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La “meravigliosa immediatezza” di Francesco in tv

07 febbraio 2022

La “meravigliosa immediatezza” di Francesco in tv

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Chiunque abbia seguito la lunga intervista che Papa Francesco ha concesso a Fabio Fazio durante il consueto appuntamento domenicale con Che tempo che fa, su Raitre, non potrà che essere rimasto profondamente colpito dalla "meravigliosa immediatezza" con cui le parole del Pontefice sono fluite dal piccolo schermo fin dentro le case di milioni di italiani. Con tutta la semplicità e la chiarezza, ma anche il calore e la potenza di cui il Papa è notoriamente capace, che si innestano perfettamente nelle caratteristiche comunicative del mezzo televisivo. 

La “meravigliosa immediatezza” della TV è quella che fu notata fin dal primo “tele-messaggio” rivolto agli spettatori francesi in occasione della Pasqua da parte di Pio XII, il 17 aprile del 1949, la prima volta di un Papa in televisione. Tanto solenni e quasi ieratiche le parole di Papa Pacelli in quegli esordi del piccolo schermo, quanto familiari e quasi amicali sono oggi quelle di Francesco. 

Sono passati più di settant’anni e non solo il mondo e la Chiesa sono cambiati, ma profondamente mutato è anche il sistema della comunicazione. 
Intatta resta però, appunto, quella “meravigliosa immediatezza”, che Jorge Mario Bergoglio porta con sé nel collegamento dalla sua residenza di Santa Marta, del quale intravediamo uno studio spoglio, una scrivania sullo sfondo, e una sedia collocata, su un grande tappeto, al centro della stanza. Se, come ci ha insegnato Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”, quel che ci colpisce maggiormente del dialogo con Fabio Fazio non sono tanto - o soltanto - tanto i temi dell’intervista - che rappresentano quasi una summa delle questioni indicate come urgenti in tutti questi anni, anche grazie alle Encicliche: i poveri, i migranti, la Terra, il rischio della “mondanità” nella Chiesa e del “chiacchiericcio” - ma la potenza che essi assumono attraverso parole dirette, “immediate” appunto, del Papa. Che sembra parlare amichevolmente (dando del tu), più che allo stesso conduttore, a milioni di persone e famiglie comuni che lo seguono dai loro salotti.

E questa sensazione di fondo suppongo sia proprio quella provata da quei milioni di spettatori. La televisione prevede una misurazione statistica e precisa del suo pubblico, e il risultato raggiunto da Che tempo che fa è in qualche modo storico: i contatti complessivi raggiunti dal programma sono oltre 13 milioni (ovvero le persone diverse che hanno seguito una porzione della trasmissione), mentre sul segmento dell’intervista a Papa Francesco la media degli spettatori è stata di otto milioni, con picchi di 8,7 milioni. Certamente l’attesa per questa prima volta - un Pontefice intervistato da un programma popolare in TV - era altissima, fin dall'inaspettato promo che annunciava l’evento qualche giorno prima, che ha fatto irruzione durante il Festival di Sanremo. Ma l’assiduità con cui milioni di persone si sono trattenute per quasi un’ora col Papa va decisamente oltre la banale curiosità. 

Papa Bergoglio - che pure ricorda di guardare poco la televisione - trova senza dubbio il tono più adatto per questo dialogo diretto con tutti noi, spettatori da casa. E nel modo in cui la TV funziona, colpisce soprattutto la comunicazione dei grandi temi che stanno a cuore al Papa. Questi grandi temi “ci toccano” - per usare una metafora impiegata dal Papa - per come vengono espressi e incarnati nelle sue parole. Ogni spettatore sarà certamente “diversamente toccato” dalle tematiche sociali o morali; personalmente mi restano nella testa “il perdono come diritto umano” (espressione di grandissima efficacia), il valore dell’umorismo di cui ci sarebbe un gran bisogno soprattutto oggi (“una medicina”, da Tommaso Moro a Vittorio De Sica), la modestia e il pragmatismo con cui occorre affrontare i nostri problemi sociali (l’aggressività diffusa) con l’aiuto delle scienze che li studiano. 

Se qualcuno avesse qualcosa da ridire sulla presenza di un Papa in un contesto pop come un programma televisivo di prima serata, occorrerebbe forse ricordare che la Chiesa insegna che tutti i mezzi di comunicazione - o i “ritrovati tecnici”, come scriveva Pio già XII - possono essere impiegati per un buon uso. Che è certamente quello di arrivare, con tanta naturalezza, alle teste e ai cuori di milioni di persone. 
 

Un articolo di

Massimo Scaglioni

Massimo Scaglioni

Direttore Centro di ricerca sulla televisione e gli audiovisivi

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