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Il debito pubblico, un macigno da evitare

13 aprile 2022

Il debito pubblico, un macigno da evitare

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Sessanta, 120, 155.  Sono le percentuali del valore medio del rapporto debito pubblico/Pil calcolato in Italia rispettivamente negli anni 1980, 2000, 2020. Tre numeri che la dicono lunga sul continuo incremento fatto registrare negli ultimi decenni nel nostro Paese. Come si è potuto accumulare un debito di oltre 2.700 miliardi? E quali conseguenze ha sul funzionamento dell’economia? A rispondere a queste domande sono gli economisti dell’Università Cattolica Massimo Bordignon e Gilberto Turati, autori del recente volume “Debito pubblico. Come ci siamo arrivati e come sopravvivergli”, pubblicato dalla casa editrice Vita e Pensiero nell’ambito della nuova collana “La piccola biblioteca per un paese normale”.

«Cercare di capire come mai viviamo una condizione di questo tipo è una domanda che nel nostro Paese ci continuiamo a porre da tanti troppi anni», ha esordito Marco Lossani, docente di Economia internazionale in Cattolica, introducendo l’incontro di mercoledì 6 aprile, promosso dall’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa (ASSBB) e dedicato alla presentazione del libro. «Dal momento che non abbiamo ancora trovato risposte concrete per risolvere il problema, discuterne ancora oggi è utile e importante anche perché nessuno si aspettava lo scoppio né di una pandemia né di un conflitto, con tutte le conseguenze che ne possono derivare sull’andamento dei saldi di finanza pubblica», ha continuato il professor Lossani.

Eppure, «è molto difficile spiegare agli italiani cos’è il debito», ha precisato Massimo Bordignon, attualmente Consigliere economico di Mario Draghi e membro del Comitato consultivo europeo per le finanze pubbliche. «Come si fa a concepire un debito di 2.700 miliardi quando il reddito medio annuo degli italiani è di 22mila euro? E, poi, debito di chi e nei confronti di chi? Perché dovremmo occuparcene e preoccuparcene?», si è chiesto l’economista.

Alcune risposte a queste domande si trovano nel libro: un testo divulgativo che, con l’abc dell'economia, un po’ di storia e alcune simulazioni, offre interessanti chiavi di lettura su un tema «tanto esplorato» ma ancora privo di soluzioni. Diviso in tre parti, nella prima il volume spiega cos’è il debito, chi lo possiede, come evolve, se è più o meno sostenibile. La seconda parte, invece, racconta come ci siamo arrivati: un excursus storico attraverso l’Italia Monarchica, Repubblicana, degli anni Ottanta, fino ad arrivare all’ingresso nell’euro e ai giorni nostri. «L’esplosione vera del debito arriva negli anni Ottanta: da allora non siamo riusciti a tornare più indietro per tutta una serie di ragioni, prima fra tutte l’incapacità della classe politica di controllare l’evoluzione delle finanze pubbliche», ha commentato Bordignon.

Un articolo di

Katia Biondi

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Sono anche altri i motivi che rendono il debito elevato. Per esempio, «il divario tra Nord e Sud, la struttura dei governi italiani, perlopiù di coalizione, che, oltre a durare poco, fanno politiche di spesa per il proprio elettorato scaricandone i costi sulla collettività, l’elettorato che mette in atto comportamenti molto opportunistici», ha puntualizzato Alessandro Missale, docente all’Università degli Studi di Milano, elencando le ragioni lontane o vicine alla base dell’enorme debito italiano indicate nel libro. Una «analisi vera» cui va aggiunto un altro aspetto relativo alle caratteristiche demografiche dell’Italia. «Il nostro è un Paese di vecchi» e «il debito altro non è se non lo spostamento della tassazione dal presente al futuro», con la conseguenza che a pagarne il prezzo più alto saranno le generazioni future.

Ecco perché, ha fatto eco Gilberto Turati, «tocca alla politica trovare soluzioni» e «compromessi» per porre fine a questi «disequilibri», altrimenti «diventa facile scaricare tutto sul debito». Di qui la necessità di ridurlo proprio per evitare di esporre «il nostro Paese al rischio di una crisi che potrebbe difatti manifestarsi, per una caduta del reddito o anche con una sospensione delle forniture del gas», ha ricordato Missale.

Come uscirne, allora? Secondo Paolo Manasse, dell’Università di Bologna, esistono «vari strumenti» che potrebbero costruire «strade percorribili» senza causare «sconquassi»: per esempio forme di cancellazione fatte a opera delle istituzioni internazionali che detengono il nostro debito o accordi internazionali di ristrutturazione. Diverse, invece, le vie d’uscita suggerite dagli autori nella terza e ultima parte del libro. Dove, oltre a passare in rassegna le soluzioni facili - quelle raccontate nei social e nei talk show: torniamo alla lira, smettiamo di pagarlo, facciamolo pagare ai ricchi -, ne hanno indicate alcune che lasciano spazio a un «cauto ottimismo», alla luce anche dei mutati orientamenti europei nei confronti dell’Italia (il Pnrr, il nuovo ruolo giocato dalla Bce). «L’importante è riprendere a crescere» e «non fare troppe sciocchezze che alimenterebbero lo spread», ha rimarcato il professor Bordignon. La storia, del resto, lo conferma. «Tutti gli episodi storici di riduzione del debito sono stati resi possibili da una crescita significativa» ha osservato Alessandro Missale.

Ne sono una riprova anche alcune simulazioni elaborate ad hoc: partendo dalle previsioni positive del Def dell’anno scorso, gli economisti della Cattolica hanno stimato che nel 2024 con una crescita in termini reali dell’1.4 - raggiunta se il Pnrr funzionerà bene - il debito dovrebbe ridursi rapidamente fino a raggiungere il 120% del Pil nel 2040. Ovviamente due i fattori imprescindibili per rendere possibile questo «percorso virtuoso»: i bassi tassi d’interesse e le scelte dei nostri governanti.

Photo by Markus Winkler on Unsplash

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