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Meno assistenza e più investimento

15 giugno 2026

Meno assistenza e più investimento

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Sessant'anni di aiuti internazionali ai Paesi a Basso Reddito con risultati largamente al di sotto delle attese. È ora di cambiare metodo, non solo intenzioni.

È con questa premessa che si è aperto all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Piacenza il workshop "Perché un Nuovo Paradigma per gli Aiuti ai Paesi a Basso Reddito", promosso dalla Fondazione Invernizzi insieme alla Facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell'Ateneo.

Ad aprire i lavori il professor Giuseppe Bertoni, presidente della Fondazione Invernizzi: «Ciò che conta davvero è accelerare il mutamento delle condizioni di vita nelle aree rurali, ma per farlo è indispensabile puntare sulla consapevolezza e sulla responsabilizzazione della popolazione adulta». Per questo, ha proseguito Bertoni «la formazione non può limitarsi al piano scolastico o tecnico-scientifico, ma deve estendersi a un cambiamento nella mentalità». Una sfida che richiede, ha precisato, di lavorare con l'Africa e non per l'Africa, motto comboniano che sintetizza un approccio radicalmente diverso dalla logica del dono unilaterale.

Mons. Claudio Giuliodori ha allargato subito la cornice, ricordando il Piano Africa dell'Ateneo e la sua sinergia con il Piano Mattei: «Tutte le nostre facoltà concorrono a dare corpo e sostanza a questo impegno verso i Paesi a basso reddito». Richiamando poi il recente viaggio di Papa Leone che ha incoraggiato il continente a essere protagonista del proprio sviluppo, ricordando che «l'Africa è portatrice della gioia e della speranza come virtù politica» e l'enciclica sulle nuove tecnologie, ha chiuso con un'immagine che ha segnato il tono dell'intera giornata: «La tecnologia può dare molto, ma è il modo in cui guardiamo gli altri che conta più di tutto.»

Un dato su tutti ha aperto l’intervento di Sandra Corsi, GEF Technical Officer della FAO: un piccolo agricoltore dell'Africa subsahariana produce in media solo il 24% della resa potenzialmente ottenibile. Eppure la cooperazione ha ottenuto risultati reali: la povertà estrema è scesa dal 38% nel 1990 all'8,5% nel 2024. Il nodo è altrove: «Quando sementi di alta qualità falliscono, il problema raramente è il seme. Più spesso mancano le condizioni essenziali: fertilità del suolo, consulenza tecnica, gestione dell'acqua». La parola centrale da cui partire secondo Corsi, quindi «non è "aiuto" ma investimento».

Il professor Marco Caselli del Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (CeSI) dell'Università Cattolica ha smontato con precisione l'idea stessa di "aiuto": «Contiene in sé gran parte dei motivi del suo insuccesso. Pone gli attori su due piani differenti, di superiorità e di inferiorità, portando a programmi decisi dall'alto e non congruenti con i bisogni di chi sta in basso». Il professor Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione, ha aggiunto la leva dell'educazione: «L'innovazione tecnologica non produce automaticamente partecipazione civica. Solo attraverso processi educativi diffusi è possibile trasformare le opportunità in pratiche di cittadinanza attiva». La sua immagine del "villaggio dell'educazione", in cui formare è compito condiviso, non delegato a un'unica agenzia, è diventata il riferimento simbolico della giornata.

Don Roberto Maier dell'Università Cattolica ha aggiunto la prospettiva antropologica: «I poveri non devono essere visti come oggetti di cura, ma in quanto soggetti capaci di creare una propria cultura. Questo significa che c'è qualcosa da apprendere, non solo da insegnare. La tecnologia non è mai neutrale: opera sempre cambiamenti profondi nelle pratiche individuali e comuni. Il coinvolgimento delle comunità, la co-progettazione e la co-produzione non indeboliscono il progresso tecnico e scientifico: lo rafforzano e lo umanizzano.»

Edoardo Occa del Cuamm ha sfidato gli stereotipi: «Un continente giovanissimo, prospero di capacità che rivendica emancipazione, dignità e riconoscimento», capace di una resilienza fondata sul senso di comunità Ubuntu: io sono poiché noi siamo. Il professor Mario Molteni ceo di E4Impact ha invece attraversato sette tensioni reali dello sviluppo imprenditoriale africano, dall'accessibilità dei programmi alla capacità di attrarre investitori, fino al più esistenziale: «diritto a non emigrare vs. diritto a emigrare con dignità».

La tavola rotonda ha ceduto la parola al campo. Don Roger Nyembo dalla Repubblica Democratica del Congo, il dottor André Ndereymana dal Burundi, e il professor Vincenzo Tabaglio dell'Università Cattolica (quindici anni nei Centri Pilota C3S, Cibo Sufficiente, Sicuro, Sostenibile) si sono confrontati sul modello concreto. «Lo sviluppo non nasce dall'introduzione di risorse esterne, ma anche da un nostro contributo ad accrescere la capacità delle comunità locali di diventare protagoniste del proprio futuro» ha detto Tabaglio, sintetizzando l'approccio in tre parole: presenza capillare, fiducia costruita nel tempo, accompagnamento verso l'autonomia reale.

Il workshop si è chiuso con proposte precise: formare localmente giovani e adulti, privilegiare soluzioni agricole adatte ai contesti, rafforzare i legami tra università del Nord e del Sud, migliorare il coordinamento tra tutti gli attori, oggi troppo spesso frammentati. Un appello rivolto a tutti: missionari, cooperanti, tecnici, politici. E, in ultima analisi, ai contadini stessi: solo cambiando prospettiva, cioè mentalità, potranno portare un vero positivo cambiamento.

Un articolo di

Sabrina Cliti

Sabrina Cliti

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