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Inaugurazione, il discorso del Rettore Franco Anelli

23 novembre 2022

Inaugurazione, il discorso del Rettore Franco Anelli

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Rivolgo a tutti un caloroso benvenuto all’inaugurazione dell’anno accademico 2022/2023 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Un sentito ringraziamento a Sua Eminenza il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, per aver accettato di tenere l’odierna prolusione. Questa è una giornata importante per la nostra comunità universitaria, perché al Cardinale Ravasi verrà conferita la Laurea Honoris Causa della Facoltà di Lettere e Filosofia. Esprimo vivo compiacimento verso la Facoltà, verso il preside prof. Angelo Bianchi, che ha avviato il processo di conferimento, e il preside prof. Andrea Canova che lo ha portato a compimento, per aver accolto tra i laureati dell’Ateneo uno degli intellettuali più colti e acuti del nostro tempo. Il Cardinale Ravasi terrà una prolusione dal titolo “Cosa hanno in comune Gerusalemme e Atene? L’umanesimo cristiano antico” che ci aprirà uno stimolante orizzonte interpretativo dell’origine della nostra civiltà.

Un sincero e particolare ringraziamento rivolgo al Ministro dell’Università e della Ricerca, la prof.ssa Anna Maria Bernini, per aver voluto onorare questa cerimonia con la sua presenza e un suo intervento.

Ringrazio Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Mario Delpini, Presidente dell’Istituto Toniolo di Studi Superiori, per aver presieduto la celebrazione eucaristica nella Basilica di Sant’Ambrogio e per il saluto che vorrà portarci al termine del mio intervento, al quale seguirà quello del Sindaco di Milano, dott. Giuseppe Sala.

Saluto l’Assistente Ecclesiastico Generale dell’Ateneo, Mons. Claudio Giuliodori, i componenti del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo e dell’Istituto Toniolo di Studi Superiori.

Rivolgo un cordiale saluto e un ringraziamento ai Pro-Rettori e ai Delegati Rettorali, per il costante, efficace e amichevole sostegno che mi hanno assicurato nell’assolvimento dei miei compiti. Ai Presidi, per l’opera svolta alla guida delle rispettive Facoltà e nell’ambito del Senato Accademico. In particolare un augurio di buon lavoro ai nuovi Presidi, proff. Andrea Canova e Antonio Gasbarrini, e a quelli che sono stati quest’anno confermati nella carica. Un saluto cordiale ai proff. Angelo Bianchi e Rocco Bellantone, che, nell’anno trascorso, hanno completato il loro terzo mandato.

Ringrazio il Direttore Generale, dott. Paolo Nusiner, per l’intelligente e qualificata opera di gestione dell’Ateneo.

Saluto, ancora, tutte le Autorità Accademiche, Civili, Militari e Religiose, i colleghi docenti, il personale tecnico amministrativo e, con particolare affetto, le studentesse e gli studenti.

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1. La Relazione che mi accingo a svolgere - più breve del consueto, per la felice ricchezza del programma odierno - racconta di un anno particolare, nel quale, mentre sull’Europa si proiettava l’ombra cupa di una guerra imprevista e incomprensibile, le università tornavano progressivamente alla normalità.

Sarebbe però sbrigativo proclamare con affrettato sollievo che per il sistema universitario, dopo aver dato un’innegabile prova di capacità di reazione, garantendo continuità alle attività didattiche nonostante le restrizioni imposte dalla pandemia, nulla è cambiato. 

Al contrario, l’esperienza di questi ultimi anni ha fatto emergere con prepotenza, accelerando processi già in atto, i segni di un mutamento profondo, dai quali non è possibile distogliere l’attenzione.

Il ricorso protratto a una didattica affidata esclusivamente alle tecnologie di comunicazione a distanza, per diffuso stilema definite “nuove” (ma solo perché nuovo e, per certi aspetti, colpevolmente tardivo ne è stato l’impiego da parte degli atenei), ha prodotto effetti non circoscritti alla mera e accidentale modalità dello svolgimento delle lezioni. 

Abbiamo sperimentato una dematerializzazione del rapporto educativo capace di conseguenze non transitorie, che investono il valore e il ruolo sociale delle università, ed in particolare di quella configurazione che esse hanno acquisito attraverso un’evoluzione plurisecolare.

