine di un uomo onnipotente, capace di muoversi liberamente sulla scena mondiale e di tessere ogni genere di trama. Il lavoro di Lomellini procede invece in direzione opposta: smonta le ricostruzioni non dimostrate, verifica le presunte connessioni e riporta le vicende entro i confini di ciò che le fonti consentono di affermare.
Calabresi ha richiamato anche una questione più generale: il modo in cui il terrorismo è stato raccontato nel corso dei decenni. Per molto tempo, nella pubblicistica e nel dibattito pubblico, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla storia delle organizzazioni armate, sulle loro strategie, sulle trame politiche e sulle testimonianze degli ex terroristi. Le vittime sono rimaste spesso sullo sfondo, ridotte a numeri o a elementi di una ricostruzione più ampia. Il loro recupero non risponde soltanto a un’esigenza affettiva o commemorativa, ma raccontare le persone colpite dalla violenza significa rendere visibili i danni provocati dal terrorismo nel tessuto sociale. In tal senso ha riportato l’attenzione sulla dimensione privata e umana delle vittime, mostrando ciò che la violenza politica ha sottratto alle persone e alle loro famiglie. Il racconto cambia prospettiva: non più soltanto le imprese di chi ha compiuto gli attentati, ma anche le esistenze spezzate, le relazioni interrotte e le ferite lasciate nella società. Le vittime cessano di essere comparse e tornano a essere persone, con una storia e una dignità.
Nelle conclusioni, Valentine Lomellini ha raccolto le sollecitazioni emerse dal confronto, ribadendo il valore di un approccio sistemico alle relazioni internazionali. Il terrorismo, soprattutto a partire dagli anni Settanta, si è imposto come forza capace di attraversare i confini nazionali e di inserirsi in scenari politici complessi, coinvolgendo attori non statali, movimenti, gruppi e reti di relazioni. Ricostruire queste dinamiche significa andare oltre le semplificazioni e contribuire a una memoria condivisa.
La conoscenza storica diventa così anche uno strumento di prevenzione: comprendere le condizioni nelle quali il terrorismo si sviluppa, le reti che lo sostengono e le rappresentazioni che ne alimentano il mito può contribuire a riconoscere i meccanismi che rischiano di riprodursi nel presente e a impedire che si riaprano scenari di violenza.