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Il futuro dei diritti umani in Europa: la lezione di Síofra O’Leary

12 ottobre 2026

Il futuro dei diritti umani in Europa: la lezione di Síofra O’Leary

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Diritti umani, libertà, democrazia, pace. È da questi nodi nevralgici che ha preso le mosse la lezione aperta della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore con cui si è aperto il nuovo ciclo di incontri “CHOICESeries_1”, promosso dalla professoressa Barbara L. Boschetti, docente di Diritto amministrativo, e dedicato alle grandi scelte per il futuro dell’umanità, ai decision-makers, alle scienze per il decision-making, quale impegno di Terza Missione strettamente collegato ai Master in Decision-making e Behavioral Strategy e in Strategie di decisione globali e politica internazionale, entrambi erogati in sinergia con la piattaforma FutureLearn sotto la sua direzione. A inaugurarlo un ospite d’eccezione: la giudice irlandese Síofra O’Leary, già presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo da novembre 2022 a luglio 2024, prima donna a ricoprire questo incarico, e appena indicata dal Governo irlandese per il ruolo di giudice della Corte di giustizia della Ue.

Giovedì 8 ottobre, in un’Aula Magna gremita di studentesse e studenti, Síofra O’Leary ha dialogato con Barbara L. Boschetti rispondendo ad alcune domande su temi che in questa particolare contingenza storica riguardano non solo l’Unione europea ma il mondo intero. «Questo incontro si inserisce in una consolidata tradizione della Facoltà di Scienze politiche e sociali, che negli anni ha ospitato numerose personalità di rilievo delle istituzioni giuridiche europee e internazionali, tra cui Fausto Pocar, già Presidente del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia; Antonio Tizzano, già avvocato generale e vicepresidente della Corte di giustizia dell’Unione europea; e Lucia Serena Rossi, giudice della Corte di giustizia dell’Unione europea», ha esordito il preside di Scienze politiche e sociali Andrea Santini, introducendo l’evento. «Le testimonianze di personalità che hanno contribuito allo sviluppo del diritto e della giustizia a livello internazionale sono una straordinaria opportunità formativa».

E del resto il dibattito ha offerto numerosi spunti per comprendere da vicino i meccanismi dell’articolata architettura che sorregge la tutela dei diritti fondamentali. «Vi è un vincolo indissolubile tra garanzie costituzionali e diritti umani. I diritti umani segnano il tempo ordinario delle democrazie», ha osservato la professoressa Boschetti, entrando subito nel vivo del dibattito. Di qui la prima domanda: «Qual è, oggi, il rapporto tra le costituzioni nazionali e il sistema europeo dei diritti umani? Più debole, più forte o semplicemente diverso rispetto al passato?». Da parte sua, Síofra O’Leary ne ha ricordato le radici storiche. «I diritti umani in Europa sono nati dalle macerie e dalle tragedie della Seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto gli Stati europei decisero di dar vita a due organizzazioni diverse. La prima fu quella che sarebbe poi diventata l’Unione europea, inizialmente concentrata soprattutto sulla cooperazione economica. La seconda fu il Consiglio d’Europa, la cui missione era più ampia: proteggere e rafforzare la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto», ha precisato. 

«La Convenzione europea ha introdotto un elemento rivoluzionario: il diritto di ricorso individuale. Ogni persona che si trova sotto la giurisdizione di uno Stato aderente, rispettate determinate condizioni giuridiche, può rivolgersi direttamente alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo». Principalmente la Convenzione tutela diritti civili e politici: la libertà di espressione, la libertà di associazione, il diritto alla vita privata, il diritto a un equo processo. Protegge inoltre diritti assoluti, come il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti, nonché la protezione contro la tratta degli esseri umani e la schiavitù. «Oggi può sembrare normale che un individuo si rivolga a una corte internazionale per denunciare una violazione dei propri diritti fondamentali. Ma nel dopoguerra si trattò di una vera rivoluzione».

