Magnifico Rettore,
Autorità accademiche, civili e religiose,
Colleghe e colleghi,
Care studentesse e cari studenti,
L’invecchiamento e la longevità sono temi antichi che accompagnano da sempre la storia dell’uomo, attraversando tutte le grandi civiltà, dall’Egitto alla Grecia, dall’antica Roma al Rinascimento.
Il tema della longevità è molto presente nella Bibbia, soprattutto nell’Antico Testamento. Il libro della Genesi parla di uomini ultracentenari - con una precisa missione ed autori di un disegno di salvezza – che esprimono una perfetta sintesi del messaggio che vorrei consegnare oggi: longevità e patto tra le generazioni. La Scrittura, infatti, non si limita a celebrare il primato della durata della vita ma sottolinea ed evidenzia il senso di una vita pienamente vissuta, capace di generare, custodire e trasmettere.
È da questa distinzione - tra la semplice somma degli anni e la qualità del vivere - che nasce la domanda sulla quale oggi siamo chiamati a confrontarci. Parlare di longevità, nel nostro tempo, significa prima di tutto interrogarsi su quanto incide la malattia in sé e su quanto, invece, conta la funzione, intesa come autonomia fisica, cognitiva e, soprattutto, relazionale.
Già nei primi anni in cui abbiamo iniziato ad occuparci di questi temi, un lavoro pubblicato nel 2010 sul Journal of Clinical Epidemiology evidenziava con chiarezza un dato che allora appariva controintuitivo: la funzione fisica e la disabilità incidono più della singola malattia - e addirittura più della multi-morbilità – sulla salute, sulla qualità della vita e sulla stessa sopravvivenza.
Da questa evidenza scientifica nasce una duplice necessità che ancora oggi guida - e sempre di più dovrà guidare - il nostro agire di docenti, ricercatori e medici: da un lato la prevenzione delle malattie e, dall’altro – elemento ancora più importante – prevenire il declino della funzione fisica e della funzione cognitiva. È da questo presupposto che prende le mosse la ricerca mirata all’identificazione di biomarcatori precoci di declino, capaci di aiutarci a definire le traiettorie dell’invecchiamento “normale” e, al tempo stesso, quelle della longevità in buona salute.
A partire dal 2010 abbiamo cercato di dare una risposta concreta a questa domanda costruendo il più ampio database di popolazione oggi disponibile nel nostro Paese, attraverso il progetto Longevity Run e la realizzazione di villaggi della salute in numerose città italiane, dove è stato promosso il Longevity Check-up.
Su oltre 25.000 persone valutate al di fuori dell’ospedale, emerge con grande chiarezza che la forza muscolare, misurata con un semplice dinamometro, è un biomarcatore sensibile e specifico dell’invecchiamento. Rimane stabile fino all’età adulta e mostra una flessione netta intorno ai 50 anni, da cui inizia la traiettoria di declino.
I dati, recentemente pubblicati sul Journal of Cachexia, Sarcopenia and Muscle, mostrano però anche un’ampia variabilità a tutte le età: oltre gli 80 anni convivono condizioni di disabilità e di “healthy aging”, una variabilità che osserviamo già a partire dalla giovane età. Pur trattandosi di dati trasversali, le analisi suggeriscono che la traiettoria dell’invecchiamento fisico inizia precocemente e condizioni in modo significativo la qualità della longevità. Quanto osservato per la forza muscolare vale in modo sorprendentemente analogo per un biomarcatore cognitivo come la fluidità verbale che si comporta esattamente allo stesso modo della forza muscolare.
Cosa significa tutto questo? Significa che la vera “partita della longevità” inizia a giocarsi da quando siamo giovani. Certamente dobbiamo prenderci cura, oggi, degli anziani che al di sotto della soglia di normalità vivono in condizioni di fragilità e disabilità, mettendo in atto tutte le strategie più efficaci di trattamento, cura e riabilitazione. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo costruire un patto reale e concreto tra le generazioni, consapevoli che la longevità si costruisce molto prima, e cioè a partire dall’età giovane e adulta. Anzi, siamo oggi consapevoli e convinti che questa partita inizia ancora prima: dal concepimento, dall’infanzia e dall’adolescenza. Solo investendo seriamente nella prevenzione primordiale (sui fattori di rischio) e primaria (sulle malattie) possiamo innalzare la nostra “capacità intrinseca” e proiettarci verso una longevità in buona salute.
Questo ragionamento non può restare confinato ad una sola riflessione scientifica e accademica. Deve, invece, tradursi necessariamente in azioni e progetti concreti. Se i nostri giovani crescono intrappolati nella solitudine dei social, se il processo decisionale viene progressivamente delegato alla tecnologia, se il movimento fisico si riduce al gesto delle dita sullo schermo dello smartphone o sulla tastiera del computer, lo sviluppo della “capacità intrinseca” – fisica e cognitiva – ne risulta inevitabilmente compromesso e certamente non potrà mai accompagnarsi ad una longevità in buona salute.
