«L’utilizzo degli ovociti non è come ordinare un pacco su Amazon, non è stampare un oggetto in 3D, ma assumersi la responsabilità di mettere al mondo un nuovo essere umano». Con questa immagine incisiva, Alessio Musio, ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha aperto il convegno dedicato al documento pubblicato dalla Consulta scientifica del Cortile del Gentili Padri Madri Figli. Dialogo sul “venire al mondo oggi”, ponendo subito al centro il nodo cruciale: la tensione tra le promesse della tecnologia e la responsabilità antropologica della generazione.
L’incontro, promosso presso l’Università Cattolica il 29 aprile, ha visto una partecipazione qualificata e la presenza, tra gli altri, di monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale, e della professoressa Antonella Sciarrone Alibrandi, giudice della Corte Costituzionale. Fin dall’inizio, il dibattito ha evidenziato come la questione della procreazione, mediata dalla tecnica, non possa essere ridotta a una somma di scelte individuali, ma richieda uno sguardo culturale e sociale più ampio.
Musio ha richiamato il tema centrale del volume: la “smaterializzazione dei corpi” e il rischio di considerare la generazione come un processo tecnico tra gli altri. Da qui l’urgenza, per la civiltà contemporanea, di interrogarsi su trasformazioni che incidono non solo sugli adulti, ma soprattutto sulla condizione dei figli che nascono attraverso procedure tecnologiche.
Padri Madri Figli - Consulta il documento
Nel suo saluto, Massimo Antonelli, direttore del Centro di Ateneo di Bioetica e Scienze della Vita, ha ricondotto il fenomeno della denatalità anche a fattori strutturali: bassi salari, carenza di infrastrutture e insufficienza di servizi come gli asili nido: «Una prospettiva economica che si intreccia con quella culturale».
Su questa linea si è inserito l’intervento di Alessandra Papa, direttore del Centro di ricerca sulla filosofia della persona “Adriano Bausola”, che ha definito il documento un testo capace di affrontare con coraggio temi scomodi. In particolare, ha sottolineato il passaggio dal “figlio desiderato” al “figlio dei desideri”, con il rischio che venga inteso come prodotto selezionabile e negoziabile. «Non si tratta - ha precisato - di rifiutare la tecnica, ma di orientarla secondo una misura umana».
La riflessione si è poi approfondita con la presentazione del documento da parte di Giuliano Amato, presidente della Fondazione e della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili e presidente emerito della Corte Costituzionale. Amato ha messo in luce come la procreazione medicalmente assistita, pur essendo un processo tecnico, richieda una piena consapevolezza da parte di tutti gli attori coinvolti, inclusi i team medici e paramedici. «Il volume - ha osservato - apre scenari legati ai profondi cambiamenti nelle giovani coppie, che tendono a rinviare la genitorialità e a ricorrere sempre più spesso a tecniche di fecondazione assistita o alla conservazione dei gameti».
In questo contesto, emergono interrogativi radicali: chi è il “terzo” nella relazione genitoriale? Che cosa definisce la paternità? È sufficiente il dato biologico? Questioni che, secondo Amato, ridefiniscono le regole tradizionali della filiazione e introducono nuove esigenze, come il diritto del figlio a conoscere le proprie origini.
A fare eco a queste riflessioni è stato mons. Antonino Raspanti, vicepresidente della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili e presidente della Conferenza episcopale siciliana, che ha raccontato il lavoro della Consulta: un gruppo di trentacinque studiosi provenienti da discipline diverse – economia, medicina, diritto, etica – impegnati in un confronto franco e talvolta acceso, ma orientato non al compromesso, bensì alla ricerca di punti di convergenza autentici. «Al centro - ha sottolineato - vi è la relazione: una “mens relazionale” che implica responsabilità e cura, soprattutto nei confronti del bambino».
La dimensione giuridica è stata approfondita da Daria De Pretis, vicepresidente emerita della Corte Costituzionale ed ex rettrice dell’Università di Trento. Ha evidenziato come il diritto, pur apparendo talvolta più “arido”, sia chiamato a confrontarsi con una realtà in rapido mutamento, caratterizzata da nuovi modelli familiari. Il punto delicato resta la tutela del soggetto più debole: il figlio. «Da qui la necessità di rendere più consapevoli coloro che ricorrono a queste tecniche e di sviluppare un metodo capace di tenere insieme posizioni diverse, senza ridurle a compromessi superficiali».
Una prospettiva che si completa con l’intervento di Adriano Pessina, già ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica e membro della Pontificia Accademia per la Vita, noto per aver definito la bioetica come “coscienza critica della civiltà tecnologica”. Pessina ha richiamato la categoria antropologica fondamentale del “figlio”: «ogni essere umano è figlio, e da questa condizione originaria derivano i principi di fratellanza, uguaglianza e solidarietà». Generare, ha concluso, significa assumere una responsabilità che è insieme personale, sociale e collettiva.
Sul piano applicativo, Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione, ha portato lo sguardo della pratica giudiziaria. La realtà delle aule di tribunale mostra quanto complesse siano le questioni legate alla filiazione nell’epoca della tecnica. «I figli non sono un diritto perfetto - ha ricordato - e il diritto è chiamato a trovare soluzioni che tutelino sia i genitori sia, soprattutto, i bambini».
Infine, Camillo Regalia, ordinario di Psicologia sociale della famiglia e direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, ha evidenziato il ruolo dello psicologo, sottolineando la responsabilità della disciplina nel prendere posizione su questi temi. «Al di là delle modalità di nascita - ha osservato - ciò che conta è la qualità delle relazioni: non solo legami di sangue, ma legami affettivi». Tuttavia, anche questa prospettiva richiama al senso del limite e alla necessità di custodire il significato profondo della generatività.
Nel loro insieme, gli interventi hanno restituito un quadro complesso ma coerente: la tecnica amplia le possibilità, ma non può sostituire la responsabilità. E il “venire al mondo oggi” resta, prima di tutto, una questione umana che si sostanzia di accoglienza, custodia, accompagnamento e attenzione allo sviluppo della identità del nuovo essere umano.