E veniamo qui al bandolo della matassa: se un Paese ha già una costituzione che tutela i diritti fondamentali, perché dovrebbe aver bisogno anche della Convenzione europea? «I sistemi nazionali di garanzia possono talvolta fallire, lasciare scoperte alcune persone oppure non riuscire a proteggere adeguatamente determinati diritti», ha chiarito O’Leary. In particolare, ha aggiunto, se osserviamo i Paesi che generano il maggior numero di ricorsi davanti alla Corte di Strasburgo, troviamo soprattutto paesi in cui lo Stato di diritto incontra serie difficoltà e in cui l’indipendenza della magistratura vacilla. Al primo posto si trova la Turchia, seguita da Russia, Polonia, Ucraina e Italia. «Quello italiano è un caso particolare. Molti dei ricorsi sono dovuti a problemi strutturali del sistema giudiziario. Inoltre, l’Italia ha uno dei più elevati numeri di avvocati pro capite in Europa. Avvocati che, conoscendo molto bene la Convenzione europea, fanno ampio ricorso a Strasburgo. All’estremo opposto troviamo, invece, paesi come il Regno Unito». Eppure, se gli esempi europei non sono convincenti, «basta guardare oltreoceano per vedere quanto rapidamente sistemi costituzionali considerati solidissimi possano trovarsi sotto pressione e attraversare profondi cambiamenti in un periodo di tempo relativamente breve».

Nel corso della discussione particolare attenzione è stata dedicata alle sentenze sul cambiamento climatico, alcune delle quali «esempi significativi di giurisprudenza trasformativa», in quanto hanno prodotto cambiamenti enormi negli ordinamenti degli Stati membri. «Interpretare una Convenzione redatta settantacinque anni fa è un compito delicato. Certo, i giudici devono restare nel proprio ambito di competenza, me se non interpretano e applicano la Convenzione alla luce delle realtà contemporanee il sistema non può funzionare. I social media o la libertà di espressione nell’era digitale ne rappresentano un esempio evidente». 

Nella sua riflessione la giudice si è poi soffermata sulla «neutralità» della Corte. «Deve essere sempre attenta a rimanere entro i limiti della propria funzione giurisdizionale. La politica non è mai lontana da ciò che fa la Corte, ma la politica non è ciò che la Corte fa. Mi riferisco a questioni delicate che possono suscitare dibattiti accesi e profonde divisioni. Se osserviamo quanto accaduto in Europa, sia la Corte di giustizia dell’Unione europea sia la Corte europea dei diritti dell’uomo sono state chiamate a pronunciarsi su vicende riguardanti la Polonia e l’Ungheria, quando quei Paesi, sotto i precedenti governi, hanno intrapreso quella che potremmo definire una deriva di “legalismo autocratico”. Ma quei problemi non possono essere risolti nelle aule giudiziarie, vanno affrontati, almeno in parte, nelle urne».

In proposito, la giurista irlandese ha confermato il ruolo svolto da organizzazioni della società civile come “Memorial”, Premio Nobel per la Pace nel 2022, insistendo sull’importanza di conservare una memoria documentata delle violazioni dei diritti umani e delle aggressioni internazionali. «Le sentenze della Corte non sono solo atti giuridici, ma costituiscono un archivio di verità e responsabilità».
 
Infine, sollecitata dalla professoressa Boschetti a consegnare un messaggio di speranza, rivolgendosi ai numerosi giovani raccolti in Aula Magna, ha detto: «Votate. Siete cresciuti pensando che il voto sia un diritto, e lo è. È un diritto tutelato dal vostro ordinamento nazionale, ma anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nella mia esperienza, maturata lavorando con i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e osservando ciò che accade in altre parti del mondo, ho capito che il voto non è soltanto un diritto, ma è anche una responsabilità». Per questo, «votare è un privilegio. Siete la generazione del presente, non solo del futuro. Non date mai per scontate la democrazia e le libertà, perché molte altre persone nel mondo non hanno le stesse tutele. Un caso emblematico sono gli Stati Uniti: ero lì quando sono scoppiate le proteste in Minnesota. Quelle persone non possono rivolgersi a una Corte europea dei diritti dell’uomo per verificare se le indagini siano condotte secondo gli standard. Voi da europei potete farlo. E credo che questo sia qualcosa che valga la pena difendere».

Un articolo di

Katia Biondi

Katia Biondi

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