Le università si sono sviluppate e accreditate nel tempo come istituzioni, in quanto stabili punti di riferimento cui sono affidate plurime riconosciute funzioni sociali; ossia contesti di elaborazione e custodia di conoscenze in molteplici discipline, che si sedimentano nella cultura di una società; realtà deputate al completamento della formazione personale; autorità di certificazione delle conoscenze e delle competenze e perciò anche abilitanti all’esercizio delle attività che quelle conoscenze presuppongono. Per queste loro funzioni le università hanno nel tempo assunto un connotato di necessità nell’organizzazione sociale e nelle strutture degli apparati pubblici. 

La solidità sociale dell’università, sintesi di tradizione e autorevolezza, è rappresentata esteriormente dal suo essere uno spazio fisico. Di un’università si ha spesso nella memoria l’immagine di una facciata, un portale d’ingresso, un chiostro, un’aula; luoghi impressi nel ricordo personale di coloro che li hanno abitati come studenti, ma anche di chi è transitato episodicamente per una cerimonia o un convegno, per una ricerca in biblioteca. La sede dell’università la lega a una comunità cittadina, che spesso è cresciuta insieme alla sua università: è uno dei luoghi identitari della città e ha contribuito a scriverne la storia.

Questa dimensione istituzionale, nelle sue molteplici accezioni e funzioni, appare oggi messa in discussione.

La dematerializzazione e la delocalizzazione della didattica sono ormai un fatto. Al momento avvertibile soprattutto per i corsi post-lauream: penso ai tanti corsi di master rivolti a persone in cerca di conoscenze avanzate e specialistiche e di modelli didattici conciliabili con gli impegni lavorativi; per questi utenti “esperti” ed “esigenti” è facile scegliere un corso on line offerto da un ateneo sito in qualsiasi parte del mondo: il mercato dell’alta formazione si va globalizzando.

Per i corsi di primo e secondo livello il fenomeno è per certi aspetti assai meno significativo, ma è quantitativamente rilevante e in crescita costante.

Ci sarà dunque un momento in cui, invece di andare all’università, ci si limiterà a connettersi con l’università? E con quali ricadute sulla qualità dell’esperienza educativa, in una stagione della vita importante nel percorso di crescita della persona?

La questione, è evidente, non è confinata nella ristretta prospettiva delle modalità di erogazione della didattica, ma sfida il funzionamento e il riconoscimento sociale dei sistemi educativi. E lo fa ancor più intensamente se si considera che nel “mercato” globalizzato dell’educazione superiore anche la tipologia degli attori si è ampliata.

Le università – e le istituzioni di ricerca – non hanno più da tempo l’esclusiva del progresso delle conoscenze, in particolare di quelle applicate. I grandi soggetti privati e multinazionali sono i motori dell’innovazione tecnologica e hanno una sempre più forte propensione a formare direttamente le persone di cui hanno bisogno: è in atto, insomma, un processo di disintermediazione. I leader dell’economia globale dispongono di capitali ingenti, possiedono una cultura manageriale attrattiva per i talenti e sviluppano l’infrastruttura tecnologica necessaria. Che cosa impedisce a questi giganti di entrare nel mondo della formazione universitaria? Di superare il confine dell’attività, che le imprese hanno sempre svolto, di “rifinitura” delle competenze dei neo assunti, integrandole con quelle specificamente funzionali ai loro bisogni, e di irrompere nel ricco mercato della higher education? Sappiamo bene che in molte società occidentali mature educazione e cura della salute sono due settori economici, due business, importanti, ai quali si rivolge l’interesse di un numero crescente di operatori profit. 

Oggi, insomma, l’università è proiettata verso un nuovo contesto competitivo, un mercato nel quale alla crisi dell’università come istituzione corrisponde la crescita di un’industria della formazione. Si viene così delineando un sistema ibrido di education providers, e si vanno moltiplicando i soggetti legittimati a quella funzione di certificazione delle competenze che fino ad oggi abbiamo inteso riservata ai sistemi di educazione pubblica.

È una deriva alla quale le università devono resistere, non per conservare posizioni cristallizzate, ma per difendere la parte più nobile del loro ruolo. E per farlo devono vincere molte tentazioni alle quali il nuovo contesto competitivo le espone. 

