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La Nigeria in una trappola mortale

09 giugno 2022

La Nigeria in una trappola mortale

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In Nigeria i cattolici sono ancora sotto attacco come dimostra la strage che ha colpito la Chiesa di San Francesco Saverio di Owo, nello Stato di Ondo, provocando 25 morti accertati (ma fonti della Diocesi locale parlano di oltre 50 vittime). Ma è solo l’ultimo atto di una serie di attentati contro tutto ciò che si oppone all’applicazione della shari’a e che vede in prima linea il gruppo terroristico Boko Haram. Nel mirino, oltre ai cristiani, ci sono soprattutto le donne e tutte le organizzazioni che ne favoriscono l’educazione, scuole islamiche comprese. L’analisi di Alessandra Cantini, dottoressa magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo dell’Università Cattolica.


Il 14 aprile 2022 ha segnato l’ottavo anniversario del rapimento delle ragazze di Chibok, 276 alunne che nel 2014 furono rapite dai membri di Boko Haram. Ad oggi 109 ancora risultano scomparse. Questo non è stato l’unico attacco del gruppo terrorista alle scuole cattoliche e islamiche che insegnano alle donne; solo tra dicembre 2020 e ottobre 2021 sono state rapite 1.436 studentesse, di cui 120 ancora non si hanno notizie, e 17 insegnanti. I rapimenti per riscatto e per aumentare i propri ranghi sono solo alcune delle tattiche che questi terroristi abusano per raggiungere l’obiettivo di controllo del territorio del Nord della Nigeria e per l’eradicazione del cristianesimo da sostituire con l’applicazione della shari’a e la conversione all’Islam.

Il gruppo terroristico di Boko Haram nasce nel 2002 sotto il comando di Mohammad Yusuf. Dopo essersi fatto conoscere per la sua opposizione all’istruzione occidentale, si guadagna il soprannome di Boko Haram, che in lingua hausa significa “l’educazione occidentale è proibita”; quindi nel 2009 lancia le sue prime operazioni per reintrodurre la shari’a e fondare uno Stato islamico dove nel XIX sec. sorgeva il califfato di Sokoto. Fin da subito, il gruppo estremista è stato appoggiato da diverse famiglie musulmane del Nord della Nigeria, diventando in poco tempo punto di riferimento delle classi più socialmente emarginate, sfruttando a proprio favore la povertà e la frustrazione dei cittadini locali contro lo Stato centrale. La dilagante corruzione insita nella società e nelle istituzioni nigeriane ha portato ad una estrema sfiducia dei cittadini nelle azioni governative. Infatti, non è una novità che gran parte delle armi a disposizione dei gruppi estremisti provenga dagli stessi rifornimenti dell’esercito nigeriano. Recentemente, per esempio, è emerso che un generale è riuscito a sottrarre 20 milioni di euro in armamenti e denaro. Purtroppo, non sono solo i singoli in cerca di ricchezze e le famiglie facoltose che credono nella causa di Boko Haram a finanziare il gruppo terrorista, ma anche gli stessi oppositori politici del governo sfruttano fazioni del gruppo per le loro campagne contro l’ingerenza straniera e il governo stesso. Sono anni ormai che l’opinione pubblica nigeriana e quella internazionale si interrogano su come sia possibile che, in così poco tempo, una setta presente a livello locale sia stata in grado di trasformarsi in uno dei gruppi terroristici più brutali al mondo e così militarmente efficace da riuscire a non essere sconfitto dall’esercito nigeriano e dalla giunta collaborazione degli eserciti degli Stati dell’area del Lago Chad. Una delle conclusioni alle quali gli studiosi sono arrivati è che, plausibilmente, il governo non sia così investito nell’eradicazione di Boko Haram in quanto la lotta al terrorismo è estremamente redditizia. Inoltre, alcuni hanno fatto notare un apparente interesse delle multinazionali e delle compagnie petrolifere straniere nel fare in modo che l’opinione pubblica e la comunità internazionale si concentrino sul gruppo terrorista e non sul loro poco trasparente accesso alla zona del delta del Niger.

Contemporaneamente alle stragi nel Nord del paese, il territorio nigeriano è anche afflitto dalla questione degli scontri fra i pastori seminomadi Fulani e gli agricoltori Yoruba nella zona nota come Middle Belt. Il fenomeno della violenza sociale che diventa etnica è uno degli elementi più antichi di conflittualità di questo territorio e la nascita artificiale dello stato nigeriano lo ha certamente amplificato. Per di più, il conflitto non è limitato all’espansione del controllo del territorio, ma si è evoluto in uno scontro fra religioni. Nel dossier pubblicato a marzo 2022 da Christian Solidarity International (Csi), Humanitarian Aid Relief Trust (Hart) e l’Organizzazione internazionale per la costruzione della pace e la giustizia sociale (Psj) è emerso che la milizia Fulani attacca sempre più frequentemente i villaggi cristiani della Middle Belt, provocando milioni di sfollati e decimando i cristiani della regione. Anche in questo caso l’intervento governativo è lacunoso e apparentemente disinteressato, azione che ha lasciato ampio spazio al supporto dei gruppi armati per la lotta al cristianesimo.

La quasi netta divisione fra Nord musulmano e Sud cristiano della Nigeria ha portato alcuni a domandarsi se l’eventuale scissione del paese potesse essere una soluzione alla riduzione delle lotte interne; tuttavia, questa non sarebbe realizzabile senza sanguinose conseguenze. Infatti, un’eventuale suddivisione del paese alimenterebbe le lotte per i confini nella Middle Belt, costringerebbe città e villaggi del Nord che si oppongono a Boko Haram a lottare per la loro indipendenza governativa, ridurrebbe l’intervento, anche se limitato, dell’attuale governo centrale nella lotta ai gruppi armati e porterebbe i neo-stati a trovare alternative economiche alle perdite delle principali industrie e terreni coltivabili. È necessario non solo combattere sul fronte militare, ma anche, e forse soprattutto, affrontare le cause sociali che hanno portato alla nascita di Boko Haram e dei suoi sostenitori per arrivare, in un futuro, ad una pace stabile e duratura.

 


Photo by Emmanuel Ikwuegbu on Unsplash

Un articolo di

Alessandra Cantini

Alessandra Cantini

Dott.ssa Magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo - Università Cattolica

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