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Violenza di genere e cultura del dominio: la sfida è prima di tutto culturale

26 febbraio 2026

Violenza di genere e cultura del dominio: la sfida è prima di tutto culturale

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Non basta inasprire le pene, né affidarsi all’emozione suscitata dai casi più drammatici. Per contrastare la violenza di genere occorre riconoscerne la natura strutturale, culturale e sociale, la stessa profondità che caratterizza altri fenomeni radicati nella storia del Paese.

È questa consapevolezza che ha ispirato “Mai più cosa vostra”, il volume presentato a Cremona nell’Aula Magna del campus Santa Monica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che propone un parallelismo tanto originale quanto impegnativo: quello tra subcultura patriarcale e cultura mafiosa.

Gli autori, Ilaria Ramoni avvocata cassazionista di Milano e consulente della Commissione parlamentare antimafia, e il Presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia, hanno evidenziato come entrambi i fenomeni si alimentino di controllo, dominio, silenzio e isolamento delle vittime. «Mafia e violenza sono due fenomeni che sono strutturati, purtroppo, nella nostra società» ha osservato Roia, «hanno una trasversalità». La differenza sta, semmai, nella risposta collettiva: dopo le stragi del 1992 la reazione civile contro la mafia fu compatta e irreversibile, mentre sul fronte della violenza contro le donne la presa di coscienza appare ancora discontinua. «Ci indigniamo, sicuramente, quando ci sono i femminicidi, però questa indignazione è un po’ a intermittenza».

Il confronto, promosso dalle facoltà di Economia e Giurisprudenza e di Psicologia insieme al Comitato Pari opportunità e inclusione, ha voluto offrire una lettura ampia del fenomeno, intrecciando diritto, psicologia e responsabilità sociale. Il professor Francesco Centonze ha richiamato il compito delle istituzioni accademiche nel «costruire strumenti di analisi capaci di andare oltre l’emergenza, sottolineando come il diritto penale possa essere davvero efficace solo se accompagnato da un’evoluzione culturale condivisa». Il professor Luca Milani si è invece soffermato sulla «centralità dei processi educativi e delle relazioni precoci nella formazione degli stereotipi, indicando nella prevenzione e nella scuola un passaggio decisivo».

Nel volume gli autori ripercorrono anche le molte contraddizioni che hanno attraversato la legislazione italiana ben oltre l’entrata in vigore della Costituzione: norme che tolleravano la violenza “correttiva” in famiglia, l’adulterio punito solo se femminile, il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Solo nel 1996 la violenza sessuale è stata finalmente riconosciuta come reato contro la persona, segnando una svolta giuridica che ha accompagnato, e in parte inseguito, il cambiamento sociale.

Oggi il quadro normativo è più avanzato e la rete dei servizi di tutela si è rafforzata, ma restano criticità profonde. Ramoni ha definito i due fenomeni «endemici nel nostro ordinamento», accomunati da dinamiche di omertà, paura della denuncia e solitudine delle vittime. Anche l’approccio legislativo, spesso costruito sull’onda dei fatti di cronaca, rischia di rimanere emergenziale se non inserito in una strategia più organica, capace di ascoltare i bisogni delle persone coinvolte e delle loro famiglie.

Un altro nodo riguarda la cosiddetta vittimizzazione secondaria, quel meccanismo culturale che sposta l’attenzione dal reato alla condotta della vittima, insinuando dubbi, colpe implicite, giustificazioni. Un riflesso che rivela quanto il cambiamento debba essere ancora consolidato.

Da qui la necessità espressa durante la tavola rotonda di investire soprattutto sulla dimensione culturale. L’età sempre più bassa di autori e vittime segnala l’urgenza di un’azione educativa precoce e continuativa, capace di insegnare il rispetto delle differenze e di smontare l’idea del possesso nelle relazioni affettive.

Come è accaduto nella lotta alla mafia, anche contro la violenza di genere il vero salto di qualità potrà avvenire solo quando la condanna non sarà episodica ma diventerà patrimonio stabile della coscienza collettiva. Solo allora la risposta della società sarà all’altezza delle leggi che essa stessa si è data.

Un articolo di

Sabrina Cliti

Sabrina Cliti

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