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Ciò che lascia Fausto Colombo

20 gennaio 2026

Ciò che lascia Fausto Colombo

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Con un convegno dal titolo Tracce di futuro, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha voluto ricordare Fausto Colombo nel primo anniversario della scomparsa.

L’incontro – che si è svolto venerdì 16 gennaio nella sede di largo Gemelli a Milano – è stato l’occasione per colleghi e studiosi, provenienti da diversi atenei, di rendergli un grato e commosso omaggio.

Ma è stato anche il primo (e auspicabilmente non l’ultimo) momento per provare a interrogarsi sulla sua eredità (il suo «magistero intellettuale», è stato detto) e su come proseguire sulla strada da lui tracciata (da qui, appunto, il titolo dell’appuntamento) in quasi quarant’anni di insegnamento, ricerca accademica e impegno civile sulla comunicazione.

Nella sua lunga carriera professionale Fausto Colombo ha mostrato come queste tre figure – quella del professore, dell’analista e dell’intellettuale – possano, e forse anche debbano, essere congiunte.

Colombo è stato infatti, prima di tutto, un docente che ha profondamente amato il suo mestiere e la sua Università. Tra le molteplici iniziative promosse su tanti fronti diversi, da quello istituzionale a quello della ricerca, ne è stata ricordata una in particolare che ha a che vedere proprio con l’insegnamento: il corso di laurea in Comunicazione e società (COMeS), che Colombo promosse quando dalla Facoltà di Lettere passò a quella di Scienze politiche. Come ha detto il preside Andrea Santini quella fu «un’intuizione vincente, che precorse i tempi» ed è oggi premiata dal numero di iscrizioni e dal successo professionale degli allievi.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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Da studioso, l’altra sua identità, Colombo è stato un autore sia prolifico (23 monografie, 50 articoli in riviste scientifiche nazionali e internazionali, 30 curatele), sia originale. Lo è stato nei contenuti e persino nelle forme di scrittura, «reinventando formati editoriali, dal saggio breve a quello accademico, e adattandoli all’oggetto di analisi che la curiosità gli suggeriva», ha sottolineato Ruggero Eugeni, che ha preso il suo posto alla direzione del Dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo.

Molte di queste opere sono state pubblicate da Vita e Pensiero e «sono diventate anche testi di studio adottati da altre Università», come ha tenuto a precisare Aurelio Mottola il direttore editoriale della casa editrice dell’Ateneo, a cui si deve anche l’ultima iniziativa editoriale di Colombo Lezione sulla cultura popolare, tratta dalla lectio che il professore, già molto malato, tenne in aula magna in occasione del suo pensionamento.

Curioso osservatore, sin dai suoi primi lavori ha indicato prospettive insolite, come quando, per esempio, nel libro collettivo Persuasori non occulti, uscito nel 1989, propose una lettura della comunicazione pubblicitaria in controtendenza «Era un ribaltamento del punto di vista, che ci colpì molto», ha ricordato Sergio Brancato all’epoca allievo di Alberto Abruzzese, considerato uno dei principali pionieri degli studi sulla comunicazione e sui media in Italia e figura di riferimento per la cosiddetta “scuola napoletana” di studi sui media.

Per quanto riguarda, poi, l’impegno civile di Colombo, Michele Sorice, docente di teoria dei media a La Sapienza di Roma, ha raccontato un aneddoto gustoso e anche molto significativo: «Quando la Repubblica indicò lui e me come i due saggi di area che il Pd aveva proposto per partecipare al progetto di scrittura di una carta della comunicazione pubblica, mi chiamò subito al telefono. Nessuno dei due sapeva da dove potesse essere saltata fuori quella notizia e ci facemmo insieme una grossa risata».

