I colleghi e gli allievi che si sono susseguiti hanno dato spazio in particolare a tre aspetti dell’opera di Zaninelli, come anticipato dal direttore dell’Archivio “Mario Romani” Andrea Maria Locatelli, che ha coordinato l’incontro: «Quello di storico, in quanto erede dell’interpretazione di Mario Romani, legato in modo particolare alla modernizzazione dei sistemi economici e alla sua visione del rapporto tra Stato e società civile nello sviluppo economico; di docente e protagonista della vita di Ateneo, ricoprendo ruoli istituzionali di primo piano; di intellettuale cattolico, attivo e riconosciuto nel mondo cattolico ambrosiano».
Dimensioni che, però, nella sua «idea di sapere» non sono mai state considerate separabili bensì «convergenti di un unico progetto culturale». Lo ha detto bene nel suo intervento il professor Pietro Cafaro che con Zaninelli ha lavorato sin dagli anni Settanta, prima come studente, per l’elaborazione della tesi di laurea, poi come collega. Per Sergio Zaninelli, infatti, l’unità di ricerca scientifica, didattica universitaria e responsabilità istituzionale non è mai stata «una formula astratta o un principio dichiarato a posteriori» quanto piuttosto «il risultato di un lungo cammino di studio, di insegnamento e di servizio, sviluppato nell’arco di oltre quarant’anni». Dal punto di vista scientifico, ha raccontato Cafaro, la sua attività si colloca entro una tradizione storiografica precisa, quella della scuola attivata dentro l’Istituto di Storia Economica e Sociale dell’Università Cattolica da Mario Romani, dove si condensava anche il pensiero di importanti maestri come Gemelli, Vito, Fanfani, per citarne alcuni. È in questo contesto che matura una «metodologia fondata sulle fonti archivistiche» ma anche radicata su una «interpretazione costruita sull’integrazione tra analisi economica, istituzioni e dinamiche sociali». Per lui, l’economia era un «processo storico complesso», che si costruisce nel tempo attraverso assetti sociali, istituzioni, politiche pubbliche e culture economiche da ricomporre in una «relazione sistemica». In questa prospettiva vanno interpretati la sua concezione dell’università, dell’insegnamento, del sapere.
Richiamando alla memoria la sua rilevanza storiografica sui temi sindacali, il professor Aldo Carera ha fatto presente come per Zaninelli il sindacato rappresentasse «un’idea forte, quasi struggente». Basti pensare a quell’atto di libertà e di responsabilità con cui giovanissimo «orientò la propria vita rinunciando a un posto di lavoro in una grande azienda multinazionale che gli avrebbe dato sicurezza e prospettive di carriera». Pur se docente di storia del movimento sindacale, «per ventidue anni non ha scritto di sindacato, ma l’ha insegnato», ha detto Carera. L’accostamento ai temi del lavoro come fattore essenziale dello sviluppo economico avviene tra il 1978 e il 1979 e «quei suoi primi saggi certificano il rigore di un’impostazione metodologica di scuola, quella dello studioso che, prima di applicarsi alla ricerca sul campo, procede a una ricognizione sullo stato degli studi, individua gli snodi storiografici ed elabora prospettive di ricerca originali». In linea con Romani, il lavoro e il sindacato sono elementi della modernizzazione dell’Italia e della realizzazione di una democrazia compiuta. Il rapporto di Zaninelli con il sindacato indica, peraltro, la complessità di questa prospettiva nell’Italia contemporanea
È toccato al professor Gianpiero Fumi soffermarsi sulla sua «capacità di entrare in relazione con i giovani», ponendo l’accento sulla gratitudine e sulla fiducia che gli studenti riponevano in lui, nonostante - o forse - grazie a quel clima un po’ da caserma che creava durante gli esami e quella messa alla prova che egli stesso rivendicava.
Il professor Giovanni Gregorini, invece, riferendosi alla sua esperienza al Cesipi, il Centro Studi e Informazioni sui Problemi dell’Impresa, ha voluto mettere in evidenza la sua forte sensibilità per «i cattolici e la società industriale». Era convinto, infatti, che affrontare il tema “significava convertire positivamente i cattolici a ciò che l’industrializzazione può voler dire per i valori che sono dei cattolici”.
Infine, il professor Mario Taccolini, prorettore durante il mandato rettorale di Zaninelli, ha reso merito al copioso patrimonio di scritti e carteggi prodotto nel corso della sua esistenza. Un patrimonio che, oltre a testimoniarne la varietà di interessi, ha dato un contributo decisivo alla storiografia nazionale: dalle ricerche sulle agricolture italiane agli studi sui sistemi creditizi nazionali - banche cattoliche e casse rurali - fino alle indagini sul welfare, sempre nella prospettiva di rivendicare memoria e protagonismo storico del movimento cattolico italiano. «Per Zaninelli il significato profondo della presenza cattolica in Italia consisteva nel dare voce alle persone: la fede, e non l’ideologia, ne costituiva il fondamento e la garanzia di autonomia. Da essa è nata una cultura sociale capace di recuperare forme desuete o crearne di nuove, per offrire soluzioni possibili e valide ai problemi del lavoro e della vita, come la solidarietà, il mutualismo, il sindacato, il credito e le responsabilità istituzionali».
Il seminario si è concluso con alcune testimonianze e con la celebrazione di una Santa Messa in suffragio nella Cappella del Sacro Cuore. Durante l’omelia, don Giorgio Begni, intrecciando la Parola di Dio con le qualità umane del docente, ha ricordato come Sergio Zaninelli abbia vissuto la sua «lunga giornata terrena» secondo una logica evangelica. «Da lui ho imparato che il valore di una persona non dipende dal tumulto che produce o dalla risonanza che ottiene, ho appreso che le idee valgono non per quel che rendono, ma per quel che costano».