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Formarsi, formando l'Africa

15 giugno 2026

Formarsi, formando l'Africa

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«Voglio lavorare nell’ambito dell’istruzione superiore e della ricerca; mi piacerebbe dare un contributo all’elaborazione delle politiche pubbliche. Ma voglio farlo nel mio Paese. In Etiopia ci sono la mia famiglia, le mie radici e i miei affetti che mi hanno permesso di essere quello che sono: sento di dovere dare qualcosa in cambio».

Nel mese scorso, Mekonnen Tadesse Worku, ricercatore alla St. Mary’s University di Addis Abeba, ha ottenuto il dottorato di ricerca in Management and Innovation all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con una tesi sul ruolo della piccola e media impresa nello sviluppo dell’economia etiope.

A differenza di molti altri studiosi africani che scelgono l’Europa o gli Stati Uniti per specializzarsi, nei suoi piani per il futuro non c’è un approdo stabile in un ateneo occidentale.

«Studiare sotto la guida della Cattolica mi ha incoraggiato a pensare in modo più interdisciplinare e secondo standard accademici internazionali», racconta. «Ho acquisito maggiore sicurezza nei metodi di ricerca; ho anche potuto confrontarmi con compagni e docenti provenienti da contesti diversi. Ma sin dall’inizio di questo percorso - sottolinea - desideravo mettere queste competenze al servizio del mio Paese: sento di avere un debito di riconoscenza».

Potersi confrontare con colleghi in tutto il mondo è, per uno studioso, parte integrante del proprio percorso di crescita. Tuttavia, l’internazionalizzazione – uno dei pilastri della ricerca – ha anche un rovescio della medaglia: se i percorsi all’estero diventano viaggi di sola andata, le legittime ambizioni individuali si trasformano in una perdita per i Paesi di origine.

Il problema diventa ancora più grave quando quei Paesi hanno bisogno proprio di quelle competenze per sostenere il proprio sviluppo. È per rispondere a questo rischio che è nato il progetto D.E. Africa (Doctoral Education for Africa), grazie al quale Mekonnen Tadesse Worku ha ottenuto il suo PhD in Italia. L’obiettivo era trovare un equilibrio non semplice: evitare, da un lato, la “fuga dei cervelli” e, dall’altro, offrire opportunità di formazione qualificata laddove non sempre sono disponibili.

Promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana con i fondi dell’8xmille, il progetto permetterà di formare 37 dottori di ricerca provenienti da 14 Paesi africani quando sarà giunto a termine anche il secondo e ultimo ciclo.

Inseriti in due programmi distinti – uno di ambito economico, Management and Innovation, e uno di taglio tecnico, dedicato ai sistemi agroalimentari – i ricercatori hanno seguito le lezioni prevalentemente a distanza, mantenendo comunque un costante confronto con i docenti dell’Ateneo e conseguendo un titolo accreditato.

«In molti contesti africani il sistema universitario fatica a offrire percorsi di dottorato strutturati. Noi volevamo, da un lato, colmare questa lacuna formativa e, dall’altro, evitare che si interrompesse il rapporto con il Paese di origine di questi ricercatori. Questa modalità ci è sembrata la più idonea per raggiungere questo duplice scopo», spiega il professor Mario Molteni, responsabile del progetto e direttore della Fondazione E4 Impact, nata per sostenere l’avvio e la crescita di nuove imprese in Africa attraverso programmi formativi e iniziative di sviluppo.

I risultati di questi anni sembrano dargli ragione. Come Mekonnen Tadesse Worku, la stragrande maggioranza dei partecipanti che ha già concluso il programma proseguirà la propria carriera accademica nelle università di provenienza, contribuendo a formare la nuova classe dirigente nel continente.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

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È proprio questa visione a lungo termine, centrata sulla capacità trasformativa dell’educazione, l’elemento che ha spinto la Conferenza episcopale italiana a sostenere il progetto è a farne uno dei suoi interventi di cooperazione internazionale più strutturati nel campo dell’alta formazione.

«Sollecitati da papa Francesco, con il suo invito a mettere le periferie al centro, in occasione del centenario dell’Università Cattolica, abbiamo riflettuto su come valorizzare la profonda conoscenza che l’Ateneo ha del sistema universitario, sia italiano sia africano», spiega mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo. «Da qui è nata l’idea di offrire dottorati condivisi con università africane, rispondendo a un bisogno molto specifico ma cruciale».

