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Mediterraneo, crocevia di popoli e culla di culture

11 maggio 2026

Mediterraneo, crocevia di popoli e culla di culture

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Il Mediterraneo torna al centro della riflessione culturale e politica come spazio di incontro, ponte tra civiltà e laboratorio di futuro condiviso. È in questo orizzonte che si è svolto, mercoledì 6 maggio 2026, il convegno dal titolo “Mediterraneo: un dialogo che affonda le radici nella storia”, che all’Università Cattolica del Sacro Cuore ha riunito accademici, rappresentanti istituzionali ed esponenti del mondo ecclesiale, con l’obiettivo di riscoprire una vocazione al dialogo oggi spesso trascurata.

Tra le presenze illustri, monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo, il generale Riccardo Galletta, comandante del Comando Interregionale Carabinieri “Pastrengo”, e Saverio Continella, amministratore delegato di Banca Agricola Popolare di Sicilia (BAPS), tra i protagonisti lo scorso 1° aprile a Catania di un incontro Alumni con il rettore dell’Università Cattolica Elena Beccalli, segno concreto di una rete viva anche nelle aree meridionali del Paese. 

Ad aprire i lavori è stato Mario Gatti, direttore Area Ricerca e Sviluppo, che ha posto subito l’accento sul tema centrale del dibattito: «Il Mediterraneo è un bacino di scambi in cui la storia ha messo insieme i popoli e creato ponti di dialogo grazie alla comunanza di cultura». Un richiamo forte a una visione che, come ha sottolineato, «appare oggi dimenticata nel dibattito attuale e può rappresentare il punto di partenza di un percorso, attraverso futuri incontri, volto a recuperare consapevolezza e responsabilità».

Su questa linea si è innestato l’intervento di Andrea Patanè, presidente Alumni Cattolica – Associazione Ludovico Necchi, che ha evidenziato il ruolo strategico della comunità dei laureati: diffusa in tutta Italia, anche nel Mezzogiorno, e proiettata nel mondo, essa contribuisce a costruire «questo ponte e questo dialogo tra le diverse realtà che si affacciano sul Mediterraneo». 

Il discorso si è poi ampliato con monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, che ha richiamato il contributo della Chiesa italiana attraverso gli “Incontri del Mediterraneo” di Bari (2020) e Firenze (2022). In queste esperienze si è data voce alle attese dei popoli mediterranei, con particolare attenzione al dialogo fra le tre religioni monoteiste e all’apertura verso le Chiese ortodosse. Il vescovo ha inoltre evocato la visione di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze nel dopoguerra, sottolineando come il dialogo debba partire dalle città, luoghi in cui «si vive gomito a gomito tra persone di diverse culture, un dialogo dal basso, capace di ricostruire relazioni e ponti». Non solo: ha invitato a superare una visione limitata del Mediterraneo come asse nord-sud, riscoprendolo anche nella sua dimensione est-ovest, troppo a lungo trascurata, e auspicando una maggior vicinanza dell’Unione Europea.

La prospettiva politica è stata offerta dall’onorevole Giuseppe Antoci, presidente della Commissione del Parlamento Europeo per le relazioni con i Paesi del Mediterraneo. Il suo intervento ha messo in luce la necessità di una visione ampia e condivisa. «Il Mediterraneo non può essere visto come una regione, ma come una dimensione di condivisione storica proiettata nel futuro». Dallo sviluppo economico al tema della pace, dalla crisi climatica alla sicurezza, fino al ruolo delle donne e alle migrazioni, Antoci ha richiamato l’urgenza di affrontare le sfide comuni dal punto di vista etico senza dimenticare i sette milioni di persone che, pur lavorando, vivono sotto la soglia di povertà: «Abbiamo lasciato un pezzo di Mediterraneo indietro, e poi si paga il conto». Da qui l’impegno a costruire ponti, non muri, fondati su diritto internazionale e giustizia sociale.

A chiudere idealmente il cerchio è stato Wael Farouq, direttore dell’Arabic Cultural Institute dell’Università Cattolica, che ha offerto una lettura culturale e simbolica del Mare Nostrum. «Il Mediterraneo abita dentro di noi», ha affermato, ricordando come non si tratti solo di uno spazio geografico, ma di una realtà che intreccia identità, storia e futuro. Emblematica la metafora del caffè: scoperto nel XIV secolo in Etiopia dai monaci che se ne servirono per essere vigili nella preghiera anche di notte, diffuso in Europa attraverso i commerci dei mercanti veneziani fino a diventare elemento quotidiano condiviso, esso racconta una storia di contaminazioni e scambi. «Non esiste una cultura pura», ha sottolineato, invitando a riconoscere la diversità come parte costitutiva di ciascuno. L’integrazione, ha aggiunto, non può essere solo normativa, ma deve nascere da una proposta culturale e sociale capace di generare appartenenza.

In filigrana, attraverso tutti gli interventi, emerge una consapevolezza comune: il dialogo nel Mediterraneo è da riscoprire e coltivare. Come ha ricordato in conclusione Mario Gatti, «le radici ci sono: non c’è un dialogo da inventare ma solo da praticare». Un’immagine semplice e potente che restituisce il senso profondo dell’incontro e la sfida che attende il futuro di questo mare, da sempre culla di civiltà.

 

Un articolo di

Agostino Picicco

Agostino Picicco

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