(Letture: Eb 10,19-25; Sal. 23; Mc 4,21-25)
La liturgia della Parola ci offre importanti spunti di riflessione per questa nostra giornata in cui inauguriamo l’Anno Accademico 2025-2026 nella sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Siamo invitati, come abbiamo ascoltato dal versetto di introduzione al Vangelo, a mettere al centro della nostra vita e della nostra attività accademica la Parola di Dio definita “Lampada per i miei passi” e “luce sul mio cammino”. Abbiamo bisogno, molto più di quanto possiamo immaginare, di questa luce vera che viene da Dio e che si è rivelato in Gesù Cristo per discernere ciò che davvero può illuminare l’esistenza umana rispetto a tante luci effimere e ingannevoli, da cui siamo spesso abbagliati. Sono quelle dei social che illudono di vivere tante relazioni e invece ci fanno ritrovare sempre più soli. Sono quelle di una tecnologia che dovrebbe favorire l’autentico sviluppo umano e invece rischiamo di diventarne succubi come nel caso dell’Intelligenza Artificiale. Sono le luci di una politica fatta di potere ostentato e sempre più affidato al rombo martellante delle armi piuttosto che al dialogo e all’incontro tra i popoli. Sono quelle di una umanità che discrimina e scarta alimentando sacche di povertà e lasciando indietro, fino a sopprimerli, i più fragili e indifesi.
Risultano così particolarmente vere e attuali le parole del Prologo del Vangelo di Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Gv 1,9-10). A volte il buio sembra prevalere ma la luce ha vinto le tenebre. Le parole di Gesù sono inequivocabili e categoriche: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Dobbiamo allora camminare nella sua luce mettendoci in ascolto della sua parola e lasciandoci guidare dal suo insegnamento. E in un passo parallelo l’evangelista Matteo rende ancora più esplicito quanto abbiamo ascoltato dal Vangelo di Marco circa la necessità di far risplendere questa luce che viene da Gesù: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,14-16). Che cosa significa per la nostra comunità universitaria e ospedaliera, qui nella sede di Roma, essere oggi luce del mondo? Guidati dalla Parola che abbiamo ascoltato vorrei richiamare la vostra attenzione su tre aspetti: il valore del corpo come via alla verità e alla carità; l’essere un unico corpo come comunità umana e cristiana e, infine, farci carico delle persone sofferenti sull’esempio del Buon Samaritano.
Il primo elemento ci viene suggerito da alcune espressioni contenute nella prima lettura. La lettera agli Ebrei ci invita letteralmente ad «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne». È interessante vedere che la fede non viene presentata come un concetto spirituale o dottrinale ma come relazione concreta con la carne di Cristo. È attraverso il suo corpo offerto per noi sulla croce che siamo introdotti nella verità più profonda dell’amore di Dio. Non è un caso che tra i segni dell’evento salvifico, mentre Gesù muore in Croce, si squarci da cima a fondo il velo del Tempio (Mt 27,51, Mc 15,38, Lc 23,45) a significare che la verità di Dio ormai si è palesata in tutta la sua grandezza o per usare l’espressione cara a Giovanni, in tutta la sua Gloria. Non servono più i sacrifici perché Cristo è il nuovo santuario. Il dono della vita che Gesù fa di se stesso è la manifestazione della Gloria di Dio, perché è la manifestazione suprema e paradossale del suo amore infinito. Come sapete tra velo e verità c’è un fondamentale legame etimologico. Il termine greco per dire verità è alètheia (̇̇) che significa svelare cioè togliere il velo, portare alla luce, rendere evidente ciò che era nascosto. A svelare il mistero di Dio è la carne di Cristo definita “via nuova e vivente”. E del resto che cosa c’è al centro dell’atto liturgico che stiamo celebrando? Il gesto Eucaristico di Gesù: “Prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete, questo è il mio sangue”. Siamo redenti attraverso il suo corpo e non c’è redenzione senza la carne. Se questo è il valore del corpo di Cristo che svela la sua persona divina e l’infinito amore del Padre, pensiamo a quale sia il valore di ogni corpo umano, ossia di ogni persona redenta dal suo sangue.
