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Natale, l'omelia di monsignor Claudio Giuliodori

09 dicembre 2021

Natale, l'omelia di monsignor Claudio Giuliodori

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(Is 41,13-20; Sal. 144; Mt 11,11-15)


Tra le figure che accompagnano l’evento del Natale del Signore, una delle più importanti è certamente quella di Giovanni Battista. È il precursore e il testimone della venuta del Messia. È colui che prepara la strada e con il battesimo nel Giordano dispone i cuori all’accoglienza del Redentore. È l’amico dello Sposo e lo accompagna mentre va incontro alla sposa. Lo indica a tutti come l’Agnello di Dio venuto a salvare l’umanità. Sin dal grembo materno gioisce per la venuta del Signore (cfr. Lc 1, 41-44) e nell’inno proclamato dal padre Zaccaria, il benedictus che recitiamo ogni mattina nelle lodi, la sua missione è riassunta con parole solenni e impegnative: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1, 76-77).

Nella diatriba con i Farisei, a cui allude questo brano del Vangelo, si metteva in dubbio che Gesù fosse il Messia perché le scritture parlano di un ritorno del profeta Elia, prima del suo avvento. Si spiega così l’affermazione finale: «Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire». In questo modo Gesù rafforza e conferma la sua identità di Messia, venuto per dare pieno e fedele compimento alle Scritture. Si comprende anche perché la figura di Giovanni Battista sia così importante. Egli costituisce lo spartiacque tra l’antico e il nuovo testamento, tra la prima e la definitiva alleanza, per cui diventa chiaro il senso dell’espressione: «fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». È indubbia la grandezza del Battista ma nello stesso tempo è tale la novità della venuta del Messia che chiunque lo accoglie si pone in una prospettiva nuova e superiore a quella del Battista perché è già rinato a vita nuova, non solo quindi dall’acqua che purifica, ma dallo Spirito Santo che dà vita e fa nuove tutte le cose.

Di questa novità parla anche il profeta Isaia nella prima lettura quando annuncia l’intervento del Signore «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”». Il Signore viene, come annunciato, e la sua presenza cambia la storia, genera cose nuove nonostante la piccolezza e la fragilità delle sue creature. Le tre immagini utilizzate dal profeta per rappresentare la novità di questo intervento sono di straordinaria efficacia e bellezza. Nella prima parla di una macchina per la trebbiatura in grado di superare ogni ostacolo e rendere più agevole il lavoro. La seconda è ancora più grandiosa nella descrizione e negli effetti: «Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d'acqua, la terra arida in zona di sorgenti». È l’immagine che più di ogni altra ci fa comprendere quale novità di vita derivi dall’incontro con il Signore. Ci rimanda alle parole che Gesù stesso rivolge alla Samaritana al pozzo di Giacobbe: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13-14). La terza immagine, collegata in qualche modo alla precedente, descrive il prodigio di una nuova rigenerazione per cui il deserto e la steppa si trasformeranno in un giardino ricco di alberi stupendi e di frutti deliziosi.

Ecco, tutto questo ci viene indicato dalla liturgia odierna per prepararci al Natale con uno spirito di autentica gratitudine per quella novità di vita che, sempre e in modo sorprendente, scaturisce dall’accoglienza del Signore nella nostra esistenza e nel cammino dell’umanità. Il salmo responsoriale ci suggerisce poi due prospettive per accogliere e vivere la gioia del Natale. Se da una parte siamo invitati a contemplare l’opera stupenda di Dio che si fa uomo per farci toccare con mano che davvero «buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature», dall’altra siamo spinti a raccontare le meraviglie compiute dal Signore e l’efficacia della sua opera nella storia, in modo che - come recita il Salmo -: «Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza». Queste parole illuminano in modo speciale anche il cammino della nostra comunità universitaria e meritano di essere lette e attualizzate nel nostro contesto.

Quest’anno, infatti, la celebrazione del Natale del Signore per il nostro Ateneo si riveste di un particolare significato perché viene a coincidere con le celebrazioni per il centenario. Alla letizia che proviamo per l’evento del “Verbo che si fa carne” e viene ad abitare in mezzo a noi, si unisce la gioia per la nascita, il 7 dicembre di un secolo fa, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Due nascite ben diverse dal punto di vista storico, culturale e spirituale, eppure strettamente congiunte. Con il Natale del Signore la storia viene attraversata da una presenza divina che lascia un segno indelebile e che dà un senso nuovo a tutte le cose. Dal punto di vista del discernimento: perché è una luce che squarcia le tenebre; dal punto di vista umano: perché agli umili e ai poveri è portato il lieto annunzio della salvezza; dal punto di vista educativo: perché la vera sapienza è entrata nel mondo e come i Magi tutti siamo chiamati a metterci in cammino per trovarla; dal punto di vista culturale: perché come dice il salmo: «Amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sl 85,11-12).