Questa esperienza ha anche arricchito la stessa Cattolica.

Attraverso la formazione di esponenti del mondo accademico africano, l’Ateneo ha stretto nuove relazioni o rafforzato quelle esistenti con circa venti università del continente. Inoltre, le ricerche condotte sul campo dagli studiosi africani, sotto la supervisione dei propri docenti, hanno ampliato il patrimonio di conoscenza dell’istituto di largo Gemelli, gettando una luce nuova sulle grandi sfide globali dell’Africa.

Per esempio, la tesi di Mekonnen Tadesse Worku ha messo in discussione una convinzione diffusa: che l’apertura ai mercati globali sia di per sé positiva. In realtà, senza adeguate capacità interne di apprendimento, Worku ha mostrato come la globalizzazione possa indebolire i sistemi produttivi locali, esponendoli alla concorrenza e limitando lo sviluppo. In base al suo studio, la chiave non è l’esposizione ai mercati internazionali, ma la capacità di trasformare conoscenza in innovazione.

La tesi di Marcel Loyd Minka, invece, si è occupata di un problema locale ma che ha cause globali. L’innalzamento delle temperature, provocato dai gas serra, ha aumentato la competizione tra allevatori e coltivatori per l’accesso ai terreni fertili a Mbalmayo, una regione situata nel centro del suo paese di origine: il Camerun. Inoltre, la trasformazione del paesaggio agricolo ha fatto scomparire piante, ruscelli, stagni utilizzati come punti di riferimento nei sistemi agricoli informali per delimitare le proprietà aumentando così le occasioni di conflitto tra le comunità. Minka - che si è formato a Dresda e in Sudafrica, prima di ottenere il dottorato alla Cattolica - ha studiato come le comunità interpretano gli elementi del territorio e ha sviluppato quattro modelli utili sia alla risoluzione dei conflitti fondiari sia al rafforzamento della capacità di adattamento delle comunità rurali in Camerun.

Anche il lavoro di Roseline Chemutai fornisce indicazioni utili per lo sviluppo di politiche pubbliche. Osservando le tecniche di coltivazione degli ortaggi negli orti cittadini dell’Uganda, la ricercatrice ha dimostrato i vantaggi che si possono trarre dall’utilizzo di substrati derivati da materiali di scarto, come polvere di carbone e bucce di caffè. Combinandoli con strategie mirate di fertilizzazione, è possibile aumentare il valore nutrizionale degli ortaggi, riciclare i rifiuti, ridurre il degrado del suolo e sostiene l’agricoltura urbana.    

La sua collega, Sangmorkuor Tetteh, del Ghana, ha affrontato un tema altrettanto cruciale: l’imprenditorialità dei rifugiati nel proprio Paese. Attraverso uno studio qualitativo che coinvolge imprenditori e organizzazioni di supporto, è emersa una realtà complessa fatta di discriminazioni, esclusioni finanziarie e fragilità istituzionali. Eppure, anche in questo contesto, Tetteh ha messo in luce come i rifugiati sviluppino strategie adattive: reti informali, soluzioni autonome, percorsi di integrazione progressiva o indiretta.

E ancora, la ricerca di Peter Lansana, dalla Sierra Leone, ha affrontato il legame tra povertà, istituzioni e imprenditorialità. La sua tesi analizza il fenomeno della cosiddetta necessity entrepreneurship, ovvero l’imprenditorialità come scelta obbligata per sopravvivere in contesti segnati da forti vincoli istituzionali.

«Questa esperienza ci ha permesso di sperimentare quanto sia efficace lavorare con l’Africa e non solo per l’Africa», osserva Benedetto Cannatelli, docente dell’Ateneo, riprendendo un’espressione cara al rettore Elena Beccalli che ha voluto dare impulso alle iniziative di questo tipo lanciando il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Queste persone che abbiamo formato ora diventeranno i nostri alleati migliori per promuovere progetti di ricerca condivisi tra atenei su sfide comuni: la crescita, la sostenibilità, le migrazioni».

Nonostante i molti aspetti positivi, D.E. Africa presenta però anche una grave criticità. Rischia infatti di non essere facilmente replicabile.

«È il rammarico più grande», confessa Molteni. «La nuova normativa non rende più possibile per le istituzioni non profit, comprese le università africane, finanziare borse di studio per dottorati».

Davvero un peccato. I primi dottorati africani per l’Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore rischiano di essere anche gli ultimi se non si troveranno altre vie.

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