E proprio identità, cultura e professione sono le parole al centro del discorso della professoressa Missaglia che pone subito una domanda: ha ancora senso studiare le lingue nell'epoca dell'intelligenza artificiale? Riprendendo il suo articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore qualche settimana fa, spiega che un sistema di IA, per quanto potente, non legge ‘tra’ le cose: riconosce pattern statistici, produce risposte probabilistiche, è fortissimo nei compiti ripetibili e ben definiti ma inciampa dove inizia la vita reale delle lingue: l'ironia, l'ambiguità, il non detto, il silenzio che in una trattativa vale più di una frase. I greci distinguevano fra μῆτις – l'intelligenza pratica, quella che trova soluzioni — e νοῦς – l'intelligenza che coglie il senso del tutto. L'IA è magistrale nella prima. La seconda resta, e resterà sempre umana.
Il punto non è la difesa delle lingue ‘contro’ la tecnologia. Il punto è che l'IA da sola non basta: Alumnae e Alumni che vivono e lavorano tra mondi linguistici e culturali diversi ne sono la prova vivente. Vivere a Zurigo, lavorare in tedesco – o Schwyzerdütsch – in inglese, forse in francese, mantenendo l'italiano come lingua del cuore non è un compromesso ma un esercizio di identità.
Ogni volta che si passa da un codice linguistico all'altro, si attua una sorta di negoziazione in un contesto: quale tono usare, quale registro, quale distanza o vicinanza mostrare con l'interlocutore.
Nessun modello, per quanto sofisticato, può farlo perché richiede un'esperienza incarnata della lingua – cognitiva, emotiva, relazionale.
«Nei contesti professionali complessi come la comunicazione, le relazioni internazionali, la finanza, la sanità, il diritto, tutti settori in cui molti di voi lavorano qui a Zurigo – continua la professoressa – la figura più richiesta non è soltanto il traduttore o l'esperto linguistico, ma il ‘mediatore linguistico-culturale’, chi sa muoversi fra lingue, sistemi di valori, competenze tecniche e ambiti specialistici. Chi sa portare in un team internazionale la consapevolezza che comunicare non è mai un atto neutro, che un fraintendimento culturale può costare più di un errore di calcolo. Questo è il profilo della leadership di domani: quella che usa l'intelligenza artificiale per potenziare le proprie capacità, senza delegarle ciò che solo un essere umano può comprendere».
Il professionista linguistico di oggi, infatti, non ha paura degli strumenti digitali: li usa, sa valutarne gli output, sa correggerli quando sono formalmente corretti ma culturalmente sbagliati, e unisce quella potenza al giudizio critico che solo l'esperienza linguistica costruisce nel tempo.
«Ed è qui che entrano in gioco le meta-competenze che in Cattolica abbiamo sempre cercato di trasmettervi: non siete a Zurigo per caso, ci siete arrivati perché qualcuno, in un’aula della nostra università a Milano, Brescia, Cremona, Piacenza o Roma, ha fatto sì che poteste sviluppare il pensiero critico e la capacità di imparare a imparare, così come l’arte del public speaking e la sensibilità culturale, l’autonomia di giudizio» conclude.
Dopo un lungo applauso, si è aperto un altrettanto sentito dibattito con numerose domande sull’impatto dell’IA nei percorsi professionali, sulle opportunità e i limiti di conoscere bene la lingua del territorio, quando ad esempio, può bastare l’inglese, su come porsi con i propri figli, da “expat”.
Infine, un confronto sui valori identitari dell'Università Cattolica in relazione anche all’enciclica "Magnifica Humanitas" di Papa Leone XIV.
Il dialogo è proseguito in un momento conclusivo più conviviale nel giardino di Zurich Development Center con la richiesta della professoressa Missaglia a «restare parte di questo percorso: come testimoni per gli studenti che verranno dopo di voi, come professionisti che dimostrano ogni giorno che l'intelligenza aumentata – quella vera, umana e tecnologica insieme – è il futuro del nostro lavoro. Le lingue restano, oggi più che mai, la bussola. Sta a noi saperla leggere».