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Decreto flussi 2023, verso un contributo prezioso all'economia e alla società

06 ottobre 2023

Decreto flussi 2023, verso un contributo prezioso all'economia e alla società

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Quelle migratorie sono politiche a elevato rischio di fallimento, quasi sempre destinate a sollevare polemiche e malcontenti. Dunque, non sorprende se, ancor prima di essere ufficialmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il testo del decreto di Programmazione dei flussi d’ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2023-2025 abbia dato fiato a molte critiche, come puntualmente avvenuto con tutti i decreti flussi approvati nell’ultimo quarto di secolo.

Inevitabilmente, il decreto lascia immutate alcune criticità del quadro normativo in vigore che concorrono - secondo molti osservatori - a inibire l’efficacia dell’azione di programmazione degli ingressi. Due in particolare: l’assenza di un canale di ingresso per ricerca di lavoro, che finisce col ridurre i decreti flussi a dispositivi di regolarizzazione per chi già soggiorna irregolarmente in Italia, e il c.d. “principio di indisponibilità”, che imporrebbe ai datori di lavoro di verificare che non vi siano disoccupati disponibili a ricoprire il posto per il quale si richiede un ingresso dall’estero (il condizionale è d’obbligo visto che tale verifica è nei fatti sostanzialmente irrealizzabile).

E ovviamente un decreto non è in grado di incidere su alcune caratteristiche di contesto che limitano l’efficacia di qualsiasi misura di governo delle migrazioni economiche, prima fra tutte la straordinaria diffusione dell’economia sommersa, che continua a rappresentare il principale pull factor nei confronti dell’immigrazione irregolare (assai più potente delle ONG che operano i soccorsi in mare!).

Ciò premesso, almeno sulla carta, il decreto segnala qualche significativo passo in avanti rispetto all’esperienza passata e recepisce alcune delle istanze maggiormente condivise. 

In primo luogo, l’aumento degli ingressi: quasi azzerati tra il 2012 e il 2020, i contingenti annuali stabiliti per il 2023 superano ampiamente i tetti per il 2021 e 2022 fissati dai governi Draghi e Meloni e sono destinati a crescere ulteriormente nei due anni successivi fino a raggiungere, nel 2025, le 165mila unità. Certamente si tratta di numeri assai distanti da quello che è il fabbisogno di personale aggiuntivo reclamato dalle imprese, naturalmente interessate ad ampliare i bacini di reclutamento (specie quando si tratta di ricoprire posti che richiedono forza lavoro adattabile e a buon mercato). Ammesso ma non concesso che sia l’immigrazione dall’estero a dover coprire i “buchi” del nostro mercato del lavoro (in un Paese in cui continua ad esserci un immenso volume di forze lavoro potenziali non utilizzate, a partire dai tanti giovani NEET), è utile ricordare come l’offerta di lavoro immigrata aggiuntiva potrebbe alla fine risultare significativamente più elevata, poiché alimentata - oltre che dagli arrivi da Paesi dell’Unione, che godono del diritto di libera circolazione - anche dagli ingressi per ragioni di protezione, dai ricongiungimenti familiari e dai c.d. ingressi “fuori quota” (previsti per figure quali gli immigrati ad alta qualificazione e gli infermieri professionali). 

In particolare, tra gli ingressi “fuori quota”, il decreto che stiamo analizzando colloca anche coloro che hanno frequentato percorsi di formazione in Italia (consentendo la conversione dei permessi per studio in permessi per lavoro) o nel proprio Paese d’origine nell’ambito di specifici programmi: una previsione che “premia” le competenze e gli stessi investimenti pre-partenza, ma che dovrà poi confrontarsi con la capacità delle imprese di riconoscere e valorizzare il capitale umano dei migranti. È noto infatti come, al di là dei tetti fissati dai decreti flussi, è stata la riottosità degli imprenditori ad assumere chi arriva direttamente dall’estero - senza prima poterlo “testare” - ad avere decretato il fallimento di molti progetti pre-partenza. Così come è noto - ce lo dicono anche le intenzioni di assunzione monitorate dal sistema Excelsior - che i datori di lavoro apprezzano (e cercano) soprattutto la capacità di adattamento degli immigrati, e ancora una minoranza di imprese arriva a riconoscere e mettere a valore le loro specifiche competenze (quelle, in particolare, legate proprio al background migratorio, quali ad esempio le competenze linguistiche e interculturali).