Anzitutto quella di recedere sulla qualità della didattica. “Mercato” implica concorrenza, che può essere anche concorrenza di prezzo, non in termini di costo dell’iscrizione, ma di rigore nella formazione, di preferenza verso una competenza utile rispetto a una conoscenza di lungo periodo (ma che altrettanto richiede tempi più lunghi per essere conquistata). La serietà degli studi è la linea di trincea, ogni cedimento sarebbe esiziale.

E poi quella di seguire la strada della crescente professionalizzazione, della rincorsa alle mutevoli richieste del mercato del lavoro così come si manifestano adesso, in un oggi che però diventa subito ieri.

E ancora la tentazione di tradurre il tema del valore in quello più scivoloso della qualità misurabile. Una tendenza in espansione in molti ambiti: una società coesa esprime parametri valutativi sicuri e condivisi e sa riconoscere il valore; quella destrutturata e “liquida”, disorientata, ha bisogno di elaborare parametri formali – procedimentali o quantitativi – e sempre più spesso fraintende l’attribuzione di valore con la meccanica compilazione di classifiche. 

Non vi è dubbio che l’avvio di processi di valutazione ha in molti casi favorito il miglioramento dell’attività degli atenei in termini di produttività dei ricercatori, qualità della didattica, servizi agli studenti, livello delle relazioni nazionali e internazionali. Ma l’enfasi sui processi valutativi e i relativi risultati pone uno strisciante dilemma: dobbiamo inseguire quegli obiettivi che, agendo sugli indicatori esteriori e convenzionali, ci portano a migliorare la posizione rispetto ai concorrenti; oppure dobbiamo tendere a quelli che sono indispensabili allo sviluppo della missione educativa, che, nel caso del nostro Ateneo, è innervata da una precisa identità valoriale e culturale? 

La contrapposizione non è fortunatamente così radicale, perché la qualità educativa che esprime un ateneo si riverbera sul suo apprezzamento sociale, sul suo posizionamento nel “mercato” di cui prima dicevo.

Il punto di principio è però un altro; un po’ come Socrate di fronte a Eutìfrone, cerchiamo di capire quale debba essere la dimensione fondante e quale la derivata. 

La risposta può consistere nella riaffermazione dell’identità dell’università, radicata in una serie di fattori. 

Senza completezza, almeno tre. 

Il primo: l’essere sintesi di ricerca scientifica ed educazione. Chi insegna in una università deve trasmettere anzitutto l’aspirazione alla conoscenza, non semplici nozioni o competenze operative, e dunque deve essere egli stesso attivo nella ricerca scientifica; che è altro, e di più, rispetto allo sforzo di innovazione tecnologica.

Il secondo, l’essere comunità educante. Le università producono capitale umano perché sono, o nella misura in cui riescono a essere, giacimenti di capitale umano, quello dei docenti e degli studenti: l’università dematerializzata non ha un luogo, non ha un corpo docente, bensì una serie di conferenzieri, e non ha una comunità di studenti in dialogo tra loro e con i docenti. Lo ha spiegato il Santo Padre Francesco, «Dove non c’è dialogo, dove non c’è confronto, ascolto, rispetto per come la pensa l’altro, dove non c’è amicizia, la gioia del gioco dello sport, non c’è università».

Il terzo: la reputazione, fatta di qualità nella ricerca e nella didattica, e di capacità di virtuosa relazione con il contesto sociale. Le università non a caso sono in un luogo, perché appartengono a una comunità, ne promuovono i valori, ne formano la classe dirigente. In altre parole la reputazione consiste nella riconosciuta capacità di creare valore pubblico.

Se questi sono i compiti, poche parole per illustrare con quali strumenti la nostra università si è attrezzata per affrontarli.

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2. Esigenze di sintesi impongono di rinunciare a un’analitica rendicontazione dello stato dell’Ateneo, affidata ad altri strumenti informativi; mi limito ad accennare alcuni elementi che considero evocativi di un quadro di insieme assai articolato.