La longevità non è un dono di natura. La vita è il dono che riceviamo e la longevità è il frutto di come scegliamo di custodire questo dono, giorno dopo giorno, nelle nostre decisioni individuali e collettive. In questo anno in cui ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, il suo pensiero illuminato torna ad avere una sorprendente attualità. Francesco ci ha insegnato che non siamo padroni della vita ma custodi; non proprietari del creato ma responsabili della sua fragilità. Sono messaggi moderni che interrogano profondamente e parlano direttamente alla medicina e alla scienza. In questa prospettiva, è più facile comprendere come la longevità diventi un patto tra generazioni che non riguarda solo la durata della vita ma la qualità del tempo condiviso, la giustizia tra chi viene prima e chi verrà dopo.
Dentro questo patto è impossibile ignorare la dimensione con il valore assoluto più alto: l’ambiente. Non può, infatti, esistere longevità senza cura del contesto in cui viviamo e non può esserci salute individuale senza salute del pianeta. Soprattutto non può esserci futuro senza responsabilità verso ciò che ci è stato affidato.
E parlare di responsabilità significa, inevitabilmente, chiamare in causa anche la dimensione pubblica, quella delle scelte politiche e delle strategie economiche nel quadro dei principi e dei diritti presenti nel dettato costituzionale. Articolo 3, libertà e uguaglianza dei cittadini; articolo 32, la salute come diritto; articolo 9, tutela dell’ambiente e delle generazioni future. E oggi, con una visione ancora più matura del corso della vita, l’articolo 33 riconosce esplicitamente il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva. Sono principi che parlano direttamente di longevità, intesa non come privilegio di pochi ma come orizzonte equo e condiviso.
La longevità è una dimensione intrinsecamente trasversale a tutte le discipline, dalle scienze di base alla pediatria e alle specialità dell’età adulta e avanzata. È, dunque, il denominatore comune dei tre pilastri della nostra Facoltà di Medicina: assistenza, didattica e ricerca. Oggi, in questa breve prolusione, sento davvero il gravoso compito di rappresentare tutte le componenti della nostra straordinaria comunità accademica. La longevità è - e deve essere sempre più - il tessuto connettivo di un’osmosi dei saperi con la consapevolezza che tutto questo può portare ad un progresso scientifico decisivo per il nostro Paese, non solo in ambito medico ma anche sociale ed economico.
In questo percorso, sono convinto che la Facoltà di Medicina possa farsi promotrice di una feconda sinergia ed interazione con tutte le altre Facoltà dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Come un’unica grande comunità accademica, il 2026 – dedicato al tema della longevità e del patto tra generazioni – può rappresentare l’inizio di un vero e proprio Laboratorio della Longevità. È una sfida ambiziosa, certamente. Ma se sapremo lasciarci guidare dall’esempio e dalla visione di chi ci ha preceduto, potremo affrontarla con fiducia. Facciamo nostro, tutti insieme, il motto della beata Armida Barelli: Impossibile? Allora si farà!
Investire in educazione, sport, formazione, ambiente, accessibilità ai servizi e agli stili di vita sani non è una scelta accessoria né contingente ma deve essere una opzione strutturale e di visione strategica per il futuro del nostro Paese. È la condizione necessaria per costruire una società capace non solo di vivere più a lungo ma di vivere meglio. In questa cornice, la longevità diventa una responsabilità collettiva che interpella le istituzioni, la comunità scientifica, il sistema sanitario, ma anche ciascuno di noi, come medici, come docenti e come ricercatori. E in questo orizzonte di responsabilità, di alleanza tra saperi e tra generazioni, sentiamo ancora più forte il senso della nostra appartenenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore che da più di cento anni custodisce, afferma e persegue questi valori.
Lascio ora il testimone alla rappresentante degli studenti. Il futuro è vostro. Immaginatevi capaci di vivere cento anni e più, con la stessa vitalità con cui vive oggi la nostra Università Cattolica del Sacro Cuore. E mentre vi immaginate di vivere cento anni ascoltate il suggerimento di chi, come me, come noi, vorrebbe invecchiare bene.
Personalmente non temo il tempo che passa. Temo il tempo che svuota. Non mi fanno paura i segni degli anni, mi fa paura l’idea che l’età diventi una rinuncia.
Vorrei invecchiare restando me stesso: con un corpo che cambia, che perde muscolo, sarcopenico (che è la malattia che di più ho studiato in questi anni), ma con un cuore libero e che possa continuare a scegliere, ma soprattutto ad amare la vita, con un cervello che possa continuare a ricordare. La longevità è rimanere parte attiva, non divenire un peso. È essere accompagnati, non sostituiti. È essere protetti, non messi da parte.
Se questo è il futuro che immaginiamo e che vogliamo, allora la medicina, la nostra medicina, la medicina della nostra Università Cattolica del Sacro Cuore non può essere solo cura, ma deve essere in primo luogo alleanza. Non può essere solo sapere, non può essere solo ricerca. Il nostro sapere, la nostra ricerca devono essere soprattutto responsabilità. Ed è in questa responsabilità che inizia e si completa davvero il senso più profondo del nostro lavoro di docenti, di ricercatori e di medici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico Agostino Gemelli.