Tornando al testo del decreto, gli altri due caratteri certamente apprezzabili sono costituiti dal passaggio a una programmazione triennale - indispensabile a fornire le informazioni necessarie alle decisioni di assunzione, oltre che alla stessa sostenibilità sociale dei processi di accoglienza e integrazione - e, soprattutto, dall’assegnazione di quote specifiche in risposta al fabbisogno di personale nel settore dell’assistenza familiare e socio-sanitaria, di rilevanza strategica per la sostenibilità in senso lato del nostro sistema economico-sociale, ma colpevolmente trascurato dai decreti degli ultimi anni.

Per altro verso, è inutile negare come, in mancanza di interventi su altri fronti, anche questo provvedimento potrà prestarsi a un utilizzo quanto meno improprio. Se in questa materia il disallineamento tra le norme e la prassi riguarda quasi tutti i Paesi, l’Italia è un caso “esemplare” quanto a sistematica elusione della legge e fallimento dell’obiettivo sia di rispondere tempestivamente ai fabbisogni professionali, sia di ridurre la pressione migratoria irregolare. Insieme al rinnovamento del quadro normativo (secondo le linee indicate nel Libro Bianco sul governo delle migrazioni economiche realizzato da Fondazione ISMU ETS), sarebbe indispensabile aggredire criticità ataviche del sistema Italia che concorrono a rendere inoperante la politica di programmazione, quando non addirittura a piegarla a obiettivi criminali: l’estensione dell’economia sommersa, l’inefficacia delle burocrazie pubbliche e della rete dei centri per l’impiego, i deficit nel presidio istituzionale dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro (che finisce così con l’essere lasciato nelle mani di “attori impropri”).

Per di più, la stessa lista dei “criteri” elencati nel decreto illustra come la programmazione degli ingressi finisca, inevitabilmente, col dovere contemperare obiettivi molteplici, che ne limitano la capacità di corrispondere ai fabbisogni del mercato occupazionale: il contrasto all’immigrazione irregolare in primis (qui ricercato anche attraverso l’introduzione di meccanismi di premialità per i Paesi che organizzino campagne mediatiche sui rischi per l’incolumità personale derivanti dall’inserimento in traffici migratori irregolari), ma anche, ad esempio, il riconoscimento, sia pure in misura poco più che simbolica, di qualche privilegio ai discendenti degli italiani all’estero (assegnatari di un certo numero di quote riservate).

Tutto ciò premesso, occorre però “prendere sul serio” il governo delle migrazioni economiche: sebbene spesso concepite come antidoto all’immigrazione irregolare, le “quote” dovrebbero innanzitutto corrispondere all’obiettivo non solo di risolvere le carenze contingenti di personale, ma anche di supportare, in una prospettiva di medio-lungo periodo, lo sviluppo della capacità competitiva dell’economia e le esigenze della società e dei sistemi di welfare. Tanto più oggi, in cui un complesso di fattori - a partire dai preoccupanti scenari demografici del Paese - concorre a esacerbare le difficoltà di reclutamento per molte figure professionali e mette a rischio il turn-over degli organici aziendali.

L’immigrazione, fino a qui considerata come riserva potenziale cui attingere per coprire posti di lavoro vacanti a causa di mancanza di competenze, condizioni di lavoro gravose e bassi salari, comincia non a caso a essere percepita come leva indispensabile nel fronteggiare carenze strutturali di forza lavoro, già chiaramente tangibili in alcuni settori (come la sanità e l’assistenza, che vedono l’Italia particolarmente investita da quella che l’ILO ha definito “crisi globale della cura”). In termini ancor più espliciti, si tratta di prevenire il rischio che l’Italia - già fortemente interessata dall’emigrazione dei suoi giovani - resti ai margini della competizione (sempre più agguerrita) tra Paesi per l’attrazione di risorse umane con diversi livelli di qualificazione. Muovendo dalla consapevolezza di come l’immigrazione può fornire un contributo prezioso alla soluzione dei problemi e degli squilibri dell’economia e della società; ma può anche - se non adeguatamente gestita e valorizzata - concorrere ad accentuarli.
 

Un articolo di

Laura Zanfrini

Laura Zanfrini

Docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica - Università Cattolica

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