«Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha scosso molti giovani – racconta Cristina Pasqualini, docente di sociologia generale – e ha mostrato chiaramente che nessuno si può dire al sicuro. Soltanto insieme, procedendo compattamente verso gli stessi obiettivi, si può fare la differenza». Ruolo fondamentale è rappresentato dalla famiglia dove oggi i giovani possono parlare con libertà, possono chiedere aiuto, denaro, sia alle madri che ai padri. Sono anche liberi di prendere decisioni, di seguire i propri talenti. L’importante è che in famiglia – hanno risposto - ci sia un buon clima familiare anche se i due genitori lavorano. Crescere in una famiglia dove si testimonia, si pratica nel quotidiano forma le future generazioni. Anche Giulia si sentiva libera di decidere, ma questo non coincideva con l’idea di libertà dell’amico a lei più vicino e di cui si fidava.
«Mi è difficile parlare di Giulia perché devo scavare nella memoria – ha raccontato il papà, Gino Cecchettin, presente all’incontro. Molti stereotipi forse dicono che non dovrei fare quello che faccio ma è un modo per tenerla in vita. Quando vedo dei mocassini su una ragazza uguali a quelli che aveva Giulia o una Cinquecento di quelle antiche che lei voleva, faccio fatica a trattenere le lacrime. Vivo la vita così per farla rivivere. La Fondazione Cecchettin è nata dal dolore che provo, nella speranza di farlo evitare ad altre persone. L’ho fatto ispirandomi a Giulia che era altruista per natura. Vedeva il bello in ogni dove». Gino ha scelto di trasformare un dolore coì grande in impegno pubblico perché «quello che è successo a mia figlia mi ha fatto capire quanto soffrano le persone».
Al professor Alberto Pellai il compito di fornire una spiegazione psicologica a tanti stereotipi che si concentrano sulla figura dell’uomo potente, e che da qui far derivare il valore nella vita.«Nell’abitare la vita meglio agire sulla competenza non sulla potenza. Abbiamo una necessità di ottenere la validazione di sé dentro relazioni sane, sentiamo di poterci disvelare all’altro. Stare vicino a qualcuno che ha qualcosa di rotto dentro significa che l’attaccamento con l’altro mi deve garantire sicurezza. Se mi lascia, mi frantumo, non chiedo aiuto e scateno la potenza sull’altro. Questa lo chiamo analfabetismo maschile. È un lavoro che non si può fare da solo ma che ha bisogno di un progetto educativo. Serve nelle relazioni fra pari facilitare la parità di genere, espressioni emotive e competenze emotive. Dobbiamo mettere in gioco la competenza e l’ascolto».
Papà Cecchettin ne sta ascoltando molti di questa Generazione Z andando su e giù per l’Italia con l’attività della Fondazione e sta trovando giovani molto curiosi, attivi e ansiosi. A lui chiedono: “Come ci si può accorgere, come si insinua fra di noi, come difendersi, come denunciare quello che si vede fra gli amici?”
I giovani non hanno bisogno di essere corretti ma orientati da quell’onda emotiva nata dal femminicidio di Giulia che ha interrogato anche oggi i tanti studenti accorsi in Cattolica per ascoltare la testimonianza di un papà che non si rassegna. L’augurio che possiamo fare a uomini e donne alla vigilia dell’8 marzo è di camminare insieme imparando a riconoscere gli stereotipi per eliminarli promuovendo l’emancipazione femminile; e di considerarsi alleati e non antagonisti, reciprocamente rispettosi, capaci e liberi di stare insieme, di amarsi, di allontanarsi e di lasciarsi, se necessario.