Il benessere delle persone e delle famiglie non dipende soltanto dalla qualità dei legami familiari interni, ma anche dalla possibilità di contare su reti sociali più ampie, aperte e radicate nei territori. Tra chi presenta livelli molto bassi di apertura relazionale, il 53,5% registra bassi livelli di benessere. Le famiglie sono provate, vulnerabili e spesso si sentono sole. Una persona su due manifesta una grande solitudine e in particolare lo sostiene il 60,4% dei giovani adulti.
Sono alcune delle evidenze emerse dalle nuove analisi condotte dalle sociologhe Sara Mazzucchelli, Sara Nanetti e Letizia Medina e dalle psicologhe Anna Bertoni e Miriam Parise del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a partire dai dati del Rapporto CISF 2025 – Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità.
I dati del Rapporto e gli approfondimenti degli esperti dell’Ateneo sono stati presentati lunedì 11 maggio in Università Cattolica a Milano durante l’evento “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”.
L’indagine empirica alla base del Rapporto è stata realizzata su un campione nazionale di 1.600 soggetti, rappresentativo della popolazione italiana per genere, età, area geografica, ampiezza del comune di residenza e tipologia familiare. Il questionario ha esplorato diverse dimensioni della vita familiare: condizioni socio-demografiche, contesto sociale, benessere personale, qualità delle relazioni familiari e sociali, accesso ai servizi, bisogni di salute, casa, tecnologia, senso della vita e felicità familiare. Il professor Francesco Belletti, direttore del CISF, ha proposto alcune evidenze: negli ultimi anni solo il 17,7% degli intervistati non ha vissuto eventi critici; il 25% ha provato livelli significativi di ansia o stress; la vulnerabilità psicologica che riguarda maggiormente i nuclei monogenitoriali e i giovani adulti nella famiglia d’origine; l’isolamento sociale vive nel 21,6% dei casi; la cosiddetta “Generazione sandwich” è sopraffatta dalle responsabilità genitoriali nel 39% dei casi e dal caregiving nel 53%. Nel complesso, aspettarsi un fragile domani avvelena l’oggi, alimenta ansia, stress, senso di impotenza, sfiducia e incapacità di progettare.
A partire da questo patrimonio di dati, le ricercatrici hanno sviluppato un secondo livello di analisi, per comprendere quali fattori incidano più profondamente sul benessere delle persone e delle famiglie.
Dall’analisi sociologica è emerso un dato inequivocabile: la vulnerabilità non dipende soltanto dall’evento critico, ma dalla posizione relazionale in cui quell’evento viene vissuto.
Le ricercatrici hanno approfondito in particolare il tema del capitale sociale familiare, distinto in bonding (relativo ai legami più prossimi, familiari e di vicinanza) e bridging (che indica la capacità di costruire relazioni oltre il perimetro familiare, attraverso reti amicali, comunitarie, associative, istituzionali e territoriali).
Il risultato più rilevante riguarda proprio il capitale sociale bridging. Come accennato, tra coloro che mostrano livelli molto bassi di apertura relazionale, il 53,5% ha uno scarso livello di benessere; tra chi dispone di reti sociali più ampie e solide, questa quota scende al 15,7%. Il dato mostra che le persone stanno meglio quando possono contare non solo sulla famiglia e sui legami più stretti, ma anche su reti aperte, diversificate e capaci di offrire sostegno, riconoscimento e opportunità.
Nei modelli statistici più avanzati, il capitale sociale bridging emerge come il principale predittore relazionale del benessere: ogni punto in più nell’indice di bridging aumenta del 79,3% le probabilità di avere un alto livello di benessere. Al contrario, l’isolamento sociale riduce tali probabilità del 50,3% e le difficoltà economiche del 45,8%. I legami familiari stretti sono importanti, ma quando si considerano simultaneamente più fattori, l’apertura relazionale verso l’esterno risulta decisiva. Le analisi mostrano inoltre che gli eventi critici - problemi economici, lavorativi, di salute, separazioni, divorzi e perdita di un familiare - incidono negativamente sul benessere. Tuttavia, anche in presenza di tali eventi, il capitale sociale bridging mantiene un effetto positivo e autonomo.
I livelli più bassi di benessere si osservano tra nuclei monogenitoriali, persone sole e giovani adulti nella famiglia di origine, mentre risultano più elevati tra le coppie senza figli. Tuttavia, l’effetto della tipologia familiare appare contenuto rispetto ad altri fattori, come condizioni economiche, eventi di vita, isolamento e disponibilità di reti di supporto. Nel complesso, il benessere familiare non può essere interpretato come una dimensione esclusivamente privata o individuale. È un fenomeno relazionale e sociale, che prende forma dentro reti di fiducia, prossimità, reciprocità e apertura. Il capitale sociale emerge come una risorsa strategica per la qualità della vita, evidenziando la necessità di politiche e interventi orientati al rafforzamento delle reti di prossimità, alla riduzione dell’isolamento sociale e all’integrazione tra dimensione familiare e contesto territoriale.
Il lavoro di ricerca delle psicologhe ha evidenziato quanto le famiglie siano provate, vulnerabili e spesso si sentano sole. Una persona su due afferma di sentirsi molto sola, ma così dice anche più della metà dei giovani adulti intervistati (60,4%). Le persone che si sentono più vulnerabili sono quelle che hanno affrontato una separazione.
Analizzando la realtà dei genitori presenti nel campione, spesso “equilibristi” tra compiti genitoriali e compiti di cura verso i genitori anziani è emerso che curare i genitori anziani risulta un compito che sembra più gravoso del crescere i figli (tra chi ha genitori anziani da curare il 53.3% si sente “a volte o spesso sopraffatto dal compito” e così dichiara anche il 39,7% dei genitori.
Inoltre, quando i genitori devono fronteggiare diversi eventi stressanti poter contare su un legame familiare affidabile risulta un aspetto molto protettivo per il benessere dei genitori. Ma lo stress non agisce soltanto aumentando conflitti e difficoltà. Agisce soprattutto erodendo la qualità positiva delle relazioni familiari, cioè quella capacità della famiglia di far sentire le persone valorizzate, considerate e ascoltate per come sono. Ed è proprio questa perdita uno dei meccanismi attraverso cui lo stress finisce per deprimere il benessere individuale.
Sul piano dell’intervento non basta limitarsi a contenere i problemi e le fragilità delle famiglie, occorre proteggere e promuovere gli aspetti positivi delle relazioni familiari, che, quando presenti, vengono riconosciuti anche dalle persone più vulnerabili e rivelano tutta la loro impronta protettiva.
L’evento è stato introdotto dal direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica Camillo Regalia, dal direttore del CISF – Centro Internazionale Studi Famiglia Francesco Belletti, che ha illustrato il Rapporto, e moderato dalla sociologa dell’Ateneo Donatella Bramanti.