Colombo, infatti, non fu un sociologo pubblico, tantomeno ideologicamente schierato: gli si farebbe un torto nel vestirlo con i panni – peraltro parecchio fuori moda – del pensatore engagé. Forse la definizione più convincente è proprio quella che ha proposto Sorice: «fu un intellettuale posizionato», cioè in grado di capire che a volte «è necessario prendere una posizione», perché – se non lo si fa, se si rimane neutrali – ci si costringe all’indifferenza e, in fin dei conti, si viene anche meno alle proprie responsabilità.

E qui veniamo a uno dei temi su cui, soprattutto negli anni della maturità, Colombo ha più riflettuto: il rapporto tra verità e democrazia. «È per lui una questione cruciale – ha insistito Emanuela Mora, direttrice del Dipartimento di Sociologia, in un videomessaggio inviato da Addis Abeba, dove si trovava per impegni di studio –. In anticipo sui tempi aveva capito che, se nel dibattito pubblico al vero si sostituisce il convincente, come ultimamente ci stanno abituando a fare i politici, quello che si compromette è il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni, cioè la base dell’ordinamento democratico».

Questa è quindi anche la ragione per la quale dire la verità, in pubblico, prendendo per l’appunto posizione, non è per un analista che fa della società (e di un suo aspetto cruciale: la comunicazione) il proprio oggetto di studio una scelta opzionale.

Da questo snodo cruciale del pensiero di Colombo si può partire per tracciare possibili sviluppi futuri.

Una mappa già molto precisa è contenuta nel testo …E quanto più sapore possibile, curato per Vita e Pensiero da Piermarco Aroldi, Giovanna Mascheroni, Francesca Pasquali e Barbara Scifo, oggi docenti e ricercatori che sono stati sin dagli anni giovanili collaboratori e anche amici per la vita di Fausto Colombo e che durante l’incontro hanno dovuto inevitabilmente lottare contro l’emozione.

I cinquantadue saggi, alcuni a più mani, frutto della collaborazione di una sessantina di autori, contenuti nel volume, sono una miniera di suggerimenti, proposte, indicazioni.

Almeno tre sembrano essere le direttrici fondamentali.

In un’epoca in cui dialoghiamo con le macchine e le macchine comunicano tra loro, la prima è non dimenticare che la comunicazione «non è solo un’attività per agire sul mondo, ma serve anche a stabilire relazioni tra esseri umani», perché risponde a «un’attitudine propria della nostra specie: quell’apertura verso l’altro, che ha permesso fino ad oggi la nostra evoluzione, trasferendo conoscenze da una generazione all’altra», come ha puntualizzato Guido Gili, che ha scritto con Colombo due fondamentali manuali, uno per La Scuola nel 2012 e uno per Laterza nel 2022.

La seconda direzione sta nel valorizzare la “gentilezza” nella comunicazione, considerandola non come una faccenda di buone maniere, ma nel suo significato etimologico: come appartenenza a una gens, una stessa famiglia, quella comunità di destino che è l’umanità intera.

La terza via possibile, infine, l’ha indicata, insieme a molti altri spunti, Giovanni Boccia Artieri, docente di Scienze della comunicazione presso l'Università degli Studi di Urbino: comprendere dove le piattaforme stiano spingendo la cultura dei media.

È questo un ambito di studio che Colombo avrebbe voluto approfondire, come lui stesso scrive – già molto provato dalla malattia – nella revisione della sua ultima lezione in Università per l’edizione di Vita e Pensiero dedicata alla cultura popolare. Si può ancora definire “popolare” quella cultura in cui il pubblico è diviso in tante audience diverse, stabilite dall’algoritmo e da esso premiate quanto più sono in conflitto tra loro?

Parafrasando le ultime parole di un autore che ha molto amato, Michel Foucault, avrebbe avuto ancora molte cose da dire su questo argomento. Ma purtroppo, non ne ha avuto il tempo. Ha però lasciato una comunità di studiosi che potrà continuare il suo lavoro. E, in definitiva, è forse proprio questa la parte più preziosa della sua eredità.

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