In primo luogo quei parametri, che si potrebbero definire indicatori di progettazione e innovazione, che ci parlano di come ogni anno progredisce l’attività dell’Ateneo:

  • l’offerta formativa si arricchisce di nuovi corsi di laurea: sono complessivamente 128, 23 dei quali in lingua inglese: tra quelli avviati quest’anno il corso di Linguistic Computing e il profilo di Communication for Business, Media and Culture; 
  • i programmi di Double Degreee sono 36, di cui 8 avviati nell’anno accademico scorso. Tra gli accordi di internazionalizzazione menziono quello firmato dalla Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative con University of Groningen; quelli con le Law School del Boston College e di Fordham University, che aprono le porte del LLM agli studenti di Giurisprudenza; il nuovo agreement per la mobilità sottoscritto con Harvard University. È stata inoltre stipulata una convenzione con l’Ukranian Catholic University che prevede la possibilità di accogliere studenti e docenti di quell’ateneo;
  • all’offerta formativa curriculare, triennale e magistrale, si aggiunge, come è noto, una ricchissima attività di formazione continua e post-graduate, che nel 2022 ha visto l’attivazione di 336 corsi a iscrizione, 241 corsi su commessa esterna, in partnership con 170 enti esterni, 92 corsi ECM e 107 corsi master;
  • per inserire le soluzioni didattiche più moderne in un progetto coerente è stato istituito il “Teaching and Learning Lab”, che coordinerà le strutture già operanti in Ateneo in tema di formazione ai docenti e che contribuirà all’innovazione della didattica dei corsi di studio;
  • l’offerta formativa non è soltanto la predisposizione di corsi di studio. Significa rendere la formazione accessibile a tutti, e dunque farci carico del diritto allo studio. Complessivamente l’Ateneo ha erogato sotto varie forme (borse di studio, esoneri da contribuzioni, sovvenzioni straordinarie, premi di studio) interventi a favore di quasi 9.000 studenti, con un impegno di oltre 22 milioni di euro; il doppio di quanto messo a disposizione dall’Autorità pubblica preposta. E anche quest’anno, non manco di ricordarlo come ogni anno, andremo a sopperire al fabbisogno relativo alle borse regionali non coperte da adeguati stanziamenti pubblici, facendoci carico di un onere di 2,4 milioni di euro. 

Anche la ricerca presenta importanti indicatori di innovazione e progettazione: 

  • promuoviamo attraverso il finanziamento dei programmi di interesse d’Ateneo la multidisciplinarietà di approccio ai grandi problemi del presente. A questo proposito sono state recentemente deliberate le assegnazioni su due temi principali: “Fiducia nella scienza: meccanismi e prospettive di uso del sapere scientifico nella governance della società oltre la crisi” e “Diseguaglianze: paradigmi interpretativi, politiche e strategie di contrasto”. L’Ateneo reputa da sempre strategico questo intervento, dedicando un finanziamento annuale di oltre 700 mila euro;
  • la nostra università finanzia inoltre - ancora con fondi propri - la ricerca indipendente di nostri docenti e promuove la loro partecipazione a bandi competitivi, nazionali e internazionali. Non da ultimo, riconosce la qualità delle pubblicazioni: nel 2022 sono stati attribuiti premi per un importo complessivo pari a 335 mila euro;
  • nell’ambito dell’internazionalizzazione della ricerca e delle partnership internazionali segnalo, tra i tanti, l’accordo fra la rete SACRU e la FAO per l’avvio di una collaborazione sui temi della Global Food Safety e dell’approccio One Health.

Veniamo ora al secondo tipo di indicatori, che riguarda i risultati e i riconoscimenti ottenuti come frutto dell’impegno profuso e della progettualità messa in atto.

Il riscontro più immediato è costituito dalle immatricolazioni. Gli studenti che hanno scelto di avviare il loro percorso universitario nel nostro Ateneo, iscrivendosi a una laurea triennale, sono aumentati anche quest’anno, confermando la tendenza degli anni precedenti, non frenata dalla pandemia. Il quadro delle lauree magistrali è, secondo una tendenza generale, più variegato, perché accanto a molti corsi che ricevono domande di iscrizione in misura largamente superiore ai posti disponibili, in alcuni specifici ambiti tematici la crescita degli ultimi anni sembra aver raggiunto l’apice. Le ragioni risiedono in condizioni di contesto che incidono sull’appetibilità, in determinati settori professionali, di titoli di studio di secondo livello, ai quali talora si preferiscono master (in crescita anche nel nostro ateneo) o altre forme di perfezionamento della preparazione. Un fenomeno che non attesta disaffezione (il numero complessivo degli studenti si conferma in aumento), bensì segnala la necessità di un’accorta rimodulazione e modernizzazione dei percorsi didattici e dei criteri di accesso. A questa esigenza sarà dedicata particolare attenzione nel nuovo piano strategico dell’Ateneo, che verrà approvato entro l’anno dagli organi direttivi.

