Ha attraversato mezzo secolo di storia dello spettacolo italiano, in equilibrio fra teatro e cinema, e fra opere d’autore e produzioni popolari. Scrittrice e persino critica d’arte, sebbene quella rubrica sui Cahiers d’art, affidatale da Carmine Benincasa, avesse più il sapore di una trovata pubblicitaria per la rivista.
Certamente grande diva e interprete della stagione d’oro del cinema nazionale, momento formidabile di sperimentazione di linguaggi, stili e generi. Eppure al cinema pare, almeno da principio, non ci volesse nemmeno lavorare.
“Ero fidanzata con un bravo e buon ragazzo, architetto di professione, quando conobbi Antonioni”, racconta a Faldini e Fofi. “Lo conobbi mentre doppiavo Dorian Gray nel Grido e mi difesi con tutte le forze nel momento in cui Michele (così chiamava Michelangelo Antonioni) mostrò interesse per me. Gli dicevo: “Signore, mi creda, ambizioni per il cinema io non ne ho. Signore, mi creda, non me ne importa nulla di fare il provino. Signore, mi creda, io sto per sposarmi e non devo pensare ad altro” (Faldini-Fofi, vol2, 401). Sappiamo come andò a finire: una lunga relazione e, soprattutto, quattro film che hanno segnato la storia del cinema mondiale.
Mi piace però qui ricordarla per il suo ultimo film, Scandalo Segreto (1990), di cui fu interprete e regista. Non per i meriti artistici, che pure non mancano, o per la popolarità dell’opera, ma per quel capovolgimento del rapporto fra donna e macchina da presa che il film rappresenta e suggella: non più oggetto, per quanto venerato, di uno sguardo maschile, ma soggetto che guarda la verità, dritta in faccia, fino a farsi consumare.
Un manifesto e una chiamata all’impegno per le registe che alla spicciolata, ma sempre più numerose, stavano entrando nella scena produttiva italiana e che quel film, minore e negletto, celebra in modo vero e compiuto.
Uno sguardo diretto, frontale, che Monica Vitti ha sempre esibito, sin dalle sue prime prove con Antonioni. Una franchezza di cui si ha sempre, e sempre più, bisogno.