«Particolare attenzione, anche come credenti, va data ai migranti di prima generazione, ormai anziani, una popolazione particolarmente vulnerabile e spesso trascurata. La fragilità di questa “minoranza nella minoranza” richiede una lettura integrata tra sanità pubblica, geriatria, medicina del lavoro e il contributo delle comunità di prossimità, capaci di accompagnamento, inclusione e sostegno concreto»– avevano anticipato i promotori alla vigilia dell’evento, e su questa linea si è svolto il convegno dal titolo “Migranti ed età grande: una minoranza di una minoranza” che si è tenuto il 9 febbraio a Roma, nella Sala Pio XI del Palazzo San Calisto, promosso dal Centro di Ricerca in Salute Globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Età Grande ETS e dal Gruppo Italiano Salute e Genere (GISeG).
L’incontro - moderato da Livia Azzariti, introdotto da Walter Malorni, Direttore Scientifico del Centro di Salute Globale, e animato dagli interventi di S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Fondazione Età Grande, e dei professori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene generale e applicata, Francesco Landi, Ordinario di Medicina Interna, e Umberto Moscato, Associato di Igiene generale e applicata e Direttore del Centro di Salute Globale – si è dedicato ai problemi dell'età avanzata e alle differenze di genere in una particolare e delicata fase della vita, per riflettere, costruire buone pratiche e individuare strategie sostenibili, facendo dell’attenzione agli “ultimi” un fondamento di civiltà.
«Gli stranieri residenti in Italia che pagano le tasse sono oltre 5 milioni, provenienti da circa 180 Paesi. La maggioranza è cristiana, ma più di un milione e mezzo sono musulmani; sono inoltre presenti minoranze significative di induisti e buddisti. Le donne rappresentano il 51% e i bambini nati ogni anno da coppie di stranieri residenti superano le 50 mila unità – ha detto il professor Malorni aprendo l’incontro con un inquadramento epidemiologico e demografico del fenomeno, fornendo alcuni dati significativi, anche in considerazione delle differenze di genere -. Il fenomeno migratorio inizia negli anni ’70 con l’arrivo di donne impiegate nel lavoro domestico, mentre negli anni ’80 si consolidano i flussi femminili e l’Italia diventa un Paese attrattivo anche per migrazioni maschili. Negli anni ’90, grazie alle politiche sull’immigrazione, emergono i ricongiungimenti familiari e, dal 2000, diventa rilevante l’arrivo di donne dall’Est Europa impegnate nella cura delle persone. Sebbene l’età media degli stranieri residenti sia inferiore a quella degli italiani (circa 35 anni), sta aumentando la quota di immigrati appartenenti ai primi flussi che oggi sono entrati nell’”età grande” (oltre i 64 anni) che può essere stimata tra i 300 e i 500 mila individui, in maggioranza donne (circa il 65%). Le diverse etnie e confessioni religiose mostrano atteggiamenti differenti nei confronti della malattia e si riscontrano anche differenze di genere, con gli uomini che talvolta vivono la malattia come una perdita del ruolo sociale e tendono a evitare le cure».
«Questo evento – ha continuato - è dedicato a loro, ai loro problemi di salute e di integrazione sociosanitaria e vuole essere un primo passo per affrontare un tema che nei prossimi anni diventerà sempre più evidente. La nostra idea è di costruire un tavolo permanente multietnico e multireligioso che sotto la sapiente guida della Fondazione Età Grande sappia individuare le maggiori criticità e suggerire ai decisori come affrontarle».
Si è soffermato sul tema del convegno dal punto di vista etico e sociale, offrendo una riflessione sul rapporto tra terza età, diritti e inclusione sociosanitaria, Mons. Paglia: «La comunità ecclesiale e l’intera società devono guardare con maggiore attenzione al fenomeno nuovo, ed in crescita, dei migranti anziani nel nostro Paese, poiché in essi si incrociano due fragilità, quella dell’invecchiamento e quella della condizione degli stranieri. Questi due fenomeni - l’estensione temporale della vita umana e la mobilità dei popoli - sono forse i più significativi “segni dei tempi“ di questa epoca e possono e devono essere affrontati insieme per realizzare più saggie politiche. Dalle fragilità può in realtà nascere una grande forza, la stessa che ha garantito, ad esempio, a milioni di anziani di continuare a vivere e morire nella propria casa negli ultimi decenni. Il trattamento riservato in vecchiaia a molti stranieri, ad esempio a quanti impegnati in larghissima nei lavori domestici e soprattutto di cura (badanti, caregiver), in larghissima maggioranza donne, è ad oggi umiliante, spesso di povertà assoluta».