Un cenno merita il processo di internazionalizzazione: nell’ultimo anno gli studenti in mobilità sono stati 2.418 e gli studenti internazionali sono raddoppiati nel giro di quattro anni: oggi sono più di 4.800 gli studenti stranieri - provenienti da 165 Paesi - che frequentano i nostri campus.

Le cautele espresse in precedenza circa il rischio che alle procedure di valutazione e misurazione venga integralmente delegato il riconoscimento della qualità degli atenei e del loro lavoro non celavano alcun timore nell’affrontarle.

Alla valutazione ampiamente positiva che il nostro Ateneo ha ricevuto durante la visita di accreditamento di ANVUR, nel corso del 2021, si sono aggiunti gli importanti risultati della recente Valutazione della Qualità della Ricerca.

È stato inoltre ottenuto il selettivo accreditamento EFMD (European Foundation for Management Development) del corso di laurea magistrale in Management (Facoltà di Economia): si tratta del primo (e, per ora, unico) corso di laurea magistrale accreditato da EFMD in Italia; il corso entra così tra i 140 programmi di management riconosciuti come “eccellenti” da EFMD in oltre 40 paesi in tutto il mondo. 

Quanto ai (discussi) rankings internazionali: l’Università Cattolica ha registrato un progressivo miglioramento nel ranking ARWU, più comunemente noto come Shanghai ranking, scalando negli ultimi tre anni 300 posizioni. Per quanto riguarda invece il QS Ranking by Subject, l’Ateneo è stato incluso in 16 subject (2022) rispetto ai 14 subject del 2021. 

Questo immenso lavoro, per il quale voglio ringraziare tutti quanti - docenti e ricercatori e personale tecnico amministrativo - mettono a disposizione energie, creatività e intelligenza, viene svolto dal nostro Ateneo in massima parte con le risorse tipiche di una università libera, ossia con i contributi degli studenti e delle loro famiglie. Questa situazione ci responsabilizza, ci stimola a fare sempre meglio, e ci assicura una grande libertà, di cui siamo fieri, perché significa che la sostenibilità economica di questa università dipende esclusivamente dalla qualità del suo lavoro, dalla capacità di formulare proposte formative apprezzate. Spiace, però, che la nostra azione sia resa più incerta e complessa da un’ambigua configurazione dello statuto giuridico delle università libere, le quali, pur pienamente inserite nel sistema formativo pubblico e assoggettate alle medesime regole – cosa che rivendichiamo –, si trovano poi in molti casi escluse da una paritaria competizione con gli altri atenei e sono spesso trattate, nel rapporto con le amministrazioni, alla stregua di fornitori di servizi profit.

Dopo tutti questi riferimenti puntuali credo però che gli indicatori più preziosi siano quelli che vorrei definire indicatori di legacy, che ci parlano dei frutti di medio e lungo periodo della nostra missione educativa.

Essi esprimono il risultato del lavoro specifico dell’Ateneo, la creazione di un valore costituito dalla conoscenza e dal capitale umano e sono rappresentati, come già altre volte segnalato, anzitutto dai nostri laureati, dalla cultura che disseminano nella società, dall’attitudine con la quale assolvono i loro compiti, confermando costantemente un sentimento di appartenenza all’Ateneo che non impallidisce nel tempo.

Legacy è anche la capacità di ricordare e sentire nostri coloro che hanno terminato il loro magistero di docenti, e coloro che ci hanno lasciato; non posso menzionarli singolarmente, ma tutti coloro che fanno parte della nostra famiglia universitaria ne serbano nel cuore il ricordo.

La presenza dell’Ateneo nella società si esprime anche nella trama di relazioni e collaborazioni con le istituzioni pubbliche e con i soggetti privati; le collaborazioni con la CEI e la Santa Sede sui temi di maggiore urgenza sociale. L’articolazione dell’Università in cinque campus e la sua originaria vocazione nazionale, come Ateneo dei cattolici, di tutti i cattolici italiani, le consentono di essere, grazie alla elaborazione di specifiche proposte formative e a un’attività di ricerca mirata, efficace e ascoltato interlocutore delle comunità locali.

Legacy è dunque testimonianza di una presenza, che trova fisica manifestazione nei nostri campus. Non posso fare a meno di citare, allora, l’espansione di quello di Milano. Il difficile percorso avviato anni or sono e coltivato senza interruzione e senza risparmio di energie sta finalmente approdando all’affidamento dei lavori per la ristrutturazione dell’ala Santa Valeria e all’apertura del cantiere.