L’evento del Natale diventa così paradigma di ogni nascita in cui l’umano si apre al divino, la cultura viene attraversata da un anelito di trascendenza, le generazioni si tramandano i semi di una visione e di una speranza soprannaturale, l’incontro solidale tra gli uomini genera accoglienza e fraternità. In questa scia di eventi natalizi che segnano il cammino della storia, a partire dal Natale del Signore, si inserisce anche l’evento della nascita del nostro Ateneo. Certo, sappiamo quanto sia stata complessa e lunga la gestazione, conosciamo i fondatori e la loro intraprendenza, ricordiamo le tappe importanti della crescita e dello sviluppo di questa peculiare istituzione accademica, ma soprattutto siamo, e dobbiamo esserlo sempre più, consapevoli che tutto questo è accaduto per un singolare dono di grazia scaturito ex corde ecclesiae e cioè da quel Sacro Cuore di Gesù a cui l’Ateneo è dedicato e da cui scaturisce ogni vera sapienza e ogni autentica conoscenza. Questa identità originaria, che segna la nascita e accompagna la storia dell’Ateneo dei cattolici italiani, si è tradotta di volta in volta in un compito e una missione da svolgere secondo le istanze del tempo, ma sempre rimanendo fedeli alla natura propria di una istituzione educativa cattolica. È quella memoria feconda a cui ci richiamava Papa Francesco in occasione della Santa Messa celebrata nella sede di Roma il 5 novembre per i 60 anni della Facoltà di Medicina e chirurgia quando affermava: «Ri-cordare significa ritornare al cuore, ritornare con il cuore» perché «senza memoria si perdono le radici e senza radici non si cresce».

Quale sia l’idealità e il dinamismo che devono guidare l’opera di una realtà accademica come la nostra lo rappresentava in modo molto efficace e con parole di insuperata attualità Paolo VI scrivendo al Rettore Lazzati nella ricorrenza del cinquantesimo dell’inaugurazione dell’Ateneo l’8 dicembre 1971: «in accentuato spirito di dialogo, di servizio e di collaborazione, oltre a conseguire pienamente le finalità proprie di ogni università, deve nel medesimo tempo essere il centro privilegiato, in cui si compie l’integra­zione scientifica di ogni conoscenza in una visione di unità superiore, cioè nella luce della sapienza della Rivelazione cristiana. Non mai co­me oggi ogni scienza - pur nel rispetto della propria autonomia - ha bisogno di mettersi in ascolto delle altre scienze, e tutte necessitano di una chiarificazione filosofico-religiosa. Se questo è da dirsi per ogni università che voglia mantenersi fedele al suo titolo di Universitas scien­tiarum, a maggior ragione deve affermarsi per una università cattolica. Una vera cultura, priva di prospettiva spirituale, difficilmente può es­sere concepita, come è altrettanto inconcepibile una genuina cultura priva dell’amore e del culto della verità. Così una scienza non integrata in un contesto umano, che si sviluppasse cioè fuori di una retta conce­zione dell’uomo e del mondo, sarebbe mutila e sterile».

Parole lungimiranti che precorrono quanto oggi è sempre più evidente e che più volte Papa Francesco ha richiamato, non ultimo nella prefazione scritta per il volume che raccoglie gli insegnamenti del Magistero della Chiesa per questo primo secolo di vita dell’Università Cattolica. Dopo aver sottolineato i meriti acquisiti dal nostro Ateneo in sintonia con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa ed evidenziato le sfide per il tempo presente, conclude augurando alla nostra «istituzione accademica di custodire viva la memoria di tutto l’affetto con cui la Chiesa l’ha generata e del ricco insegnamento con cui l’ha fatta crescere, per affrontare con rinnovato slancio le sfide attuali, non meno impegnative di quelle passate». È un augurio che in questo Santo Natale del centenario ci scambiamo vicendevolmente chiedendo al Signore che ci doni la capacità di custodire e coltivare il geniale impegno scientifico, l’appassionato sguardo educativo e il generoso slancio spirituale dei fondatori. E il Sacro Cuore ci sostenga e ci guidi in questo “secolo di futuro” che abbiamo il privilegio e la responsabilità di celebrare assieme. Amen.

L'omelia

Mons. Claudio Giuliodori

Mons. Claudio Giuliodori

Assistente Ecclesiastico Generale di Ateneo

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