«Voglio lavorare nell’ambito dell’istruzione superiore e della ricerca; mi piacerebbe dare un contributo all’elaborazione delle politiche pubbliche. Ma voglio farlo nel mio Paese. In Etiopia ci sono la mia famiglia, le mie radici e i miei affetti che mi hanno permesso di essere quello che sono: sento di dovere dare qualcosa in cambio».
Nel mese scorso, Mekonnen Tadesse Worku, ricercatore alla St. Mary’s University di Addis Abeba, ha ottenuto il dottorato di ricerca in Management and Innovation all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con una tesi sul ruolo della piccola e media impresa nello sviluppo dell’economia etiope.
A differenza di molti altri studiosi africani che scelgono l’Europa o gli Stati Uniti per specializzarsi, nei suoi piani per il futuro non c’è un approdo stabile in un ateneo occidentale.
«Studiare sotto la guida della Cattolica mi ha incoraggiato a pensare in modo più interdisciplinare e secondo standard accademici internazionali», racconta. «Ho acquisito maggiore sicurezza nei metodi di ricerca; ho anche potuto confrontarmi con compagni e docenti provenienti da contesti diversi. Ma sin dall’inizio di questo percorso - sottolinea - desideravo mettere queste competenze al servizio del mio Paese: sento di avere un debito di riconoscenza».
Potersi confrontare con colleghi in tutto il mondo è, per uno studioso, parte integrante del proprio percorso di crescita. Tuttavia, l’internazionalizzazione – uno dei pilastri della ricerca – ha anche un rovescio della medaglia: se i percorsi all’estero diventano viaggi di sola andata, le legittime ambizioni individuali si trasformano in una perdita per i Paesi di origine.
Il problema diventa ancora più grave quando quei Paesi hanno bisogno proprio di quelle competenze per sostenere il proprio sviluppo. È per rispondere a questo rischio che è nato il progetto D.E. Africa (Doctoral Education for Africa), grazie al quale Mekonnen Tadesse Worku ha ottenuto il suo PhD in Italia. L’obiettivo era trovare un equilibrio non semplice: evitare, da un lato, la “fuga dei cervelli” e, dall’altro, offrire opportunità di formazione qualificata laddove non sempre sono disponibili.
Promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana con i fondi dell’8xmille, il progetto permetterà di formare 37 dottori di ricerca provenienti da 14 Paesi africani quando sarà giunto a termine anche il secondo e ultimo ciclo.
Inseriti in due programmi distinti – uno di ambito economico, Management and Innovation, e uno di taglio tecnico, dedicato ai sistemi agroalimentari – i ricercatori hanno seguito le lezioni prevalentemente a distanza, mantenendo comunque un costante confronto con i docenti dell’Ateneo e conseguendo un titolo accreditato.
«In molti contesti africani il sistema universitario fatica a offrire percorsi di dottorato strutturati. Noi volevamo, da un lato, colmare questa lacuna formativa e, dall’altro, evitare che si interrompesse il rapporto con il Paese di origine di questi ricercatori. Questa modalità ci è sembrata la più idonea per raggiungere questo duplice scopo», spiega il professor Mario Molteni, responsabile del progetto e direttore della Fondazione E4 Impact, nata per sostenere l’avvio e la crescita di nuove imprese in Africa attraverso programmi formativi e iniziative di sviluppo.
I risultati di questi anni sembrano dargli ragione. Come Mekonnen Tadesse Worku, la stragrande maggioranza dei partecipanti che ha già concluso il programma proseguirà la propria carriera accademica nelle università di provenienza, contribuendo a formare la nuova classe dirigente nel continente.