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3. Le riflessioni sulla qualità dell’università svolte fin qui, corredate dalla presentazione delle varie misure della nostra qualità, potrebbero essere viste come l’ennesimo capitolo di un’autobiografia dell’accademia.

Vanno invece riportate alla domanda di apertura: che cosa ci chiede il nuovo scenario competitivo globale e ibrido, nel quale l’inseguimento della logica dei competitors-aziende educative sarebbe una strategia inevitabilmente perdente per le università-istituzioni? 

Si tratta di guardare alla radice antica dell’idea di università. Si comprende allora che un ateneo, uno studium generale non impernia la propria vita sul concetto di “informazione” ma sul concetto di “significato”. 

L’università si legittima in quanto sia in grado di stimolare e coltivare la capacità, dei professori così come degli studenti, di interrogare criticamente il mondo e di farlo insieme, poiché la ricerca scientifica, l’insegnamento, l’apprendimento, sono soltanto modalità diverse di realizzazione dell’essenziale – secondo l’intuizione aristotelica – orientamento dell’uomo alla conoscenza. La comunità universitaria si qualifica in quanto sia capace di esprimere – come si legge nella costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae, di San Giovanni Paolo II – “quel gaudium de veritate tanto caro a Sant’Agostino, cioè la gioia di ricercare la verità, di scoprirla e di comunicarla”.

L’immagine dell’universitas come comunità non è uno stereotipo, e non si può accettare il rischio che lo diventi. Se il valore sociale che l’università-istituzione ha il compito di creare è quello della conoscenza, è evidente che si tratta di un valore non pensabile prescindendo dalle persone: la cultura, la conoscenza esistono nelle persone che conoscono, non esistono come realtà astratta. La conoscenza non sta nei libri, se nessuno li legge. È invece un dialogo a distanza, anche di secoli, tra chi ha scritto un testo e chi lo legge.

E quindi la vocazione di qualsiasi istituzione educativa è quello di far crescere dei lettori; formare persone che posseggono gli strumenti intellettuali per comprendere ma soprattutto che sono mossi da domande che li inducono a spingere lo sguardo verso i fondamenti delle discipline affrontate, con una tensione verso il sapere che impedisce loro di accontentarsi di un prontuario di informazioni operative somministrato in qualche contesto orientato all’addestramento più che all’educazione.

Riemerge, allora, riprendendo uno spunto iniziale, anche il ruolo politico di creazione di capitale sociale, che comprende la responsabilità della formazione delle élite, delle classi dirigenti, alla quale le università non possono sottrarsi. Anzi hanno il fondamentale compito di agevolare il ricambio, la rigenerazione e il rinnovamento delle classi dirigenti, offrendo a tutti l’opportunità di realizzarsi.

Se quindi si tratta di arricchire culturalmente la società, non sarebbe a ciò sufficiente produrre laureati competenti, qualificati dal possesso di nozioni e tecniche. E certamente una tale ristretta ambizione non sarebbe conforme allo speciale mandato che questo Ateneo ha ricevuto dai propri fondatori. 

La lectio magistralis che stiamo per ascoltare accosta Gerusalemme e Atene; un capitolo di un volume di Benedetto XVI aggiunge, alludendo alle fonti dell’identità europea, una terza città: Roma. Roma è la civitas, anzi la res publica. L’Università Cattolica ha una posizione baricentrica rispetto a queste tre simboliche “città” perché si sforza di coniugare scienza, servizio alla società, tensione ideale verso la ricerca di un senso ultimo.

Questo distingue un’università da un’agenzia di formazione: lo sforzo di infondere cultura, di dare una forma a una personalità che si va costruendo. E per farlo è indispensabile ricostituire l’antica università, comunità di docenti e di studenti.

Care studentesse e cari studenti, più di una volta ho concluso questo discorso di inizio anno sottolineando che l’università esiste per voi e prendendo impegni nei vostri confronti. Adesso, dopo un periodo di forzata lontananza, vi dico con ancor maggiore consapevolezza e convinzione grazie, per essere qui, per essere comunità, per fare di questo luogo un’universitas.

Discorso di

Franco Anelli

Franco Anelli

Magnifico Rettore Università Cattolica del Sacro Cuore

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