Ora in nessun altro luogo come una Facoltà di Medicina e chirurgia si studia il corpo e in nessun altro luogo come un ospedale ci si prende cura del corpo. Siamo consapevoli che il corpo è il velo del mistero di ogni essere umano amato da Dio, reso fratello in Cristo, per quale il Signore stesso ha dato la sua vita? Ogni volta che ci accostiamo ad un corpo per studiarlo e per curarlo dobbiamo essere consapevoli che stiamo percorrendo la via maestra che ci avvicina al mistero dell’amore di Dio. Il rapporto che stabiliamo con ogni corpo-persona non può allora che essere eucaristico, cioè di un continuo e reciproco scambio di doni. Nulla in una istituzione come la nostra, che trae ispirazione dal Sacro Cuore, può alterare o frapporsi a questo punto sorgivo della relazione medico-paziente, neppure le procedure scientifiche o quelle assistenziali e tanto meno le prassi organizzative o i calcoli economici. Potersi prendere cura del corpo delle sorelle e dei fratelli è un grande dono, oserei dire un privilegio perché siamo al cospetto del santuario della presenza di Dio. E proprio per questo, ci ricorda sempre la lettera agli Ebrei, dobbiamo accostarci «con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura». Sembrano regole igieniche, e lo sono, ma riguardano l’igiene della mente e del cuore.
Dal valore teologico del corpo, che ha evidenti ricadute etiche, esistenziali e professionali, deriva il secondo aspetto. Se il corpo è così significativo dobbiamo saperlo cogliere in tutta la sua valenza culturale, sociale e soprattutto ecclesiale. San Paolo offre due immagini: una legata alla sacralità del corpo e al suo essere segno della gloria di Dio, quando afferma: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti, siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6,19-20). La seconda fa riferimento all’analogia del corpo usata per dire come occorre agire con stile di comunione in una istituzione di matrice ecclesiale: «Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi […] La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda (Rm 12, 4-6.9-10). Quando parliamo della comunità accademica o meglio ancora della famiglia universitaria, sono questi i riferimenti teologici, antropologici e valoriali a cui facciamo riferimento. Non sfugge a molti osservatori interni ed esterni come la nostra comunità proprio per questo sia diversa e abbia una peculiare modalità di gestire le relazioni a tutti i livelli, i processi organizzativi, la stessa vita accademica e l’attività sanitaria. Ringraziamo per questo il Signore ma sappiamo che non è semplice né scontato. È necessario vigilare e rimotivare continuamente scelte e comportamenti.
Da qui la terza dimensione messa sempre in evidenza dalla lettera agli Ebrei quando afferma: «prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone». Questo versetto non ha bisogno di molte spiegazioni. Indica che cosa in concreto significa riconoscersi membra dello stesso corpo e lavorare assieme nello stile che ci ha insegnato il capo del corpo, il Signore Gesù. In una organizzazione complessa e con molteplici finalità come la nostra ci si può relazionare in molti modi: sentendosi sempre in concorrenza con gli altri, alimentando la diffidenza o rifugiandosi nell’indifferenza, seminando zizzania o creando divisioni, oppure nello stile indicato dalla parola di Dio, ossia: «stimolarsi a vicenda nella carità e nelle opere buone». È chiaramente lo stile del Buon Samaritano che siamo chiamati a seguire e su cui ritorna Papa Leone XIV nel Messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato dal titolo: La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro. «Desidero vivamente – scrive il pontefice - che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti».
È quello che cerchiamo di fare con grande dedizione e su cui dobbiamo continuare a crescere. Parlo dello stile ordinario che deve contraddistinguerci in ogni nostra iniziativa e in particolare delle tante attività che stanno sempre più qualificando la nostra realtà come Campus Solidale. Non è possibile qui ricordare le tante e importanti attività solidali, grandi e piccole, che hanno preso vita in questo luogo voluto dall’audace determinazione di P. Agostino Gemelli e dalla passione educativa della Beata Armida Barelli. In questo anno in cui celebriamo l’VIII centenario del transito di San Francesco affidiamo alla sua benedizione l’Anno Accademico che inauguriamo. Come lui si è convertito abbracciando il lebbroso e il suo corpo piagato così anche noi possiamo sempre più dilatare il nostro cuore servendo con generosità e amore sincero il corpo malato delle nostre sorelle e dei nostri fratelli. Allora la luce del nostro Ateneo non rimarrà certo nascosta e continuerà a risplendere sul colle di Monte Mario. Amen.