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La speranza in tutte le lingue del mondo

04 aprile 2025

La speranza in tutte le lingue del mondo

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«Vasilij Grossman in Vita e destino racconta che nel momento dell’attesa dell’entrata nelle camere a gas un personaggio dice che la speranza non ha quasi mai a che fare con la ragione, è illogica ed è figlia dell’istinto di sopravvivenza». Silvano Petrosino, docente di Antropologia filosofica, ha aperto così l’incontro “Le espressioni della speranza nelle lingue e nelle letterature dalla lingua milanese alla lingua igbo”, una delle iniziative d’Ateneo sulla Speranza nell’Anno Giubilare, promossa dalla Facoltà di Lingue e letterature straniere.

Il libro dedicato ai campi di concentramento rende chiara la distinzione tra ottimismo e speranza: il primo «ha la sua origine nella volontà di non lasciarsi andare allo sconforto, la seconda trova il suo fondamento nella memoria del bene ricevuto e che è stato accolto. Perché si può sperare ragionevolmente in un futuro di bene solo a partire dalla memoria di un bene che si è già ricevuto e che quindi potrà esserci ancora».

Una “meravigliosa prospettiva epicurea” quella di Petrosino, secondo Guido Milanese, docente di Cultura classica ed europea, che ha moderato l’evento e che della parola speranza ha messo in luce l’etimologia, ovvero «l’ascolto della voce nascosta delle lingue, la verità su una parola». 

Le lingue europee dicono la speranza, l’attesa fiduciosa, in modi molto diversi. «Il latino spes è legato ad un’antica radice indoeuropea che indica “successo”, come l’antico inglese spowan, o lo stesso italiano prosperare – ha spiegato Milanese –. In questo orizzonte “sperare” è l’attesa di stare bene, ma è anche l’allargare i propri orizzonti, perché è legato alla parola spatium. Se si spera si vuol guardare oltre, liberarsi da un orizzonte limitato». Come nel Prometeo incatenato di Eschilo dove il dono degli dei eleva le aspettative degli uomini.

«Nella parola greca elpís, che è in origine l’attesa, positiva e negativa (forse imparentata con il latino velle, “volere”, willan dell’antico inglese, wollen in tedesco) si coglie lo sguardo sul futuro cercando di scegliere tra le possibilità, “volendo” poi qualcosa». 

E ancora, «il nord Europa nomina la speranza con i termini hopian, hope, hoffen, forse uno “spingersi in avanti”, come il greco kýpto – ha concluso Milanese –. Quando la Bibbia venne tradotta in greco e poi in latino, ci si trovò di fronte a una miriade di voci ebraiche, che in buona parte transitarono appunto nel greco elpís e poi nel latino spes, sperare. Ma la grande differenza, che ricarica la semantica dell’attesa greca, è che la speranza biblica è solo in Dio, non è nè fatalismo di un’attesa neutra né un baldanzoso ottimismo: in te Signore, ho sperato, non sarò mai deluso, in te Domine speravi, ic tó ðé hopode». 

Nella lingua tonale Igbo «la speranza è un atto dello spirito che ci sostiene in ciò che desideriamo ricevere da Dio, in particolare il Regno dei cieli» – ha detto il Padre nigeriano Stanley Chineyeaka Chitor della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione. La certezza che si otterrà ciò che si chiede promuove lo sforzo della persona per ottenerlo, sforzo benedetto da Dio. 

L’evento ha poi ospitato letture che raccontano o evocano la speranza, in lingua originale con traduzione a video, introdotte dai docenti che ne hanno colto l’essenza.

Dalla lingua dei sufi al turco per continuare con il russo, il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo, il rumeno e infine il milanese. 

Nel Sufismo, corrente mistica dell’Islam, la speranza, è collegata alla meditazione e alla contemplazione, ma è anche radicata nella relazione con Dio, e altrove riposta nel paradiso ma affiancata all’inferno perchè speranza e timore sono necessari l’una all’altro.  

Un dipinto simbolico ha ispirato una bellissima immagine della speranza, intesa, per tornare alla suggestione di Petrosino, come memoria del bene accolto. È la "Madonna Sistina", dipinta da Raffaello per il convento di san Sisto a Piacenza che poi arrivò a al museo di Puškin a Mosca e infine a Dresda: «…non abbiamo lasciato morire l’umano nell’uomo. E accompagnando con lo sguardo la Madonna sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano» si legge nella Madonna Sistina di Vasilij Grossman. 

La speranza si traduce anche nella certezza di cui parla San Paolo, la legge dello spirito del già e non ancora. Ne è testimone una profonda lettera dell’attivista del movimento “Rosa Bianca” Sophie Scholl (1921-1943) al fidanzato il 28 ottobre 1942, quattro mesi prima di essere giustiziata nella prigione di Monaco: «Anche noi crediamo nella vittoria del più forte, ma dei più forti nello spirito… Il dominio della forza bruta significherà sempre il tramonto o per lo meno l’eclissi dello spirito … Solo dalla vita nasce la vita … E con il loro istinto di conservazione punteranno dritti verso la loro autodistruzione. Non sanno nulla di un mondo dello spirito in cui la legge del peccato e della morte è superata».

A una colomba assomiglia la speranza dipinta da Emily Dickinson, in una poesia del 1861, una colomba che è sempre dentro l’anima dell’uomo e canta la sua melodia anche nei momenti più terribili, senza chiedere nulla in cambio. «La speranza è una creatura piumata/ che s’appollaia nell’anima/ e canta una melodia senza parole/ e non smette mai. … L’ho udita nella landa più gelida/ e sul mare più ignoto/ eppur, mai, in estremo/ ha chiesto una briciola di me».

Innumerevoli poeti e scrittori hanno messo a tema la speranza nei secoli. È il caso, tra gli altri, del francese Christian Bobin ne L’uomo che cammina, di Antonio Machado ne A un olmo secco o di Pablo Neruda in Ode alla speranza

La lettura finale dell’evento è stato un omaggio al dialetto milanese con un brano tratto da El Vangel in versi raccontato in milanese di Edo Mörlin Visconti, libero adattamento da Carlo Porta: «Gesù ha detto: “scioglietelo, lasciatelo andare:/ guai a imprigionare la vita che io dono/ D’ora in avanti potrete camminare con lui/ con la speranza di andare verso il giorno!»

Come ha concluso Giovanni Gobber, preside della Facoltà di Lingue e letterature straniere, promotrice dell’evento, rifacendosi a un discorso dell’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini: «la speranza è il corrispettivo della promessa di Gesù, il nostro punto di vista è quello di Dio. Senza quella promessa sperare diventa vuoto».


Foto di stokpic da Pixabay
 

Un articolo di

Emanuela Gazzotti

Emanuela Gazzotti

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