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Carlos lo Sciacallo, oltre il mito: la storia restituisce voce alle vittime

21 ottobre 2026

Carlos lo Sciacallo, oltre il mito: la storia restituisce voce alle vittime

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Il tema del mito e della sua capacità di semplificare la complessità storica ha attraversato la presentazione del volume Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale di Valentine Lomellini, pubblicato da Laterza nel 2026. L’incontro si è svolto mercoledì 14 ottobre, organizzato dal Dipartimento di Storia dell’economia, della Società e di Scienze del territorio “Mario Romani”.

La figura di Ilich Ramírez Sánchez, conosciuto come Carlos lo Sciacallo, si colloca in una zona d’ombra della storia recente, dove la notorietà del personaggio ha finito spesso per sovrapporsi alla conoscenza della sua vicenda. Il libro si propone di andare oltre la leggenda, ricostruendo, attraverso fonti documentarie e un paziente lavoro d’archivio, la traiettoria di uno dei terroristi più noti degli anni Settanta e Ottanta e il contesto internazionale nel quale ha operato.

Ad aprire l’incontro è stata Maria Bocci, direttrice del Dipartimento di Storia dell’economia, della Società e di Scienze del territorio “Mario Romani”, che ha sottolineato la capacità di coniugare rigore scientifico e scrittura divulgativa nel lavoro di Valentine Lomellini. Il risultato è un libro di storia agile e coinvolgente, sostenuto da una ricerca approfondita, che restituisce complessità a una figura a lungo avvolta nel mistero.

Carlos emerge così non soltanto come un avventuriero spregiudicato e abile nel muoversi tra identità differenti, ma come un attore inserito in una trama più ampia di relazioni politiche, interessi e possibili protezioni. La sua vicenda si intreccia con le paure dell’Occidente durante la Guerra Fredda, quando il terrorismo internazionale veniva spesso interpretato attraverso l’immagine della regia occulta di un grande burattinaio capace di orientare gli eventi e destabilizzare gli equilibri internazionali. È proprio la distanza tra il personaggio mitizzato e la ricostruzione storica che si colloca uno dei principali meriti del volume: sottrarre Carlos al fascino della leggenda senza rinunciare a interrogarsi sulle responsabilità individuali e sulle dinamiche internazionali che resero possibile la sua azione.


A sviluppare questa prospettiva è stato Mireno Berrettini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica. La vicenda di Carlos, ha evidenziato, non può essere compresa isolandola dal sistema di rapporti tra Stati, servizi segreti e organizzazioni politiche che caratterizzò la Guerra Fredda. La sua figura si è affermata anche attraverso la rappresentazione di un terrorismo dotato di una rete internazionale e sostenuto da appoggi difficili da identificare. Il richiamo al «grande vecchio», al burattinaio che avrebbe diretto dall’alto le operazioni contro l’Occidente, appartiene a un immaginario che ha condizionato a lungo la lettura di quegli anni. Ma proprio qui si impone il compito dello storico: verificare le ricostruzioni, confrontare le fonti, distinguere i collegamenti documentati dalle interpretazioni e dalle suggestioni.

Paolo Valvo, docente di Storia contemporanea all’Università Cattolica, ha ripreso il tema del mito, sottolineando quanto sia sottile il confine tra verità giudiziaria, verità politica e verità storica. Il personaggio di Carlos è sfuggente, e le evidenze documentarie non hanno sempre la stessa consistenza: in alcuni casi sono frammentarie, in altri consentono ricostruzioni più solide. Il volume non si esaurisce in una biografia tradizionale: la figura di Carlos diventa piuttosto il punto di accesso a una storia corale, nella quale trovano spazio anche le vittime e le conseguenze degli attentati. La sua vicenda permette di osservare da una prospettiva più ampia gli anni di piombo e le loro connessioni internazionali, evitando letture schematiche che separino rigidamente responsabilità, contesti e interpretazioni in un’alternanza di bianco e nero.

Il passaggio dalla ricostruzione storica alla memoria delle vittime è stato al centro dell’intervento di Mario Calabresi, giornalista e scrittore, il quale ha innanzitutto evidenziato la qualità narrativa del libro, capace di tenere insieme il rigore della ricerca e una lettura avvincente. L’abilità narrativa, tuttavia, non deve trasformarsi in fascinazione per il protagonista. Un libro dedicato a Carlos potrebbe finire per alimentare l’immagine di un uomo onnipotente, capace di muoversi liberamente sulla scena mondiale e di tessere ogni genere di trama. Il lavoro di Lomellini procede invece in direzione opposta: smonta le ricostruzioni non dimostrate, verifica le presunte connessioni e riporta le vicende entro i confini di ciò che le fonti consentono di affermare.

Calabresi ha richiamato anche una questione più generale: il modo in cui il terrorismo è stato raccontato nel corso dei decenni. Per molto tempo, nella pubblicistica e nel dibattito pubblico, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla storia delle organizzazioni armate, sulle loro strategie, sulle trame politiche e sulle testimonianze degli ex terroristi. Le vittime sono rimaste spesso sullo sfondo, ridotte a numeri o a elementi di una ricostruzione più ampia. Il loro recupero non risponde soltanto a un’esigenza affettiva o commemorativa, ma raccontare le persone colpite dalla violenza significa rendere visibili i danni provocati dal terrorismo nel tessuto sociale. In tal senso ha riportato l’attenzione sulla dimensione privata e umana delle vittime, mostrando ciò che la violenza politica ha sottratto alle persone e alle loro famiglie. Il racconto cambia prospettiva: non più soltanto le imprese di chi ha compiuto gli attentati, ma anche le esistenze spezzate, le relazioni interrotte e le ferite lasciate nella società. Le vittime cessano di essere comparse e tornano a essere persone, con una storia e una dignità.

Nelle conclusioni, Valentine Lomellini ha raccolto le sollecitazioni emerse dal confronto, ribadendo il valore di un approccio sistemico alle relazioni internazionali. Il terrorismo, soprattutto a partire dagli anni Settanta, si è imposto come forza capace di attraversare i confini nazionali e di inserirsi in scenari politici complessi, coinvolgendo attori non statali, movimenti, gruppi e reti di relazioni. Ricostruire queste dinamiche significa andare oltre le semplificazioni e contribuire a una memoria condivisa.

La conoscenza storica diventa così anche uno strumento di prevenzione: comprendere le condizioni nelle quali il terrorismo si sviluppa, le reti che lo sostengono e le rappresentazioni che ne alimentano il mito può contribuire a riconoscere i meccanismi che rischiano di riprodursi nel presente e a impedire che si riaprano scenari di violenza.

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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