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Solitudine, nasce la prima rete italiana per affrontarla

13 maggio 2026

Solitudine, nasce la prima rete italiana per affrontarla

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Nasce sotto i migliori auspici la prima rete italiana dedicata al contrasto della solitudine. Al kick off ospitato giovedì 7 maggio dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, per iniziativa del centro di ricerca PsyLab guidato dalla professoressa Patrizia Catellani, la partecipazione è stata ampia. Ma soprattutto eterogenea.

C’erano rappresentanti della politica e delle istituzioni, provenienti da diversi livelli di governo: dall’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé al consigliere regionale del Pd Carlo Borghetti e a Michela Palestra di Patto Civico, fino all’eurodeputata Benedetta Scuderi del gruppo Verdi/Alleanza libera europea. E poi il vasto mondo del Terzo settore: dalle Acli all’Arci, dalla Rete Città Sane ad Auser, da Fondazione Itaca a Better Together, solo per citare alcune delle realtà presenti.

Politica e società civile, dunque, insieme nello stesso spazio.

«Lavoro sul tema della solitudine da quindici anni e non sono mai stata in una sala come questa», ha osservato Judith Merkies, già membro del Parlamento europeo e policy lead del progetto LONELY-EU, impegnata da tempo nella promozione di un approccio strutturale alla solitudine a livello europeo.

Il modello Milano

La collaborazione tra istituzioni, ricerca e associazionismo è uno dei tratti distintivi di Milano, che si candida a diventare il primo nodo della rete nazionale destinata ad allargarsi progressivamente al resto del Paese. Ed è proprio questa tradizione di sussidiarietà che potrebbe fare la differenza in un progetto nato con un obiettivo preciso: costruire un ponte tra ricerca scientifica e politiche pubbliche.

«Abbiamo bisogno di voi: diteci che cosa vi aspettate dai ricercatori e come possiamo esservi utili», ha detto Catellani rivolgendosi alla platea.

Un articolo di

Francesco Chiavarini

Francesco Chiavarini

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La prima buona notizia emersa durante il confronto è stata la percezione condivisa dell’urgenza. Nessuno ha messo in discussione che la solitudine sia un problema sociale. Mettendosi dalla sua prospettiva, è anche possibile cogliere molte altre questioni: la salute mentale, l’isolamento sociale, le disuguaglianze, la scarsa partecipazione politica, la propensione a aderire a tesi complottiste, l’indebolimento della democrazia. Insomma, affrontare la solitudine è come tirare un filo per sbrogliare una matassa molto più complessa. 

La seconda buona notizia è che le richieste e la determinazione dei politici sono state chiare. «Abbiamo bisogno di dati che ci aiutino ad andare oltre le percezioni», ha sottolineato Bertolé. «Dobbiamo capire dove orientare le risorse, per evitare interventi frammentati e quindi inefficaci», ha aggiunto Palestra. «Vogliamo puntare sulla qualità delle relazioni», ha chiosato Borghetti (anche se gli è stato fatto notare che anche la quantità conta).

Solitudine come problema sociale 

In realtà, alcuni dati consolidati già esistono e mostrano con chiarezza la portata del fenomeno. Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che una persona su sei nel mondo sperimenti condizioni di solitudine significativa. Il fenomeno colpisce soprattutto giovani e anziani, pur con caratteristiche diverse: i primi spesso in relazione a dinamiche di isolamento sociale e uso problematico delle piattaforme digitali; i secondi a causa della perdita progressiva delle reti relazionali. Le donne risultano particolarmente esposte.

Le conseguenze possono essere molto gravi. Secondo le stime richiamate durante il convegno, centinaia di migliaia di morti ogni anno sono associate a condizioni correlate alla solitudine e all’isolamento sociale. Aumentano i rischi cardiovascolari, il declino cognitivo, la depressione e i casi di suicidio.

Il ruolo della ricerca

Come ha spiegato Catellani - intervenuta dopo i saluti del preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali Andrea Santini e della direttrice del Dipartimento di Psicologia Antonella Marchetti - il punto non è soltanto raccogliere dati, ma riuscire a collegarli tra loro per comprendere la rete di fattori che alimentano il fenomeno.

Ed è qui che entra in gioco il contributo della psicologia sociale. Paolo Riva, professore associato dell’Università di Milano-Bicocca, ha ricordato come la solitudine abbia a che fare innanzitutto con una percezione soggettiva: ci si può sentire soli anche in mezzo agli altri o all’interno della propria famiglia. Quando questa condizione si prolunga nel tempo, però, può produrre stress, vulnerabilità e un progressivo ritiro sociale.

Secondo Riva, il bisogno umano di appartenenza - comune a tutte le culture e a tutte le età - spinge le persone a cercare gruppi in cui riconoscersi. In condizioni di forte isolamento, tuttavia, questo bisogno può rendere alcuni individui più esposti all’adesione a comunità radicali o a narrazioni complottiste, che offrono identità, riconoscimento e senso di appartenenza. Non si tratta dunque di un rapporto automatico, ma di una possibile catena di vulnerabilità sociale e psicologica che lega isolamento, sfiducia e radicalizzazione.

Proprio perché il fenomeno è sistemico e trasversale, anche le risposte dovranno essere differenziate. Gli stessi strumenti possono avere effetti opposti a seconda del contesto. I social network, per esempio, spesso indicati nel dibattito pubblico come causa dell’isolamento giovanile, possono invece rappresentare un importante strumento di connessione per molte persone anziane.

Il progetto, finanziato attraverso Horizon Europe, il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, punta a sviluppare - anche con il supporto dell’intelligenza artificiale - modelli di analisi complessi, capaci di tenere insieme la molteplicità dei fattori coinvolti e di simulare l’impatto che determinate politiche possono avere sui diversi gruppi sociali.

L’obiettivo finale è fornire ai decisori pubblici non soltanto una chiave interpretativa del fenomeno, ma anche strumenti concreti per valutare quali interventi siano più efficaci nel prevenire le diverse forme di solitudine.

La questione politica

Resta però aperta una questione politica. Benedetta Scuderi ha messo in guardia dall’attitudine ad affrontare la solitudine solo quando esplodono le emergenze, o peggio trasformarla in terreno di strumentalizzazione della paura e dell’insicurezza sociale. Da qui la necessità di politiche strutturali capaci di rafforzare relazioni, spazi pubblici, comunità e partecipazione.

Con l’auspicio, naturalmente, che queste battaglie possano essere il terreno per politiche bipartisan. Da un progetto iniziato nel migliore dei modi, ci si può attendere che questa diventi la terza buona notizia.

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